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Camerini in blue jeans

Febbraio è il mese del carnevale e di Sanremo. Quando l'arlecchino elettronico andò al festival, però, stava segnando la fine della sua carriera.
11.2.16

Progetti?
«Mi piacerebbe comporre un'opera: "La bottega del caffè". Qualcosa di sperimentale, legato all'elettronica».

Il titolo rimanda alla tua unica esperienza sanremese nel 1984.
«Eravamo già alla canna del gas. Stava per finire il mio legame con la CBS, mi portarono lì ma mi dissero: "dopo ti devi ridimensionare". Stamparono a malapena il disco. Ero in un down pazzesco, sembravo in astinenza da qualsiasi cosa, avevo i nervi a pezzi e mi creai intorno tutta una mia paranoia».
(intervista a PAC – 2013)

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Può il festival di Sanremo legarsi a carnevale? Direi proprio di sì: non solo per il periodo in cui è iniziato (proprio di martedì grasso) ma anche perché è, a tutti gli effetti, una carnevalata, con l'unico neo che il pop italiano non riesce a uscirne neanche quando va a coricarsi. Circo che stritola tutto, la cui ignoranza non è quella saggia delle maschere popolari ma quella del potere (ricordate Augusto Tretti?). E a questo proposito, c'è un legame ancor più profondo tra Sanremo e le mascherate di febbraio, attraverso un personaggio della musica italiana che proprio sul carnevale ha forgiato il suo stile: Alberto Camerini.

Lo conoscete tutti: un po' per i suoi successi degli eighties, un po' perché non ha mai abbandonato le scene (è in tour proprio in questi giorni), un po' perché, con le sue sole forze, negli anni Duemila era quasi tornato all'immaginario giovanile riciclandosi come zozzo neopunkettone digitale con Cyberclown, disco geniale ingiustamente sottovalutato dalla critica. Di fatto è oramai un classico vivente grazie alle sue hit "Rock'N'Roll Robot" e "Tanz Bambolina", che dietro l'apparente sciocchezza dei ritornelli nascondono riferimenti politico/filosofici piuttosto importanti. Ad esempio, in "Rock'N'Roll Robot" la fanno da padrone il transumanesimo e i motti settantasettini di autonomia operaia ("lui"—il robot—"lavora duro / tu libera sarai"), mentre in "Tanz Bambolina" si toccano i temi della meta-filosofia del linguaggio derridiana e della Differenza E Ripetizione di un Deleuze (la stessa frase, "ti amo", ripetuta in loop con lingue diverse) oltre a quella che sarà l'incomunicabilità otaku del futuro (come faccio a dirti vuoi ballar con me/ se non riesco a dirti vuoi ballar con me). Eh sì perché le radici di Camerini sono quelle impegnate dei movimenti universitari giovanili, che lo porteranno dopo una notevole esperienza come richiestissimo chitarrista di sala (dagli Stormy Six a Patty Pravo), alla Cramps, l'etichetta degli Area, con i quali dividerà bassista e palco.

Con la Cramps incide tre dischi dal '76 al '78, anno in cui abbandona le sue influenze prog rock/acustiche per buttarsi nel punk e nella wave, terreni musicali che gli permettono di raccontare al meglio la realtà dei giovani proletari italiani, tema costante nella sua carriera. È infatti proprio in questo periodo che si palesa la maschera dell' "arlecchino elettronico": il moderno servo povero che mantiene in sè le caratteristiche demoniache delle origini (il rock, la musica del diavolo) e l'apparente stupidità dei lazzi (il pop, leggero come una piuma ma forzatissimo, proprio per dare fastidio) fuse dall'elettronica (l'incognita del futuro ancora politicamente non inquadrabile). L'idea gli viene unendo due tradizioni dei paesi che più ama: il Brasile (terra natia in cui il carnevale è un must) e l'Italia (terra d'adozione con la sua commedia dell'arte). Alberto comincia a studiare Goldoni per dare una continuità storico culturale al suo personaggio, e frequenta i corsi di mimo diretti nientepopodimeno che da Maurizio Nichetti. Il punk e il primo new romantic sdoganano i capelli a sbuffi colorati, l'androginia e il recupero delle maschere rock come quella di Bowie: Camerini le inserisce nel suo concept, e fra l'80 e l'82 si troverà catapultato ai primi posti delle hit parade, acquistato da cani e porci. Ovviamente a conseguenza di ciò, come appunto per Ziggy Stardust, dopo l'ascesa seguirà—ahimè la caduta.

