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Noisey

Perc: riot techno!

Qualche domanda al producer inglese sullo stato attuale della techno più pesa, e su come si possa istigare alla rivolta dedicando un pezzo a David Cameron

di Francesco Birsa Alessandri
11 febbraio 2014, 10:59am

Se un paio di anni fa il ritorno sul dancefloor di certi suoni—che per comodità chiameremo industriali—poteva essere una bella ventata di aria fresca, ora sono in tanti ad averne già abbastanza. Come da manuale, ogni piccolo movimento interno alla scena musicale, compiuto per puro istinto da artisti alla ricerca di una propria dimensione, può finisce per creare un effetto domino e rovesciare di nuovo tutto nel piatto mondo della pallosità. Lo sa bene Ali Wells, producer techno con il monicker Perc e label manager coi marchi Perc Trax e (più di recente) Submit: è famoso per i suoni metallici, abusati in particolar modo nell'album Wicker & Steel e in alcuni degli innnumerevoli remix a cui ha lavorato negli anni, ma le sue ultime uscite sembrano instradate verso un progressivo distacco dal genere. A volte più acido, a volte più storto e spezzato, il suo stile rimane comunque apertamente confrontazionale, duro, violento, fino alle tracce contenute nel nuovo The Power And the Glory, LP in arrivo in questi giorni, saturo di un certo sarcasmo e cinismo per la condizione sociale dell'Inghilterra di oggi, ma sempre concentrato su un rumorismo radicale attivo. In alcuni momenti del disco sembra essersi persa la componente techno, che riappare a tratti e in forme parecchio diverse tra loro, rendendo il tutto molto vario, per quanto si capisca bene che il producer aveva un'idea molto chiare dei propri obiettivi. Ci ho fatto qualche chiacchiera, per capire come è arrivato a queste nuove idee e quanto rimaneggiare gli Einstürzende Neubauten gli abbia fatto riconsiderare le possibilità meno banali della ritmica industrial.

Noisey: È un po’ che ascolto il nuovo album, e mi pare sia il più eclettico dei tuoi lavori, senza perdere il senso di impatto frontale che hai sempre avuto. È una cosa voluta?

Ali Wells: Sì. Quando lavoro a un LP vero e proprio mi piace sperimentare un po’ di soluzioni differenti, cerco di distanziarmi dalla maggior parte degli album techno che escono, di solito sono solo normali collezioni di tracce, magari un po’ più lunghe e con un paio di digressioni ambient. In passato non ero molto sicuro che mi stesse bene come formato, ma le reazioni a Wicker & Steel sono state davvero incoraggianti, per ho deciso di farne un altro, stavolta cercando soluzioni con cui sentirmi più a mio agio. Ho pensato che magari potevo inserire delle voci, usare beat e suoni “irregolari”… Ecco, in generale credo di essermi spinto un po’ in tutte le direzioni che potevo prendere, includendo comunque un paio di pezzi techno più normali e ballabili, in modo da non perdere troppo i contatti col mondo dei club, i DJ, etc..

In effetti ci sono un paio di tracce un po' più "normali", ma sono anche le più funky che tu abbia mai fatto. Hai incluse perché ti sentivi costretto a farlo, o è stata una libera scelta?

Decisamente una libera scelta. Con Wicker & Steel mi ero sentito dire che non sarebbe andato bene in pista, mentre invece quasi ogni pezzo è finito nella playlist di qualche DJ. Tracce come “London, We Have you Surrounded” sono state… be’, non esattamente delle “club hit”, ma sono andate bene. Proprio quella, ad esempio: Shifted l’ha tenuta fissa nei suoi set per un bel po’ di tempo. Quindi ho strutturato in quella maniera “Take Your Body Off” e un altro paio di pezzi, apposta perché funzionassero bene nei club, pur contenendo anche degli elementi che le facessero stare bene nel disco.

Pensi che le tue collaborazioni più recenti, soprattutto la deriva acida delle tracce con Truss, abbiano influenzato un po’ il suono dell’album?

Direi di sì, ci sono quattro o cinque persone con cui ho lavorato di recente che mi hanno stimolato parecchie idee nuove. Quella con Truss in particolare, mi ha suggerito un approccio che poi ho portato avanti anche da solo: l’idea di tirare su le tracce in maniera ruvida, spontanea, fidandoti delle idee che hai nel momento esatto in cui le hai. In questo senso “David & George” e “Lurch” sono emblematiche: tracce ultimate nel giro di qualche ora, a parte le rifiniture strettamente tecniche.

