La rivoluzione di Chance the Rapper

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La rivoluzione di Chance the Rapper

Il nuovo mixtape di Chance the Rapper è un percorso all'interno del suo mondo fatto di Fede e fragilità, ma anche eccessi ed esaltazione, accompagnato da cori gospel, autotune e Justin Bieber.

Immagine di Adam Mignanelli e Lia Kantrowitz.

I rapper sono quasi tutti più o meno credenti, ma allo stesso tempo la maggior parte dei loro fan non ha alcuna voglia di ascoltarli rappare di religione. In effetti quello della religione è quasi un tabù della musica moderna, e si potrebbe dire che per gli artisti l'argomento funziona allo stesso modo che per i candidati alle elezioni: la Fede è un orpello, qualcosa di dichiaratamente presente, ma di non troppo sbandierato, per non rischiare che la gente si chieda se Dio, o chi per lui, possa in qualche modo annebbiare le capacità di giudizio di quel tale politico. Parlare o rappare di religione è considerato ok solo finché chi lo fa vive in una situazione di disagio, ma appena ci si avvicina alle luci della ribalta l'audience cambia sensibilmente. Recentemente il paradosso del rap che tratta di fede si è concretizzato a sfavore di star del Christian rap come Lacrae, di Houston o Dee-1, dalla Louisiana e lo stigma del rap a tema religioso, in generale, esiste fin dai tempi di "Return of the 'G,'". All'epoca André 3000 rappava "them niggas that think y'all soft and say, 'Y'all be gospel rappin',' but they be steady clappin' when you talk about bitches and switches and hoes and clothes and weed", quasi a sottolineare una disparità di trattamento quando gli argomenti si fanno personali. In un modo più o meno simile su "Jesus Walks," che gli è valsa un Grammy, nel 2004, un giovane Kanye West si chiedeva: "If I talk about God, my record won't get played!?"

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Il nuovo album di Chance the Rapper, Coloring Book, si pone in questo contesto con l'idea di riuscire ad erigere un ponte che possa unire due sponde di un fiume su cui da un lato siedono i pii e dall'altro gli atei. Il suo ponte è fatto sia di devozione che di gusto per l'auto-sabotaggio e le tribolazioni, il tutto raccontato da canzoni che pulsano di gioia cristiana e orgoglio in un disco indipendente che arriva da una città nella quale la maggior parte dei ragazzi di colore non arriva all'età legale per bere una birra. Coloring Book definisce meglio le intenzioni che già Kanye aveva dichiarato di voler seguire con The Life of Pablo, salvo poi perdersi via tra GoPro e buci di culo. Nella purezza espressiva del gospel si capisce quanto Chance si affidi completamente a un potere superiore ed è proprio quella fiducia a conferire a Coloring Book questa atmosfera sacrale, a partire dai sample dei cori in "No Problems" e "Angels" fino alle frequenti apparizioni di intermezzi con il Coro dei Bambini di Chicago, passando per le comparsate del rivoluzionario del gospel Kirk Franklin.

Eppure Coloring Book non è solo un disco di Osanna, anzi: l'idea alla base non è che la religione sia un'ancora di salvezza con cui evitare di farsi trascinare via dai problemi, ma piuttosto una fila di briciole utile a ritrovare la strada giusta attraverso i problemi. L'amore di Chance per la poesia e per il teatro potrebbe passare inosservato a un primo ascolto, ma c'è molta oscurità intorno ai punti di luce che mette in evidenza; così come in chiesa, tra un coro di preghiera e l'altro, si può ascoltare un lamento━lo stesso che Chance ha visto cantare da suo cugino al funerale della nonna, così come una visione straziante del giorno in cui rivedrà il proprio cane in cima alle scale del Paradiso o la cronistoria del giorno in cui ha quasi perso tutto per colpa di una dipendenza farmaceutica. Ogni canzone è circondata da quest'alone di speranza devozionale che spazia dalle difficoltà personali ai discorsi sulle gang che si sparticoscono la sua città. "We were still catching lightning bugs when the plague hit the back yard," canta in "Summer Friends." "Had to come in at dark cause the big shorties act hard."

