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Il Curioso Caso di Riccardo Fogli

Un po' hard, un po' prog, e soprattutto molto ingenuo. Uno sguardo a "Matteo", disco perduto del cantante italiano più amato in Crimea
05 maggio 2014, 9:46am

Intervistatore : “Quindi tu non ti ritieni per niente un cantante commerciale? “

Fogli : “No. In realtà i dischi vengono fatti per essere venduti, non tanto dagli artisti quanto dai discografici. Perché se una volta esistevano i magnati che finanziavano gli artisti e gli artisti erano liberi di dipingere, di cantare, di suonare di scolpire ciò che volevano, oggigiorno i nostri magnati sono i discografici. Per cui, in realtà, dal momento che tu non vendi dei dischi cioè fallisci un investimento che loro hanno fatto su di te, non hai una seconda possibilità”

(Da un’intervista di Mauro Bertocchini detto “Bertok”, 1978)

Chi mi segue da tanto conoscerà quello che per me è un pallino, se non una vera propria ossessione maniacale: un'ossessione che ha nome Pooh. Il quartetto ha sempre rappresentato per me un pozzo di citazioni, messaggi subliminali e trasversalità controversa; ho scritto un paio di analisi su di loro, ma mai mi sono soffermato su un personaggio cruciale della loro storia: Riccardo Fogli, storica voce e basso, che nel '72 decise di mollare tutto per seguire le grazie di Patty Pravo. È venuto il momento di rimediare, e Italian Folgorati questa volta seziona col bisturi il suo disco fantasma: Matteo, anno domini 1979.

Partiamo dall’ inizio: Riccardo Fogli decide nel ’73 di darsi alla carriera solista, poiché i Pooh non sopportano l’ascendente della Pravo nella sua vita e i vari paparazzi appostati per fregarlo, con conseguenti pressioni, discussioni e scazzi. Nonostante sulla carta sembri più ribelle degli ex-compagni, vista anche la drastica decisione di mollarli per farsi i cazzi suoi, i suoi dischi sono quasi tutti votati a un pop démodé in cui il rock lascia il posto a dei lentoni stracciapalle da non crederci. Infatti, mentre i Pooh sfornano prove come Parsifa_l ottenendo un interesse di pubblico e critica non indifferente, lui tira fuori un disco dall’infelice titolo _Ciao Amore Come Stai: da lì in poi nulla cambierà, il nostro sembra voglia unire il dandismo di Brian Ferry nel look (frac, papillon, ciuffo, trucco leggero) alla melodia italiana: cosa che in parte gli riesce, toccando a fasi alterne il cuore delle ragazze per raggiungere faticosamente risultati di classifica abbastanza usa e getta. Poi arriva la svolta che non ti aspetti.

Nel '77 e nel '78 Fogli è passato attraverso punk e post-punk senza dare nessun segno di interesse, nemmeno riguardo la questione elettronica: mentre i suoi colleghi sembrano quantomeno andare in parallelo col cambiamento, lui sembra dormire. Nel ’79 invece, Fogli si chiude in sala di incisione con un’idea ambiziosa se non folle: contro tutti e tutto decide che stavolta firmerà da solo i pezzi, aiutato dall’artista Marcello Aitiani per le musiche, e concepirà un’opera rock sulla falsariga di The Wall, Quadrophenia e roba del genere. Col benestare di Giancarlo Lucariello—produttore storico dei Pooh, più tardi giustamente scaricato dai quattro per il suo passatismo— che forse storce il naso, il nostro decide di adattare in musica Il Curioso Caso Di Benjamin Button di Fitzgerald : la storia di un uomo che nasce vecchio e muore feto invertendo il normale corso della vita. Una storia e un concept sicuramente allucinati, ma anche la premessa per un probabile fallimento epico. Fogli non si perde d’animo, e si butta subito nell’impresa per dimostrare di cosa è capace.

Il disco si apre in effetti con un pezzo clamoroso: ci si dà i pizzicotti per capire se si sta sognando. È davvero Riccardo Fogli questo qua? “Sono Nato È Vita” sembra infatti un brano di Klaus Schulze mischiato al Vangelis mani-in-pasta delle produzioni di Cocciante & Co. Al minuto 1:24 parte un synth molesto che manco quello dei Joy Division in “Isolation” versione Still. Poi un drone di violini che dura settant’anni ed ecco subito un botta e risposta fra synth, di gusto quasi vinceclarkiano, che fa entrare in campo un flauto sintetico pre-DX7 a inseguire una melodia pericolosamente Pooh vecchio stile, ai limiti del plagio. Sì ok, però mi pare che la chitarra sia più cattiva del solito, ricorda i guizzi del Tozzi rock. Addirittura abbiamo un po' di controtempi malatissimi e un finale da manicomio criminale, agghiacciante, con un clavicembalo ovviamente finto; d’altronde Cyclone dei Tangerine Dream è uscito da giusto un anno, e pare avere molte cose in comune con l'album di Riccardo. “No Mio Dio”, si apre con una potentissima schitarrata fra l’hard rock e il punk; Fogli canta come King Diamond in un falsetto logorato, per poi mandare purtroppo tutto in vacca con un ritornello alla Dik Dik, evidente tentativo di rientrare nel campo del pop italiano. La smetallata riparte però quasi immediatamente, su testi di sbando mentale dovuti a questa nascita fuori di testa.