Nel 1984, proprio sul palco dell'Ariston, il personaggio dell'arlecchino elettronico esala l'ultimo respiro. È un epilogo in un certo senso inaspettato, poiché l'anno prima Camerini ha tirato fuori dal cilindro un singolo capolavoro, "Computer Capriccio", che in pochissimi minuti mescola musica da videogame, punk rock, arie d'opera e il suo classico retroterra seicentesco. "Noi siamo così / Generazione elettronica": il manifesto insuperato non tanto di una generazione, ma di circa tre, con una lungimiranza spaventosa in frasi come "se il futuro ti spaventa non puoi più farci niente oramai è qui", e siamo solo nel 1983.

Nonostante tanta preveggenza la stampa è contro di lui e soprattutto lo è il pubblico che, trascinato dal miraggio del secondo boom economico, si sta spostando su territori di normalizzazione estrema (quelli che porteranno al successo dei vari Ramazzotti e compagnia bella, gente sì di borgata, ma dall'immagine di bravi ragazzi puliti e pettinati). Come confesserà lo stesso Camerini, la CBS vuole a tutti i costi ficcarlo nella carreggiata dello yuppismo; lui abbozza e sintetizza al massimo la sua maschera, ridotta a un gilet a rombi colorati, e per il resto sembra la controfigura di Dan Harrow. "La bottega Del Caffè", però, è un interessante recupero in salsa elettronica delle sue origini Brasiliane, e forse anticipa alcuni aspetti della world music al silicio, in parte ispirato dall'Hancock periodo "Sound System" (il retro, "Pizza Break", è in questo senso esplicito). Ad ogni modo, il testo che parla di caffè sorseggiati con la ragazza per "volare in alto", è evidentemente un cripto-inno al cannone fumato dopo pranzo (bottega del caffè = coffee shop, d'altronde), per quanto spacciato come omaggio a Goldoni, noi non ci caschiamo. Allo stesso tempo, però, è un sincero affresco della situazione critica di Alberto, il cui unico desiderio è di evadere dalla schifosa realtà, come suggerisce la malinconia del brano. Il pubblico di Sanremo lo prende in parola e lo affossa in un deludente sedicesimo posto.

Passa dunque un anno, in cui molte cose cambiano: il Biscione è il nuovo Dio, in seno alla borghesia nascono sottoculture inedite come i Paninari, le ragazzine impazziscono per Luis Miguel e per i bellocci di turno, la musica pop fa grossi passi indietro con il ritorno dell'immaginario sixties, l'incubo nucleare aleggia sul mondo (e irromperà nella realtà proprio nell'86 col disastro di Cernobyl). V'immaginate Camerini con le mani nei capelli? Io sì. Ai ferri corti con la CBS, tenta di riallacciarsi al mondo giocando la carta del presente anziché quella del futuro. Vedremo più avanti che, involontariamente, sta in realtà intuendo una situazione ancora una volta futuribile, con paradossale lungimiranza. A produrre c'è ancora il fido Roberto Colombo, mentore dei capolavori dei primi ottanta: di lui oramai sapete tutto, ma forse ignorate che i due erano compagni di liceo, quindi uniti da un solido feeling. I due sono così in simbiosi che spesso non lasciano entrare nessun altro in studio. Stavolta però il traguardo non è spingere sull'elettronica in maniera esasperata, quanto farne una colonna sonora adolescenziale più patinata possibile. Nasce cosi "Angeli In Blue Jeans" del 1986. Shock già dalla copertina: Camerini è senza trucco, con una semplice t-shirt bianca, atterrisce quasi quanto i Kiss a volto scoperto di Animalize. E la stessa cosa accade con la musica.

In un mondo in cui il proletariato si sta letteralmente rincoglionendo con illusioni di ricchezza e i nuovi miti sono quasi tutti importati dall'America, Camerini cerca di interpretare la situazione come può, sia in fase testuale che musicale. Da una parte, appunto, usa un'elettronica digitale al limite del jingle e una specie di rock AOR rutilante, limitando gli interventi di musica classica alle melodie, mai importanti come questa volta. Dall'altra i testi oscillano fra l'agiografia giovanilista e l'ironia criptica. Esempio: "Va Bene Cosi", che oltre a scippare un noto motto di Vasco, si produce in una specie di "ma che ce frega ma che c'importa" di nuovo conio "Anche se mangi solo hamburger / Anche se pensi col computer / Anche se sei radioattivo / Va bene così". Camerini spera che tutto si sistemi, confidando nella passione condivisa per le novità: nel frattempo rileva che "Anche se c'è di nuovo il boom" la medaglia ha il suo rovescio "Anche se poi sei sempre in rosso / Anche se sei in paranoia / Va bene cosi"? Ovviamente no. Incredibilmente il riff iniziale sembra quello di "She Drives Me Crazy" dei FYC, uscito tre anni dopo.

