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La storia di Macondo, l'altro centro sociale della Milano anni Settanta

Nei quattro mesi in cui è stato attivo, Macondo è stato uno spazio dedicato alla musica, alla droga, alla dissacrazione politica e all'arte. Abbiamo parlato con una delle fondatrici di Milano negli anni Settanta e di Allen Ginsberg.

di Sonia Garcia
13 aprile 2016, 2:55pm

Ci sono dati sufficienti per dedurre che Milano a fine anni Settanta fosse più invivibile di oggi. Le frange di popolazione più giovani cominciavano a fare i conti con gli effetti che i rigurgiti socio-politici nati negli anni Sessanta avevano apportato all’intera città, in termini di vivibilità e coscienza civile, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza. Le aspettative e responsabilità sulle loro spalle erano direttamente vincolate a quanto ottenuto dai movimenti del '68, e scegliere di essere parte del tumulto, che fosse pratico o intellettuale, era un impegno a tutto tondo. La nascita di luoghi di aggregazioni cittadini che fungessero da contenitori e distillatori di forme di lotta sempre nuove e aggiornate, era funzionale ai concreti bisogni da una parte di proteggersi l'un l'altro, dall'altro a quello di darsi una tregua. Il Leoncavallo era il centro sociale per eccellenza, fondato nel 1975, e il movimento giovanile che vi si identificava era quello politicamente riconoscibile nella sinistra ed estrema sinistra extraparlamentare.

Le esigenze però non erano solo quelle. Per circa un centinaio di giorni, infatti, da fine ottobre 1977 al febbraio 1978, è stato messo in pratica un esperimento chiamato Macondo, come l'immaginaria città del romanzo di Garcìa Marquez, Cent'anni di solitudine, perché in fondo maneggiavano entrambi la stessa materia. Spazi come Macondo si sono differenziati dai cugini centri sociali per una moltitudine di motivi. Gli uni nascevano più per scommessa ricreativa, i secondi per effettiva urgenza politica. A Milano la spinta verso nuove forme di comunione di spazi/arti in chiave politica, è diretta—e spesso inconsapevole—erede di realtà come Macondo, anche se la vena ironica è forse stata del tutto perduta.

In quei centoventi giorni Macondo è stato un contenitore di arte, dissacrazione politica, droghe (leggere) libere, e punto di riferimento per minoranze sociali che il bigottismo di quegli anni marginalizzava più che mai. Ad aver fatto la differenza è stata quell'indole irriverente nei confronti dei paradigmi del buon costume, e non deve stupire se ad essere preso di mira è stato principalmente quello politico. "Macondo era un porto di mare, espressione che sento e ho sempre sentito vera e calzante," mi spiega Giulia Ciniselli, che ai tempi aveva vent'anni, curava un collettivo chiamato Cinema Militante e si recava a Macondo per partecipare alle attività svolte al suo interno, e immortalarle su cinepresa. "'Porto di mare' l’ho sentita utilizzare già allora dai fondatori, e ho continuato a usarla fino a oggi. Era un posto aperto a tutti. Be’… se a uno non piaceva il barbonaggio non veniva lì, sicuro."

"Di locali alternativi ce ne erano un sacco, a Milano," va avanti Giulia, "ma Macondo era più associato a una scelta di vita. C’era anche il Leoncavallo eh, ma quello era proprio un centro sociale. Era nato sempre in quegli anni lì, e ci andavo perché era più vicino a dove abitavo. Macondo era più centrale, e forse anche per questo ci andava la borghesia. Era più propenso alla psichedelia, invece il Leoncavallo era più popolare. Con la droga doveva un po’ combattere, invece a Macondo c’era l’alta borghesia e culturalmente c’era più spessore. Aveva elementi più studiati, non so come dire. Ci si interessava alla beat generation, avevano contatti con tanta gente. Macondo viene nominato anche in un film di Felice Pesoli, o meglio, viene raccontata storia prima che nascesse, chiamato Prima che la vita cambi noi. C’era un clima di esplorazione, tutti viaggiavano, specie dopo l’esperienza precedente di Re Nudo…"

