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I 2nd Roof stanno un piano sopra al rap italiano

I 2nd Roof hanno prodotto praticamente tutto il rap italiano che ha senso ascoltare nel 2015, cioè Maruego e Gué Pequeno. Li abbiamo intervistati.
Sonia Garcia
Milan, IT

Se c'è una cosa di cui posso andare fiera è che, anche se non ascolto praticamente più rap, quando lo facevo ero sul pezzo e non ho mancato di intervistare telefonicamente i 2nd Roof più di un annetto fa, quando ancora il mondo doveva scoprire Maruego e Vero di Guè non era neanche stato concepito—probabilmente. Erano bei tempi. Ricordo di essermi fomentata a dismisura quando poi mi sono imbattuta in Maru e nel suo scandaloso EP di esordio, interamente prodotto dall'allora trio, oggi coppia di producer qua sopra. E non è che se ne vedono spesso di team di fanciulli che lavorano insieme sotto un unico nome, nel campo della produzione rap.

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Oggi, anno del signore 2015, il nome 2nd Roof lo conoscono anche nel mio paese toscano dimenticato dagli dei, e viene associato se non a Maru, ai tre album di Guè P di cui i tre sono produttori ufficiali: Il ragazzo d'oro, Bravo Ragazzo e Vero. E così il loro sound tamarro ma con garbo, ormai del tutto inconfondibile e anzi già mega imitato.

Mi è sembrato doveroso dare loro voce su questi canali perché magari l'anno prossimo producono bo, il rapper preferito da Mattia Costioli, cioè Eminem, e io ancora ferma alla mia intervista fantasma—nel senso che ho cercato ovunque su Internet ma non si trova più. Non ce lo possiamo permettere, siamo molto più svegli di così. Prestatemi attenzione.

Noisey: Come avete conosciuto Guè?
Pietro: Gué lo conosciamo da tantissimo perché abitiamo nello stesso quartiere. Noi siamo di una classe più piccola, '85, mentre lui era tra i più grandi, dell'80.

Di che quartiere siete?
Federico: Moscova. Abbiamo un po' di amici in comune, un giorno gli abbiamo fatto sentire delle robe, gli siamo piaciuti molto e lui ci ha inseriti nel suo primo album.

Capito. Quindi prima siete cresciuti con i Club Dogo, immagino.
Pietro: Sì, con Jake e Joe siamo sempre stati molto amici, giravamo insieme. Abbiamo passato grandi anni insieme, aldilà di Guè e gli altri, siamo comunque riusciti a crescere e ad affermarci come 2nd Roof.

Infatti, voi tre come vi siete trovati?
Pietro: Ci siamo trovati su un abbaino dove andavamo a registrare. Lì abbiamo registrato "Il Ragazzo D'Oro", "Come diventare grande", etc.
Federico: Abbiamo cominciato producendo per i cavoli nostri, rappandoci pure su. Poi poco a poco abbiamo iniziato a rompere le palle agli artisti, a far ascoltare i nostri beat e infine è arrivata la collaborazione con Gué.

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Rappavate pure voi quindi?
Federico: È stato un periodo un po' buio, non ne andiamo molto fieri, però sì. In sé non sarebbe neanche così male. Abbiamo stampato trentacinque copie, ma non credo che al mondo ci siano trentacinque cristiani che se lo siano ascoltato davvero. Sarà stato il 2004. Abbiamo iniziato verso i quindici-sedici anni.

E come diffondevate le vostre tracce?
Pietro: Su Myspace, ma i nostri incisi erano solo davvero per provare. Avevamo tante basi, erano talmente merde e le passavamo talmente tante volte, che a un certo punto abbiamo voluto provare a vedere come sarebbe suonata la nostra voce sopra. Cioè, sono tracce che abbiamo solo io e Federico.

Introvabili?
Pietro: Non ce le ha nessuno.

E che influenze avevate?
Federico: Sempre un sacco di rap, ma principalmente americano. Dogg Pound, Big Pun, Mobb Deep… Di italiano ascoltavamo poco e niente, a parte i Dogo e Sacre Scuole. Stavamo sul pezzo perché alcune robe ci arrivavano lo stesso, però preferivamo i francesi. Con i Dogo per forza eravamo sempre in contatto, perché ovviamente conoscevamo loro di persona ed eravamo più invogliati ad ascoltarli. Avevamo ben presente il lifestyle della persona, e ci piaceva vedere cosa ne emergeva dalle canzoni.

Old school italiano mai?
Federico: No, mai. Forse qualcosa dei Sangue Misto.

