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Vi regaliamo i Jungle

Leggete l'intervista ai Jungle mentre ascoltate la playlist che hanno preparato solo per noi, e vincete il loro concerto.
19.11.14

Ci sono molti modi per descrivere i Jungle, band esplosa quest'anno grazie a una gestione dell'immagine veramente superba, e che questo sabato arriveranno a Milano, dopo essere stati a Torino al #C2C14. Potremmo tentare di definirli così: Jungle è un atomo il cui nucleo è costituito da un duo di produttori (J e T) attorno al quale gravitano molti artisti-elettroni che producono energia. Jungle è un movimento discreto e tuttavia energico, è un battito animale che costringe tutti a ribaltarsi sul dancefloor. I Jungle sono come i Gorillaz, ma sono veri. E così via.

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L'universo dei Jungle, insomma, è così versatile che è abbastanza difficile dare nomi o definizioni che prevalgano sul lavoro audio-video-stilistico che questa band sta compiendo. Questo è anche il motivo per cui per un po' è stato irrilevante sapere con che formazione si sarebbero presentati ai live, o conoscere i nomi dei loro membri. Abbiamo fatto un paio di domande a J e T, in attesa di vederli dal vivo al Magnolia di Milano, e vi regaliamo anche un paio di accrediti.
Al fondo di questa breve intervista troverete la loro playlist e potete scoprire come andarli a sentire a gratis.

Anche se i Jungle non esistono da molto, avete una buona reputazione come live band.
J: Ci fa molto piacere, soprattutto perché in realtà siamo producer.
T: A dire il vero, quando abbiamo iniziato non pensavamo di suonare dal vivo. Volevamo rimanere producer, come J. Dilla. Zero sbattimenti, ti sedevi in studio e creavi. L'unico problema è che ci siamo resi conto che al giorno d'oggi per ottenere credibilità sei obbligato a presentare le tue produzioni dal vivo. E suonare live è divertente, ma ti caghi sotto. Finché stai dietro le quinte, fai la tua musica, i tuoi video, fai il producer e il regista, sei in qualche modo tutelato. Ma quando ti trovi ad essere un performer su un palco ti guardi e dici: "Merda… Voglio andare a nascondermi!"

Come vi è venuto in mente di formare una band di questo genere?
T: Perché è più divertente. Abbiamo voluto fare una cosa esplosiva, non limitarci. Potevamo starcene noi due sul palco a premere bottoni, ma abbiamo pensato che sarebbe stato un po' noioso.
J: La cosa bella è quando trasponiamo le nostre produzioni a partiture per strumenti reali. Perché componiamo i pezzi ispirandoci a grandi hit del passato, di cui avremmo potuto prelevare pezzetti e mandarli in play. Ma suonarli in quel modo dal vivo sarebbe stato disonesto. Così abbiamo pensato a come avremmo potuto creare un suono simile a quei campionamenti degli anni Sessanta e Settanta di cui ci serviamo per comporre i pezzi, in modo da non dover "rubare" a nessuno.

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Il vostro live suona come il disco, quindi avete fatto un buon lavoro.
J: (ride) Sì, prestiamo grande attenzione ai dettagli.
T: Siamo molto attenti quando stiamo in studio, vogliamo avere tutto sotto controllo. Sarebbe un peccato tenere tutto il divertimento per i live.
J: Comunque, il set-up è in continua evoluzione. Dalla scorsa settimana è cambiato tutto di nuovo. Ora che il disco è fatto non lo posso più riascoltare, perché vorrei continuamente cambiare cose, invece con il live siamo in grado di vivere questa costante evoluzione. Molti hanno paura del cambiamento, paura che all'improvviso possa non piacere quello che fai. Ma la paura ti paralizza.
T: Evolversi significa sorprendere te stesso in continuazione, e in tal modo sorprendere gli altri.

Altrimenti sai che palle.
T: Sì, ma alcuni artisti ci si perdono. È anche un duro lavoro.