Tutti gli artisti che hanno qualcosa a che fare con influenze industriali fanno un grosso uso di suoni metallici. Tu, però, sembri esserci particolarmente fissato, un feticismo alla Tsukamoto.

(ride)

Vorrei sapere da dove viene questa fissa e se hai qualche trick specifico per crearli… qualche fonte di samples particolare…

Be’, mi chiamo Perc per un motivo, e in tutti i miei pezzi la componente percussiva è sicuramente in primo piano. Non so da dove venga di preciso la mia fissa i suoni molto pesanti e in particolare per il metallo, semplicemente sono molto semplici da mettere in risalto nel un mixaggio e funzionano bene nei club, come i suoni analogici classici… 808…909… se, in un pezzo, dopo dodici battute fai improvvisamente entrare un rullante molto potente e metallico, anche solo per un colpo ogni due battute, riesci a dare molta più potenza ed energia al tutto. A dire il vero, ultimamente ho cercato di distanziarmene un po’, c’è fin troppa “industrial techno” in giro, per cui magari in alcuni brani ho deciso proprio di non includerli, e in altri di attenuare un po’ la botta delle percussioni, aumentando invece il livello di distorsione, il rumore. Insomma, più groove distorti di drum machine e meno grossi campioni di metallo. Anche se, in realtà, tutti i miei suoni metallici vengono da campioni di drum machine manipolati con effetti e stratificazioni varie. Non sono mai andato in giro a prendere a sprangate lastroni di metallo. Non ancora, almeno. Forse dovrei.

Ecco, già che siamo in tema: come è nato il disco di remix degli Einstürzende Neubauten?

Li ho contattati… No, ecco, partiamo dall’inizio: subito dopo Wicker & Steel ho fatto un po’ di EP, poi vari remix, ma non avevo voglia di rimettermi subito a produrre le mie solite cose. Volevo semmai sfruttare lo strumento del remix per imparare un po’ di tecniche nuove e ricavarne nuove idee. Remixare i Neubauten era una roba che mi frullava in testa da un bel po’, per cui un giorno ho deciso di scrivere al loro management per sapere se fossero interessati. Mi risposero subito che conoscevano già la mia musica e che sarebbero stati contenti di collaborare. Ho iniziato a fare avanti e indietro tra Londra e Berlino per capire come mettere mano al loro materiale, essenzialmente pezzi tratti dal loro primo album, Kollaps. Siamo stati subito d’accordo che più che dei semplici remix questo lavoro dovesse essere parte di una vera e propria partnership. Ascoltare i take originali dei loro pezzi e capire in che modo avevano lavorato decenni fa è stato molto istruttivo: di solito quando lavoro a un remix cerco di fare mio il pezzo, ma nel caso dei Neubauten era più una questione di rispetto, mi interessava mettere in risalto quanto c’era di seminale in quelle registrazioni, dando comunque un contributo personale. Non ho voluto stravolgerle troppo, sarebbe stato terribile.

Sì, non hai le hai sicuramente remixate in maniera ovvia, né le hai rese troppo clubby.

È una delle cose che ho messo in chiaro con loro fin dall’inizio. Gli ho detto subito che ero un producer techno e che se avessero cercato le mie cose in giro avrebbero trovato molti remix e si sarebbero resi conto che sono uno che suona nelle discoteche, insomma… Non per questo avrei semplicemente loopato un paio di battute dei loro pezzi mettendoci sotto una cassa dritta. Sarebbe stata davvero la cosa peggiore che avrei potuto fare, avendo a disposizione materiale del genere.

E come mai hai deciso di farlo uscire su una label completamente nuova?

È una questione di libertà artistica. Le prime due release di Submit hanno sicuramente qualcosa in comune a livello sonoro, ma per le prossime potrebbe anche non essere così, ci farò uscire un po’ tutto quello che trovo interessante, sperando che anche per altra gente sia così. Perc Trax, invece, rimarrà più meno legata alla musica da club, nonostante spesso si sia spaziato oltre, specialmente nelle uscite su LP. Preferisco non creare troppa confusione mescolando le due cose: Perc Trax ha una “missione” precisa, Submit è più aperta, e col passare del tempo la differenza tra le due si sentirà molto di più.

E la compilation Feral Grind è da intendersi un po’ come il manifesto di Submit?