E basta?
Federico: Neffa magari. Ascoltavamo il rap milanese tipo Sacre Scuole Marracash Dargen… Non so se questo si possa considerare old school.
Pietro: Io ero proprio il più piccolo, che quando avevo diciannove anni ne dimostravo dodici. Aldilà di questo, ho un fratello più grande che ha sempre ascoltato rap. È dell'età di Guè, e ha una collezione infinita di dischi hip hop che poi mi ha passato completamente perché adesso ascolta tutt'altro genere. Ho continuato questa passione, perché è una delle poche che ho. Ho tipo più di settecento cd a casa.
Federico: Io invece al contrario avevo una sorella che ascoltava Britney Spears, me ne stavo ben alla larga quindi, e mi davo al rap americano o inglese, sebben non sia mai andato così forte là, in Inghilterra, e io quell'età facevo la spola tra Italia e Inghilterra.
Pietro: Io e Federico abitiamo nello stesso palazzo e fin da subito il rap è stata una passione che ci ha accomunato. Già alle elementari. Alle elementari ascoltavamo rap, e in Italia è molto raro.

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È un po' estemo in effetti, alle elementari non sapevo manco cosa fosse la musica.
Federico: Raccoglievamo le cassette di Hit Mania Dance Estate, e dentro c'erano già pezzi rap.
Pietro: Nel '96 i dischi di Tupac li divoravo. Avevo undici anni e mia madre era preoccupatissima per la musica che sentiva uscire dal mio stereo.

Ma capivi anche i testi?
Pietro: Quello non tanto perché non parlandolo non ero granché in grado di capirlo. Adesso sì, andiamo sempre in America, ma ai tempi no. Sei piccolino, e ti affascina la melodia della voce, il groove della batteria, etc. Quando sono cresciuto ho iniziato a capire i testi e un po' mi sono stupito. Tutti che sparavano qua e là… mi affascinava molto la roba del quartiere, la macchina bella del video, la catena d'oro. Non ne ho mai avuti, ma l'immaginario mi ha sempre affascinato.
Federico: A me pure, ciò però non vuol dire che abbiamo vissuto così in prima persona ovviamente. Ho iniziato a fumare le canne così, mentre ascoltavo The Chronic di Dr Dre. Siamo anche di un quartiere non malfamato, non è che potessimo emulare molto quanto vedevamo…

Esatto. Magari il gangsta rap di Biggie o Tupac parlava di violenza per strada e quartieri violenti, mentre voi abitavate in Moscova.
Pietro: Sì, un po' come Gomorra. Quello stesso tipo di suggestione. Alcuni immaginari hanno un fascino tutto loro, anche se sei perfettamente consapevole che non vorresti mai vivere in una di quelle situazioni. È un po' lo stesso meccanismo che si attiva quando guardi un film di Scorsese: sullo schermo è fico, quando hai una pistola in faccia un po' meno.

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Lo so bene perché io pure ho passato anni ad ascoltare solo Truceklan.
Pietro: Ecco. Quando poi vai in studio a registrare, con delle strumentazioni specifiche e complesse, l'approccio per forza che cambia.

Dove registravate all'inizio?
Federico: All'inizio inizio registravamo in casa sua, con sua madre che impazziva…
Pietro: Sì ma non è che registravamo tanto. Avevamo una cuffia collegata che usavamo anche come microfono, e basta. Usavamo metodi estremamente poveri, il minimo indispensabile.

Avevate qualche strumentazione particolare?
Federico: Un PC Windows XP credo.
Pietro: Adesso abbiamo delle casse monitor, una scheda audio decente, etc. È arrivato da poco perché fino a Il Ragazzo d'Oro usavamo un computer e basta. Quando però cominci a collaborare con etichette grosse, finisci in studi specializzati, capisci come stanno davvero le cose e impari. Senza il supporto di una major non ti renderai mai conto.

Adesso quindi fate tutto a computer?
Pietro: Sì abbiamo due tastiere con dei suoni che ci piacciono, e che abbiamo impostato e usiamo sempre.

Le prime commissioni quando è che le avete avute?
Pietro: Con Guè, quasi subito. Ci siamo trovati in Grecia con lui da me, che di solito in estate vado là a lavorare come cuoco. Ho casa là e lui ci è venuto a trovare, così abbiamo avuto modo di fargli sentire varie produzioni. Poi da lì una volta siamo andati a registrare cn Gué in Best Sound e da lì abbiamo poco a poco trasferito il nostro studio qua.

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Quindi ora fissi in Best Sound?
Federico: Sì, ormai sì. Adesso la visione che abbiamo della cosa è un po' più seria. Ti svegli la mattina, vai in studio, provi. Diventa un ufficio-lavoro serio, adesso abbiamo pure una segretaria. È una roba che non ci aspettavamo. È dello studio, non la nostra personale.
Pietro: Ci mancano solo i ticket restaurant.

Tu Pietro sei anche cuoco. Come fai a fare entrambe le cose, ed entrambe bene?
Pietro: Be' che anche in Grecia ho uno studiolo, poi comunque siamo in due e riusciamo bene a coordinarci anche a distanza.

Ci credo, totale affinità di gusti e preferenze?
Pietro: A volte è meglio quando ognuno porta a termine la propria idea e solo dopo si confronta con l'altro. Questo perché magari nel mentre il processo creativo subisce troppe influenze l'uno dall'altro, e viene ostacolato, per certi versi. Se sei in studio fisicamente con l'altro magari finisci per fare qualcosa di ibrido che non sa di niente, mentre se invece finisci il tuo progetto e parti da quello già completo, è meglio.