Oddio, quindi sarete sicuramente una di quelle band il cui secondo album suona completamente diverso dal primo.
J: (ride) Non lo so, speriamo solo che sia figo! A noi importa solo aderire ai principi fondamentali della buona musica. Ci chiedono costantemente quali siano le nostre influenze, musicalmente. Entrambi diciamo sempre la stessa cosa, vale a dire che non c'è una specifica influenza, se non la buona musica. Se ascolto un brano reggae, per quanto mi piaccia il reggae, se non è di qualità non mi interessa. Amiamo la buona musica indipendente dal genere. Ecco perché mi auguro che ognuno dei nostri dischi, di qualunque stile o genere sia, venga fuori semplicemente onesto e bello. La gente dovrebbe sentirsi bene quando ascolta la musica. In ogni caso se dovessi raccogliere ogni singola influenza con cui è formato il disco non saprei nemmeno da dove cominciare… Anche perché non si tratta solo di musica, ma di videogiochi, film, libri.

Come la sirena in "The Heat"?
J: Esattamente, quella sirena.
T: A noi sembrava divertente metterla in mezzo così.
J: T spesso esce dallo studio e fa un po' di field recording, oppure prende pezzi di film. Tentiamo sempre di includere materiale dal mondo esterno.
T: Hai presente l'inizio di Taxi Driver? Arriva all'inizio, questa sirena, e ti trasporta subito in un altro ambiente, al di fuori della situazione in cui si eri prima.
J: (mette in play la canzone sul suo telefono) Ecco, così.

T: Ti porta subito da qualche altra parte, ti spiazza. Tu pensi: come ci sono arrivato alla metropolitana di New York?
J: Il suono del pericolo. Forse ci piace l'adrenalina, anche in musica. È questo che intendevo quando dicevo che siamo influenzati dalle emozioni, dai luoghi. Percorrere un sentiero in pendenza, a piedi attraverso i boschi o sulla spiaggia, portare qualcuno con te. La cosa più importante per noi è la connessione umana. Nel primo video che abbiamo fatto uscire, "Platoon," B-Girl Terra guarda in camera, e anche se non balla il suo sguardo passa così tante emozioni. Forse le major avrebbero temuto di buttare fuori un video così. Avrebbero spinto per un video pieno di luci, skateboard a propulsione, miliardi di persone ultradivertite, una sovrasaturazione di immagini. Invece a noi piace la semplicità delle emozioni umane. Penso che i Gorillaz siano un altro punto di riferimento video, anche se i loro erano cartoni animati. Da lì il punto era: come possiamo rendere queste emozioni anche dal vivo? È quasi come Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Hai visto il film?

Certo.
È così reale, anche se si tratta di un mondo bizzarro. Sembra ci sia un senso, invece è completamente strampalato. Ma ti insegna a non prendere tutto troppo sul serio.
T: Se si prende troppo sul serio, si perde il lato umano, e si perdono anche emozioni.

Che significa quando nei vostri testi dite "Oh, It's Only Life"?
J: Per noi i testi sono così spontanei. Significano così tanto, in così tanti modi, ma non ci pensiamo mai, tutti vengono dal subconscio. A volte penso che in realtà per spiegarli avremmo bisogno di una sola frase per ogni brano. "I Knock You Down, brother" per "Platoon", sarebbe sufficiente. È importante non complicare le cose, il messaggio può essere spesso detto in tre parole. Io preferisco ripetere una frase più e più volte, il messaggio passa per forza, dopo un po'. Ti è mai capitato di scrivere testi?

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No.
Diamine, ma scrivi articoli…

Sì. Per questo capisco cosa cosa vuoi dire … Andare dritti al punto.
T: Esatto, non bisogna essere troppo complicati. Poi ogni cosa perde di significato e la gente si annoia. Perché perdere cinque minuti per dire qualcosa che potresti dire in cinque secondi? Questione di efficienza (ride).