Macondo, una rottura dall'interno

"I movimenti erano dal basso, e a un certo punto si radicalizzano. Dalla sinistra extraparlamentare si stacca un filone numeroso, che all’alternativa della sconfitta si impunta e prosegue come avanguardia verso la lotta armata. In questo scenario di paralisi, in cui iniziavano ad agire anche le Brigate Rosse, questo gruppo originatosi nella sinistra extraparlamentare, decide di aprire in città un luogo in cui trovare un respiro, rispetto al caos cittadino. Un luogo di un’utopia di creatività ad alto livello, quindi musica buona, cibo buono, vestiti buoni, tutto a poco prezzo. Un’offerta molto selezionata, a qualità molto alta, con un livello di condivisione esemplare. Nessun tesseramento, doveva essere aperto a tutti. La scommessa era questa; doveva essere il contrario di luogo privato, ma anche il contrario del movimento settario." (Guia Sambonet)

"La scoperta della letteratura sudamericana e del realismo fantastico ci ha segnati, all’epoca," riprende Giulia. "Quando ho scoperto che quel posto si chiamava così, ne sono subito rimasta colpita. Era un riferimento a qualcosa che per noi era più che magico. Anche il posto in cui era piazzato era bellissimo, in pieno centro storico, e molto più suggestivo di posti più periferici come il Leoncavallo."

La stessa area urbana era più popolare, ma pur sempre in centro storico, quindi in balia del giudizio di gran parte dei suoi risiedenti—perlopiù piccolo-borghesi. E il fatto che Macondo sia stato ideato e creato proprio dall'ala più giovane e irriverente di questi ultimi, ha contribuito a rendere l'ambiente tanto appetibile quanto rischioso.

"Siamo stati una banda di dodici ad aver fondato Macondo," racconta Guia Sambonet, cofondatrice di Macondo assieme a Mauro Rostagno di Lotta Continua e altri undici superstiti del '68. "Ci siamo fatti tutto, dalla nascita alla galera. Lo spazio si trovava in via Castelfidardo, adiacente a Brera, ed occupava la sede di una vecchia fabbrica dismessa. Un giorno troviamo questo magazzino e decidiamo di metterlo a nuovo con finanziamenti minimi. Lo ridipingiamo tutto di bianco, inseriamo i riscaldamenti, le cucine buone nuove per fare cibo vegetariano buono, impianto di musica straordinario, etc. Lo spazio era di mille metri quadri, con l’aggiunta di altri mille in cantina. La cantina era una sorta di labirinto oscuro. Quando è stato ridipinto, e prima che venissero messe le insegne, decidiamo di fare una festa di inaugurazione."

Ognuno dei dodici fondatori ha così spedito alla sua personale mailing list un bigliettino con su scritto “A Macondo c’è una festa,” né più né meno. "La festa era il 25 ottobre," riprende Guia, "e manco a dirlo, quella sera è accorsa gente in enorme quantità. Era evidente che la città rispondeva positivamente alla richiesta di novità. Non c’era ancora l’immaginario modaiolo di Milano, legato alla moda e alle notti bianche, quindi il raduno era quasi più significativo. Tra invitati e imbucati il posto si è riempito, e da lì abbiamo capito che Milano necessitava di Macondo come elemento innovativo. Le persone erano duemila circa, da Feltrinelli agli hippy che passavano le notti a Parco Sempione, tutte insieme. Alcuni portavano il vino buono dal Piemonte, altri di Genova portavano le focacce buone da Genova… una festa in cui improvvisamente si materializzava un pianeta mai visto in un luogo splendido, con i fiori, le sedie, le luci, i labirinti, come una performance di una notte gratuita. Come una performance notturna ma gratuita, questo è stato il colpo di genio."

Nei quattro mesi in cui Macondo è stato attivo ha ospitato le iniziative più disparate. Da mercatino dell'usato, a ristorante, a spazio espositivo con installazioni di design concettuale ad opera della stessa Sambonet, a luogo di conferenze e sedute di poesia—vedi l'arrivo di Allen Ginsberg, André Glucksmann, Peter Orlowsky. C'è pure stata una tre giorni chiamata "L'Arte di Arrangiarsi", di cui invece si ricorda bene Giulia Ciniselli. "C’era quell’ironia che mancava tanto nel movimento extraparlamentare di sinistra," racconta, "che si mostrava molto rigida a riguardo. 'L’arte di arrangiarsi' è stata una tre giorni di svendita del ’68, cioè una specie di fiera in cui vendevamo gadget in occasione del decennale del ’68. Eravamo pieni di spillette di Lenin, e altri oggetti simili. Tutte cose che la sinistra extraparlamentare, quella più ortodossa, non amava. Ci accusava di ridere/sorridere della nostra stessa storia. In quei tre giorni sono stati fatti bellissimi seminari su come evitare di pagare il biglietto in metro, oppure come piratare il contatore dell’Enel e non pagare le bollette… [Ride] Sicuramente erano alcuni dei motivi per cui poi è stato chiuso. Dopo L’Arte di Arrangiarsi hanno proprio messo in vendita dei modelli nuovi di contatori impossibile da truffare."