Non direi. Al limite, come manifesto di quanto aperta sarà la mentalità di base, ma non sono necessariamente quelle il tipo di cose che voglio fare uscire. Non solo.

Più che altro con quella compilation volevo documentare un periodo e una scena che mi interessa molto, quella noise/elettronica americana.

A dire il vero anche The Power And The Glory suona molto “americano”, a tratti ricorda Container, o i Metasplice…

Non è un suono su cui indugio troppo nei miei set—anzi, dipende dalla location—ma mi ha sicuramente influenzato. Ci sono arrivato inzialmente ascoltando Burial Hex e un po’ di cose uscite su Sacred Bones, da lì sono arrivato ad ascoltare Container, Pete Swanson etc. È musica molto ritmica e ha delle affinità con la techno, ma è decisamente un’altra roba. Molta techno europea, per quando rumorosa e sporca, mantiene sempre un certo ordine “ingegneristico”, mentre questa è roba registrata con delle macchine economiche sul tavolo di una cucina qualsiasi.

Negli ultimi due anni c’è stato molto crossover tra queste realtà, ma se ci fai caso il modo in cui la gente si relaziona alla musica elettronica non è davvero cambiato. Sembra che per certi artisti si sia giusto scavata una nicchia nel mercato e ora stiano semplicemente lì, a fare solo l’ennesimo sottogenere. Il che è un peccato, perché un’attenzione più seria a quell’approccio irregolare poteva portare un sacco di innovazione.

Be’, non si può sicuramente imporre alla gente che cosa devono ascoltare o produrre, però credo che una maggiore apertura mentale farebbe bene a tanti producer. Ci sono tantissimi DJ giovani qui a Londra che stanno dietro solo a quello che esce da Berlino e passa per il Berghain. Per carità, quella è tutta roba che spacca ed è così da anni, ma non è sicuramente l’unico posto da cui ricavare musica interessante.

Allo stesso tempo sembra che tanta “industrial techno” abbia preso solo gli aspetti più superficiali di certa musica.

Sì, succede sempre. Ultimamente lo trovi anche in tutta la gente fissata con cose alla Dance Mania: prendono i significanti più ovvi di un genere e li riproducono all’infinito. Magari l’atmosfera oscura, le percussioni metalliche o le ritmiche fatte in un certo modo… o anche una certa assenza di groove. Sono tutti i modi di saltare sul carro all’ultimo minuto, e finiscono solo per annoiare a morte.

Ma per te l’aggressività e il rumore, in musica, che senso hanno?

Buona domanda... Quando produco non mi ci metto mai con l’intenzione di catturare un qualche mio umore personale, la mia aggressività o qualche sorta di frustrazione che provo nei confronti del mondo, perché in realtà sono una persona molto rilassata. Però sono comunque attratto dalle produzioni molto “in your face”, non mi piace quando droni e simili finiscono per intralciare l’impatto di una traccia. Credo che l’aggressività della mia musica sia molto controllata, non c’è mai del rumore fine a sé stesso. Comunque, non saprei… mi piace pestare quando faccio il DJ e mi piace che le mie tracce pestino. Può capitare che mi sieda in studio con l’idea di fare un pezzo ambient, pensando che al mio album servirebbe una roba di quel tipo, e che invece mi venga di infilarci una cassa pesantissima, spontaneamente. Ad ogni modo, fare musica violenta per me non è assolutamente un processo catartico. Semplicemente voglio che la musica catturi l’attenzione della gente, che la cassa ti colpisca nello stomaco. Oltre a questo, alcuni dei nuovi brani hanno dei titoli che fanno riferimento alla politica.

Quindi la violenza ha anche un contenuto politico?

Be’ non credo che la techno sia il genere migliore con cui comunicare qualcosa del genere, per via di come è fatta, del contesto in cui viene suonata e ascoltata, e del messaggio che passa di solito. Oltretutto il pubblico inglese di oggi non è esattamente ricettivo nei confronti di roba del genere, ci sono sicuramente paesi in cui la gente ha molta più consapevolezza e più voglia di intraprendere azioni dirette contro il governo. Ad ogni modo, da quando i conservatori sono al potere in Inghilterra c’è stata una rapida erosione di tutto, dal welfare alla sanità ai diritti civili. Non sono cose che mi hanno visto direttamente coinvolto, ma si sta comunque riducendo la giustizia sociale per le classi meno abbienti. “David & George” è un riferimento piuttosto palese al primo ministro Cameron e al suo principale alleato politico, George Osborne. È la cosa più direttamente politica che abbia fatto ma, appunto, non è magari diretta come un tizio con la chitarra sul palco che canta testi contro il governo. Però è sicuramente un inizio, ed è qualcosa che voglio portare avanti il più possibile, fintanto che non intralceranno la musica in sé.