Siete dei control freak?
J: L'unica cosa che possiamo controllare è la nostra musica.
T: Sì, ovviamente vogliamo avere il maggior controllo possibile. Una volta pubblicata, però, non abbiamo alcun controllo.
J: Una volta che si dà alla gente, diventa un bene pubblico. Devi accettarlo, altrimenti te ne vai a male.
T: Penso che Andy Warhol abbia detto che se si fa arte, l'importante è continuare sempre a perseguire la tua arte. Se ti fermi perché inizia a interessarti ciò che la gente dice, la tua arte è finita.
J: Non bisogna pensare all'arte, bisogna farla e basta. E mentre gli altri stanno decidendo se quello che fai è bello o meno, fai ancora più arte. Questo è un atteggiamento positivo. Se stai a pensare a troppe cose ti mandi in pappa il cervello. Perché dovrei farmi queste paranoie su qualcosa che magari non avverrà neanche? L'importante è stare concentrati solo sul momento presente. Altrimenti rischi di non vivere. Si sottolinea spesso che non siete una band, ma un duo. Gli altri musicisti hanno un ruolo fuori dal palco?
J: Jungle è come un atomo di cui noi due siamo il nucleo. L'energia proviene da tutti quelli che ruotano attorno a questo nucleo. A noi non interessa che il nostro nome compaia, o che le nostre facce siano conosciute: l'ego non è niente in musica. Non esiste leader. A noi non interessa chi sia il re della giungla, perché ognuno può esserlo e può anche non essercene nessuno. Ognuno dovrebbe sentirsi parte di uno stesso gruppo. Ogni persona che abbia partecipato a questo progetto: chi ha fatto il video, i ballerini, i musicisti, tutti sono parte di questa energia.
T: Ci piaceva l'idea che il nostro fosse un messaggio corale. Se qualcosa viene da un gruppo, viene fuori più potente. La nostra musica e il nostro modo di creare linee vocali vogliono rendere l'idea di un messaggio di gruppo. "Vieni con noi" è diverso da "Vieni con me". Molto più diretto, ma allo stesso tempo più aperto.

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Credete che il vostro pubblico sia più attratto da voi se celate i vostri nomi?
J: Pensiamo che sia semplicemente irrilevante. Se lasciassi che la persona che sono nella vita reale influenzasse Jungle, che la voglia di essere famoso, di essere figo, può darsi che l'atmosfera del gruppo e il nostro rapporto si rovini. sarà rovinare il nostro rapporto e, in definitiva distruggere il tutto. In un certo senso l'anonimato ci permette di essere fedeli a ciò che siamo.

J: Il mio nome è Josh, questo è Tom. Ma in realtà non siamo nessuno. Siamo un'idea. A Londra regna il business della musica ego-riferita. A nessuno importa veramente che musica fai se sei un figo. Ma a noi non importa essere fighi. Le nostre identità, i nostri ego non significano niente. A noi importa di essere semplici, bravi e sani. L'unità di riferimento è sempre Jungle. Il giorno che cambierà, non esisteremo più, ci fermeremo. A noi non importa nulla dei soldi, della fama. Il motivo per cui dobbiamo fare interviste e servizi fotografici è perché siamo comunque parte di un sistema.

emplicemente un modo di pensare e produrre. Siamo stati contagiati da questa idea, perché Londra e il business della musica è così ego-driven. Non è onesto, è tutta una questione della persona e quanto freddo si può essere. Non mi importa quanto freddo sono e cosa pensa la gente su chi siamo. Se volete scoprire chi è la mia mamma, messo fuori. Non significa niente. Ciò che è significativo è che siamo semplici, belli e non infetti E 'Jungle, l'unità per la fama e il riconoscimento. Non è così e non potrà mai andare per esso. Il giorno che cambia, ci fermeremo. Di conseguenza, non siamo qui. E se io sono 40 anni e qualche volta siedo con il mio tè in un capannone lì e fare la mia musica, allora questo è così. Si tratta di questa semplicità. Non si tratta di soldi, la fama. Il motivo per cui dobbiamo fare interviste e servizi fotografici è perché siamo parte di una costruzione più grande. Per spingere la tua musica, devi stare alle regole del sistema.

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Qui trovate la playlist che i Jungle hanno preparato per noi.

Abbiamo due accrediti da due biglietti ciascuno per il concerto di sabato 22 al circolo Magnolia di Milano, offerti dai ragazzi di Vivo Concerti.

I VINCITORI Riccardo Montanari e la sua alpaca. Yed Giordano Viganò e la sua stilosissima mamma, entrambi al concerto di domani.

Bravoni, avete un accredito da due biglietti a testa. A domani!