A questo punto si prosegue con “Salutando Un Amico Che Va”: i punti di riferimento sembrerebbero il Branduardi d’epoca e le Orme, che ancora erano tutto sommato affezionati al formato folk/prog. Un lungo intro di ottima fattura, un po’ andino, poi riecco il Fogli melodico, che però scansiona la faccenda vocalmente in maniera inedita. Sembra di ascoltare Gino D’Eliso nel suo Ti Ricordi Vienna, Fogli divide il cantato con il coautore, che ha indubbiamente una voce piu’ new wave, e il ritornello è un delirio di sedicesimi, chitarroni e synth a pioggia, eredi sicuramente delle esperienze degli Aphrodite’s Child quanto dell’elettronica tedesca. Insomma l’ennesimo ibridone che ci fa capire quanto Fogli sia fuori, se ne infischia dei generi e soprattutto della coerenza in essi presente. Sicuramente uno dei pezzi più malati del lotto: ad ascoltarlo ti cresce la lebbra sulle orecchie.

La seguente “Arrivi Tu” parte con effetti elettronici acquatici e synth squagliati à la Genesis (And Then They Were). L’incedere è spezzato, con qualche citazione ELO del bel tempo che fu, piani elettrici e chitarre che, maledizione, sembrano quelle del Fripp berlinese. È poi la volta di “È Festa”: un pezzo Branduardiano che mette i puntini sulle “i” a proposito dello stato del nostro cantante “Amo il vino/Poeta fallito, anarchico un po’/Ho voglia di avventure e oggi le troverò”. Insomma, Fogli è uno dei nostri, lo sottolinea anche nel successivo “I Pugni Della mia Gioventù” che parte con un piano un po’ alla Elton John e poi scema in un muro a muro fra Dalla e Morricone, fatto di cori e violini sintetici, con una breve coda power pop all’italiana. “Verità Dov’È” è il brano più duro, tutti chitarroni , batterie in levare e synth molestissimi: poi però si rovina in una progressione proprio inculata ai Pooh di “Risveglio” quando non ce n’era davvero alcun bisogno. Il testo risolve un po’ la questione: “Oggi è pazzo chi non cerca più la falsità”, fino alla chiusura con arpeggi di synth e deliri rumorosi veramente pregevoli.

“Tra poco Ti Perderò” sembra un incrocio fra Alberto Camerini e il Fogli che tutti conosciamo, quello smielato ancora legato ai Pooh di “Tanta Voglia Di Lei” che fa lanciare il reggiseno sul palco alle ragazzine di bocca buona. “Sono Ormai Ragazzo” parte invece come una versione sintetica di “È Festa”, con titolo diverso, per poi spezzarsi improvvisamente in una rocckata ossessiva che forse i Mastodon apprezzerebbero. “Vieni Madre Torno Al Tuo Grembo” è assolutamente in linea con il Vangelis di "Hymne" o di Chariots Of Fire, ma anche di qualche Kitaro d’annata, quasi pre new age. Il testo, abbastanza inquietante, parla di Benjamin intento a tornare feto, altro che i Nirvana di In Utero. Un eco abbondante sulla voce ci mette in guardia, accompagnato da tastiere in odor di arancia meccanica, un po’ Marcello Giombini dei bei tempi de La Bestia Nello Spazio. Il finale invece è atonale, nella grande tradizione cosmica internazionale, e lascia pure un po' straniti.

Guardandolo con attenzione, l’album sembra un po’ la sua versione del Miss Italia dell’ex-fiamma Patty Pravo, realizzato in collaborazione con Claudio Simonetti, e in cui new wave, prog, pop ed elettronica convivevano beatamente (ricordiamo che proprio nel 1979 ci sarà l’ultimo guizzo di vita dei Goblin con Il Fantastico Viaggio Del Bagarozzo Mark che molto ha in comune con il crossover di Matteo) Ebbene, voi penserete che questo disco sia stato pubblicato senza colpo ferire? Ovviamente no, è stato tirato fuori dai cassetti solo nel 1999 dalla Raro, in edizione limitata di mille copie. La casa discografica dell’epoca, all’ascolto, venne assalita da un coccolone e respinse al mittente il prodotto finito. Solamente “È Festa” sopravvivrà al macero, presente nel successivo e più canonico album che —guarda un po’—sarà un successo proprio a causa del diverso andazzo sonoro del nostro, finalmente un minimo più sul pezzo. Dire se abbiano fatto bene o meno a rifiutare Matteo è difficile: sicuramente ci hanno privato di un Fogli weird e senza dubbio coraggioso, che cerca a suo modo di stare al passo coi tempi, anticipando le mode dei vari “modernariati” nel mischiare ere e atmosfere senza alcun criterio. Il resto della sua carriera, a parte il successo sanremese di “Storie Di Tutti I Giorni” nell'82, non avrà mai più questa scintilla sperimentale che, per quanto ingenua, rappresenta comunque un tentativo di svecchiare la musica italiana. Ora lo vediamo in tv a cantare con i russi, festeggiando l’invasione della Crimea dopo averlo sopportato in umilianti reality show e pure a mettere in piazza le corna fatte a Viola Valentino a Domenica Live… Meglio il delirio di quest’opera, allora, che bene inquadra un personaggio a tutti gli effetti già bruciato. seppellito dalla sua stessa fama di damerino e sciupafemmine nonché dal suo amore per quel danaro che i mecenati—ahimé—scuciono solo ad altissimo prezzo.

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