Be’, a dire il vero ci sono state molte branchie della techno con una posizione politica forte, ed erano anche quasi tutte inglesi, ti senti in qualche modo vicino? Parlo di Spiral Tribe e tutto il primissimo movimento rave… Pensi che un discorso come il loro abbia ancora qualche rilevanza politica?

Penso che potenzialmente ce l’abbia, ma conoscendo lo stato attuale del popolo inglese più di qualunque altro, direi che al momento in UK sono tutti preda di una certa passività. Mi chiedo davvero cosa ci voglia, quanto oltre debba andare il governo perché la gente inizi a chiudere i laptop e scendere in strada. Quello che gli Spiral Tribe—e in generale tutto il movimento di protesta contro il Criminal Justice Act—fecero negli anni Novanta mobilitò pressoché chiunque, o perlomeno un sacco di gente che aveva interesse nella musica dance e nelle libertà civili. Non riesco a immaginare che qualcosa del genere possa nascere oggi in UK, forse sto generalizzando, ma credo che già per esempio in Francia la gente si sia mobilitata molto di più, e se dai un’occhiata a quello che sta succedendo a Kiev…

Ah non dirlo a me, ti capisco benissimo. Quindi anche il titolo The Power And The Glory ha a che fare con questo?

Sì, e vorrei fosse chiaro: non è un titolo egoistico, come qualcuno ha detto di recente. Anzi, è piuttosto sarcastico, vuole metter in luce il lato oscuro e triste dietro ogni cosa che rappresenti potere e gloria. Ha soprattutto delle connotazioni religiose, inizialmente volevo che l’album fosse un concept contro le religioni organizzate, ma musicalmente non funzionava molto. Però il titolo mi piaceva e l’ho tenuto. Wicker & Steel era un titolo molto semplice, quasi una descrizione della musica, mentre questo è molto più astratto e ha molta più importanza, per me.

Hai mai provato a inserire un messaggio nelle tue tracce usando dei sample particolari, o credi che rendano il tutto troppo ovvio?

Sì, spesso è un po’ come imboccare la gente col cucchiaino, sarebbe davvero semplice campionare, non so… un servizio di telegiornale che rappresenti direttamente il messaggio che vuoi comunicare. Preferisco mantenere una certa ambiguità, per dire: ho sempre preferito le band che avevano testi più misteriosi, di cui potevi dare letture differenti. Preferisco che il messaggio inserito nella mia musica emerga gradualmente e non sia troppo ovvio al primo ascolto.

Perdonami, credo che potrei andare avanti a parlare di questo argomento per ore: ma pensi che la musica abbia ancora un ruolo culturale forte? Che possa avere davvero una rilevanza politica?

Ha sicuramente una dimensione meno politica di quanta ne avesse anni fa, direi per via di come è strutturata l’industria musicale in generale. Quello che io vorrei raggiungere è sicuramente un equilibrio tra la musica e il messaggio che si porta dentro. Spero che possano andare di pari passo, non vorrei mai fornire un messaggio forte con dei brani musicalmente deboli. Ci sono molti artisti fortemente politiczzati, e lo senti nelle loro interviste e nei comunicati stampa che mandano, poi però quando ascolti la loro musica, che dovrebbe essere la dimostrazione materiale di quello che intendono ottenere, ed è debole musicalmente o non è davvero capace di esprimere un messaggio forte. È una questione contorta ma, di nuovo, è un obiettivo che mi sta a cuore. C’è un progetto che uscirà molto presto, ed è una delle cose più politiche che abbia mai prodotto con l'etichetta, ma non voglio parlarne troppo ora, preferisco concentrarmi sul mio album.

Stavo pensando che molto spesso il contesto politico si capisce solo dai titoli o dalle dichiarazioni pubbliche dei musicisti, ma è difficile che si senta nella musica in sé, se non ci sono dei testi.

Sì be’, molto spesso la techno più veloce e pesante si accompagna a messaggi del genere solo nei titoli delle tracce, ma credo sia comunque meglio di niente.

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