Peter Orlovsky e Allen Ginsberg davanti al Macondo.

Ogni fondatore aveva un ambito d'interesse da curare, e quello relativo alla proposta e ricerca musicale era affidato al fratello di Guia, Giovanni Sambonet, allora ventenne e che oggi vive in Brasile. "Credo di avere offerto, insieme a mio cugino Michele, musica di buon livello nel breve periodo di vita di Macondo," mi racconta Giovanni, "ma niente di particolarmente innovativo o sperimentale. I dj set avevano una formula basata sul binomio jazz - reggae, con poco rock e qualche puntata, mai gradita, sul classico. L' inaugurazione fu esclusivamente Miles Davis (con internezzi di suoni di onde del mare), ricordo i complimenti a fine serata di Giorgio Gaslini, l'impronta musicale era comunque inconsueta e di qualità, con anche molto jazz nord europeo. Molto Telonius Monk e Wether Report, free jazz a pillole perché, come il classico, Bach in particolare, generava vera rivolta. A volte musica etnica, specie di aree come Cina-Giappone-Índia e Africa. Il Reggae, musica di libertà e vitalità, che univa semplicità a trovate musicali geniali, era la costante, tanto che ci è voluto Gilberto Gill, qui in Brasile, per farmi riavvicinare dopo l'indigestione."


Niente musica dal vivo per mancanza di insonorizzazione (soldi), a Macondo, ma come vedremo, è più per la sua scomparsa prematura, che per assenza di iniziativa.

A chi era rivolto

"Era un’utopia, una grande festa: un nuovo modo di stare insieme, con altissima qualità: estetica, musicale, di varietà di persone, che altrove non si sarebbero mai incontrate tra loro. Era l’epoca di trans, gay, e rivendicazioni di diritti. La mia migliore amica all’epoca era trans, Barbara, politicamente attiva come noi. Tra i dodici soci c’erano le persone più disparate, abbracciavamo tutto il movimento degli Indiani Metropolitani, dai gay ai trans, appunto." (Guia Sambonet)

Gli anni Settanta erano anche gli anni della gente che cadeva per terra o vomitava in strada, come se nulla fosse, per l'eroina. Il livello di devastazione era molto più sfacciato di adesso e non ci si faceva problemi a bucarsi nei bagni pubblici, utilizzando l'acqua dei water. Parallelamente però, arrivava anche il fumo—buono—dall'India, e la società poteva dirsi spaccata a metà tra l'uso di queste due sostanze.

"Nell'aprire le porte a tutti, a Macondo, la decisione presa era di lasciare che ci si facessero le canne," spiega Guia. "Erano anni in cui nei locali pubblici si poteva fumare le sigarette, il tabacco era libero. La scelta però di permettere la libera circolazione di hashish, era anche un limite: oltre quello basta. Non c'erano canali tra hashish ed eroina. Il giorno dopo la festa abbiamo chiuso per fare l'organizzazione del luogo, e nel frattempo girava la notizia dell'apertura di questo splendido luogo con tanto di biblioteca, sala disco, ristorante etc. Questo ha fatto sì che ogni sera comunque ci fossero seicento persone, e noi eravamo in dodici.