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Se The Life of Pablo è il ritratto di Kanye che si rivolge ad un altare per cercare una luce con cui illuminare l'oscurità che gli annebbia la mente, Coloring Book è la fotografia di Chance the Rapper che guarda l'altra sponda, dopo aver appena attraversato un fiume di problemi, e ti spiega come ha fatto a farcela. Per ogni benedizione rappata c'è un'altra rima che racconta di quanto sia facile allontanarsi dalla luce, e di traccia in traccia il tape  assomiglia quasi a una battaglia tra bene e male per l'anima di Chance: da un lato c'è un ventenne a cui piace scopare e stare fuori fino al mattina, la cui storia viene raccontata insieme a Kaytranada nella house jam "All Night" o in pezzi sensualoni come "Juke Jam" e "Smoke Break"; dall'altro lato c'è il cibo per l'anima, tracce come "Finish Line/Drown" e "How Great."

La linea che separa questo disco dai dischi Christian rap è l'assenza di complessi riguardo il fallimento: in Coloring Book le avversità non sono raccontate per fornire un esempio su come affrontare i problemi e in generale non c'è un fine educativo. Dove molti altri artisti contemporanei decidono di ergersi come soldati impegnati in guerre più antiche di quelle che ha visto un rapper che compone la sua musica nel 2016, il disco di Chance sceglie invece di essere una semplice testimonianza, senza la presunzione di evangelizzare nessuno.

Al contrario di molto Christian rap (quello scarso, diciamocelo pure) qui non c'è alcun tentativo di esistere parallelamente al rap mainstream. Semplicemente, si entra nella stesso flusso e da Justin Bieber a Kanye, passando per Young Thug, Future, Jeremih, in questo disco trovano posto tutti i nomi più grossi degli ultimi dieci mesi. È poi tutto lasciato al talento di Chance che, come un camaleonte, riesce a rendere assolutamente coerenti le loro presenze traccia dopo traccia. Quando spunta Weezy si appoggia al flow tipico di Cash Money, e la presenza di 2 Chainz diventa la ciliegina sulla torta di "No Problems", ma al tempo stesso riesce a fare un uso impeccabile dell'autotune quando compare Future in "Smoke Break". Ogni featuring è giustificato e si riesce persino a percepire quanto sia importante per Chance riuscire a mettere su una traccia Kanye, mentre un coro di bambini intona il ritornello della sua canzone preferita del rapper di Atlanta, "We Don't Care", dimostrando di non essere solo un rapper esperto ma anche un esperto ascoltatore.

Il vero talento di Chance è la capacità di conservare il proprio estro mentre si adatta a stili musicali diversi e divergenti, senza mai perdere la rotta decisa per il suo mixtape. Sembra quasi che tutti gli artisti coinvolti si siano chiusi in uno studio per una settimana e siano poi usciti con questo prodotto, coerente e ben definito. Sarebbe presuntuoso considerare questo disco il miglior disco rap gospel di sempre, anche perché è davvero difficile riuscire a definire christian rap una roba su cui trovano posto "No Problems," "Same Drugs," "Juke Jam," e "All Night". Ed è anche importante, al tempo stesso, non dimenticarsi mai della sospensione dell'incredulità: anche se tutti ci gasiamo ad ascoltare la trap che racconta di chili sotto la sella del motorino non vuol dire che approviamo o supportiamo quella roba; è semplicemente una storia. Anche questa è una storia, e ha così tanto valore da poter andare oltre le differenze culturali e la diversità di credo religioso. Questo disco, anche se sembra Christian rap, è in realtà qualcosa che potremmo definire rap olistico: un'esplorazione del mondo di Chance che parte da fede e fragilità per arrivare a eccessi ed esaltazione. Milioni di persone camminano su questo stesso percorso ogni giorno, ma adesso hanno una colonna sonora per farlo.

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