"Angelo In Blue Jeans" è una ballata d'amore alla Elvis, a base di bassi fretless stile "Take My Breathe Away", tastiere e chitarre in zona vapor. Un flirt con una "superconiglietta troppo fragile", che ha avuto "quanti amori, quanti, quante volte hai detto no". Insomma chiarissimo spaccato dell'edonismo anni ottanta pre-AIDS, trasfigurato in un senso di libertà tipica dei primi amori. Forse un brano per acchiappare il cuore delle preppy.

È poi la volta di "Cuori Senza Rima", altro rock plasticoso che descrive una serie di quadretti. Prima una coppia di paninari descritti con minuzia di particolari "Lui è un gallo / Occhiali neri" lei letteralmente un' "Oca di plastica". Poi una ragazza che si rompe il culo in ufficio e sogna il principe azzurro che la salvi, poi un rockettaro senza una lira che va in discoteca a rimorchiare una dark, tutti quanti "alla deriva". Ecco che quindi Camerini si pone come "narratore esterno" indeciso per chi provare simpatia. La sua visione del periodo è inquieta e inquietante, i suoi personaggi persi nella superficialità delle loro stesse pose: quindi forse Alberto, più che altro, prova pietà per una situazione umana che sta perdendo aderenza alla realtà. Nell'ariosa melodia di "Monnalisa" è ribadita l'elettronica del "finto" (finta chitarra, finto tutto): non è quella di Ivan Graziani, sembra più l' "Albachiara" di Vasco ma veste come un maschio, non ama le catene, è alla moda e una grande egoista, "di giorno non pensa che a se", ma "stasera chi lo sa". L'amore è l'unico antidoto alla de-umanizzazione.

"C'è una chitarra" è un pezzo che purtroppo sembra pescato dal repertorio di Bryan Adams, una canzone d'amore e riscatto abbastanza inutile. La successiva "Romeo" si basa sullo stesso soggetto, ma gli arrangiamenti sono leggermente più interessanti nel mischiare elettronica, rock AOR e reminescenze glam ("Leader Of The Gang" di Gary Glitter in primis). Il protagonista amerà la sua fanciulla "anche solo in blue jeans", abbigliamento che ritorna in gran parte dei brani del disco rovesciando il simbolo dell'America opulenta con quello "della strada", dei senza una lira.

Ed eccoci al brano controverso, "Storie Cosi"'. In questo pezzo Camerini mette pericolosamente sullo stesso piano i dark e i paninari, poiché "storie così, tanti problemi pochi soldi e tante novità". Nonostante la confusione nel trattare le sottoculture giovanili con un linguaggio in cui la parola "panino" è usata eccessivamente, Alberto riesce a dipingerle come moda passeggera, come uno dei tanti sistemi usati dai giovani per affrontare la vita. Storie tese appunto, anche qui cercando di mettere insieme il fuoco e plastica, banalità e lucidissime intuizioni musicali (notevole l'assolazzo di chitarra). Citando i Van Halen di "Jump", "Ti voglio" è invece un inno alla moto e alla corsa senza meta come libertà assoluta. Una metallarata allo stesso tempo in linea con il feticismo paninaro, con intermezzi elettronico/effettistici inusuali a descrivere le praterie suburbane dove pascolano i due centauri.

Il disco termina con l'imprevista e bellissima "Bettina", ennesima incursione nel barocco italiano, un pezzo completamente diverso, lontano dagli spettri del contemporaneo, solo voce e chitarra acustica.

La libertà dell'inattuale è l'unico modo per ribellarsi e sigla la fine del rapporto con la CBS e del Camerini popstar, anche perché Colombo lo tradisce per lavorare fisso con Miguel Bosè, che lo proietta in campo internazionale. A questo punto Camerini esplode e si fa un periodo di TSO, perde la moglie, perde la casa. Come succede a tanti geni, mentre essi cadono qualcuno fa i soldi alle loro spalle: ecco infatti (come accennato sopra) i burattini di Cecchetto saccheggiare le intuizioni di Alberto. Prima Jovanotti con le tematiche de "La Mia Moto", poi gli 883 con tutta la loro saga giovanilista/digitale/fumettistica/provinciale spogliata dalla poesia e data in pasto alla tamarraggine. In poche parole, Camerini ha previsto, nella sua crisi d'identità, la generazione di oggi che mischia tutto senza averne grossa coscienza. Nessuno gliel'ha mai riconosciuto: su quel palco oggi dovrebbe starci lui come ospite d'onore, altro che Ramazzotti. Ma visto il contesto di merda, siamo d'accordo con Alberto: "Va bene cosi".

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