Fumo libero

"Dopo quindici giorni che Macondo era aperto, ci siamo trovati a fare i buttafuori per colpa degli spaccini. Non esisteva la movida, non esistevano le Colonne… eravamo in un quartiere borghese come Brera, pieno di baretti e locali, la gente si è iniziata a spaventare. [...] La nostra contestazione non era più violenta, ma giocata sull’ironia. Quando ci facevamo le canne era tipico chiedere un biglietto del tram per fare i filtri. Così abbiamo ricreato dei finti biglietti del tram, con la stessa grammatura e forma, ma con al posto del timbro la scritta Vale uno spino.'" (Guia Sambonet)

Il fraintendimento è stato inevitabile. Di punto in bianco mamme inferocite di figli alle scuole media, hanno iniziato ad accusare Macondo di regalare spinelli in cambio di quei buffi biglietti del tram, con conseguente messa in allarme delle forze dell'ordine locali. La polizia è arrivata la sera del 22 febbraio 1978, dopo appena quattro mesi di attività, e munita di caschi e mitra, ha perlustrato senza troppi scrupoli l'intero locale.

"Qualche mano evidentemente ci ha protetto," racconta Guia, "perché su seicento persone perquisite hanno trovato un totale di trenta grammi di hashish. Zero eroina. Su seicento persone trenta grammi di hashish non li trovi neanche se vai alle colonne di San Lorenzo stasera. Ne trovi due chili. Magari qualcuno se li è ingoiati, boh… Quella sera ero nella sala delle cinque colonne, che ti puoi immaginare, era piena di gente sdraiata che si faceva le canne. C’era musica rock pesante. Vedo arrivare in quindici con i mitra, per cui vado in cucina, prendo una cassetta di mele, e decido di aprire le finestre, per far fuoriuscire il fumo. Ho una sorta di crisi visionario-isterica e corro in sala musica a dire di togliere il rock. Metto invece i flauti di Pan. Quando la polizia entra, l’aria era cambiata, tutti stavano zitti e di sottofondo c’erano i flauti di Pan. Passo per la sala distribuendo mele a tutti i presenti, ripetendo qualcosa tipo 'Tanto se mettono dentro qualcuno mettono dentro me, non abbiate paura.'"

La fine ed eredità intellettuale

"Le ragioni per cui siamo andati tutti in galera scegliendo di non mandare il presidente e basta, era che eravamo tutti insieme, fin dall’inizio. I capi di accusa che ci siamo ritrovati erano di trent’anni di reclusione. A ventitré anni mi sono ritrovata in carcere, con i giornali che recitavano 'Questi sono i mostri che drogano i nostri figli,' e una condanna di trent’anni di reclusione. Se il giudice non fosse intervenuto e non avesse salvato la questione, io sarei ancora dentro oggi. Alla fine ci siamo fatti venti giorni di galera, non di più. Sono stata assolta per alti valori morali e sociali." (Guia Sambonet)

L'episodio di Macondo è diventato il caso di cronaca attraverso cui condannare ogni forma di non allineamento artistico-sperimentale, ricalcandone ipocritamente la matrice di origine medio-borghese. "Macondo era uno spazio ludico, una scommessa di creatività collettiva," va avanti Guia. "C’era un potenziale di generosità e di non pregiudizio sull’altro. Immaginati cosa sarebbe potuto succedere se la musica avesse fatto da veicolo effettivo delle attività interne a Macondo. Sicuramente sarebbe evoluto in qualcosa di più maturo. In quei venti giorni di per certo c’è che la musica ha fatto da tramite per tutto quello che di bello poteva far da tramite."

Indubbiamente quella di Macondo era una visione lungimirante nelle premesse, a cui è stata negata la possibilità di metterla in pratica. "Come gli eroi che muoiono giovani, no? Se avessero vissuto di più magari si sarebbe raggiunto un risultato diverso. La musica era un veicolo diretto, ma anche subliminale. Era un sottofondo che accompagnava continuamente, e plasmava l’atmosfera." Unica nota dolente finale: durante la detenzione dei fondatori e cofondatori, furono rubati tutti i tremila dischi che Giovanni Sambonet & soci si erano tanto impegnati a far girare, a Macondo.

Nell'angolo di via Castelfidardo, da allora in poi, si sono contesi quello spazio vari ristoranti e studi di architettura—credo che oggi vi risieda un ristorante. L'eredità intellettuale invece si è dispersa altrove, in terreni urbani tutt'altro che incolti o aridi, alcuni dei quali sono già stati approfonditi a sufficienza. "Macao già dal nome così simile a Macondo, mi sembra ben in linea con quanto abbiamo fatto in Castelfidardo" mi dice Guia, "È un peccato che sia solo una coincidenza."

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