Ha senso. Io comunque mi ricordo che all'inizio eravate in tre, giusto?
Federico: Sì, il terzo l'abbiamo tagliato fuori perché l'odiamo. No scherzo Andy, ti voglio bene. Ciao.
Pietro: Abbiamo sempre lavorato in tre. Poi lui diciamo che si è stancato del genere. Noi siamo belli focalizzati su questo genere molto hip hop, lui ha cominciato a fare robe molto più pop, e quindi c'è stato un distanziamento stilistico. Siamo sempre molto amici, lui, Andrea, ha un altro nome, Andy 6pm, e anche lui è un autore firmato come noi per BMG. Adesso ha fatto un progetto fico con due popstar italiane, ed è contento. Lo studio ce l'abbiamo insieme e siamo sempre in ottimi rapporti. Adesso credo sia a New York. Noi questa cosa della musica la vediamo sempre come una grossa passione. Io ho sempre lavorato parallelamente come cuoco, Fede…
Federico: No [Ride]. Ho studiato modi per non lavorare.
Pietro: Si tratta sempre di un amore-passione che abbiamo sempre tenuto come un secondo lavoro, diciamo che è una cosa che se va va sennò non rimaniamo certo in mezzo alla strada.

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Sì, anche se dopo i successi degli ultimi dischi prodotti, direi che è assodato che state spaccando.
Pietro: Certo, ma nella mia visione io mi vivo tutto come una partita di pallone.
Federico: Esatto, ti devi preparare anche al corredo, e a tutto quello che c'è intorno alla partita. Per quello cerchiamo di essere più professionali possibile.

Anche qui, aldilà di quello che fate parallelamente, in questo lavoro siete bravi, e ciò basta direi.
Pietro: Sì a noi piacerebbe spostarci all'estero. Vado spesso a Los Angeles e Miami, quindi quando sono là facciamo molte sessioni in studio, con altri songwriter locali. Le cose sono più semplici là. Qualcosa in ballo ce l'abbiamo un po' di robe, tipo in Francia. Ormai con Guè si è creato un sodalizio, e spinge un sacco i nostri lavori. Adesso abbiamo fatto di recente un pezzo sul suo disco, "Tu non sai", con Joke e Maru.

Sì ho presente.
Pietro: Il nostro suono piace abbastanza là, speriamo bene. Adesso va molto questo tipo di sonorità, mentre un anno fa a comandare erano le basi à la Rick Ross, con le trombe e quei suoni lì. Oggi tutti i ragazzini si prendono bene per queste cose, perché alla fine è sempre un gioco a emulare qualcuno, e adesso è il momento di Maru e tutti provano a rappare con l'autotune. Diciamo che Maruego ha aperto nuove prospettive in Italia e anche con lui stiamo lavorando a robe fighissime nuove…

Bomba! Non a caso sono fan di Maru dal giorno zero, alla faccia dei puristi…
Federico: È ovvio che ci siano quelli. Non capisco come facciano a rimanere fermi sui suoni di vent'anni fa. Cioè posso anche farlo, ma non mi ci fisso, non pretendo che tutto rimanga uguale a se stesso nel tempo. Mi intriga la sperimentazione, l'innovazione. Questo per me non significa che non considero quella musica immortale, ma mi sembra obsoleto riproporla adesso, a meno che non sia rivisitata.

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Vi capita mai di interfacciarvi con queste mentalità chiuse, ostili a questi tipi di contaminazioni?
Federico: A me capita spesso il contrario, cioè gente veterana che ci ascolta e ci fa i complimenti perché alcuni passaggi ricordano il passaggio x del 2000. Il feedback è sempre molto positivo. Poi magari dietro le spalle questi hanno le bamboline voodoo e ci augurano tutto il male del mondo, ma in apparenza non è così.

In Italia non si è tanto abituati a trovarsi davanti a un team di produttori. È quasi più normale vedere le singole personalità spiccare per conto proprio.
Federico: La domanda più frequente infatti era "Come fate a lavorare in due/tre?" È ovvio che suscita curiosità. In America c'è il nome del producer, ma ci sono cinque persone che lavorano con lui magari.
Pietro: C'era proprio lo stimolo del team, anche quando eravamo in tre.

Si è visto. Un'ultima domanda sul vostro quartiere: ma se andate in giro per Moscova adesso vi riconoscono?
Pietro: Ogni tanto sì. I ragazzini delle piazzette lo fanno ogni tanto. Ci chiedono di far conoscere loro Guè.

E voi?
Federico: "Sì dai, magari settimana prossima, vediamo… sì ok. No." A me comunque una volta mi ha riconosciuto un pusher marocchino

[Rido] Ma come, dove?
Federico: In Corso Como, un grande fan di Maru. "Ehi 2nd Roof!" Idolo. Ora comunque vogliamo trovare un rapper peruviano…

Ah sì, dovete trovarlo. Intervista subito, se mai ne uscisse fuori uno.
Federico e Pietro: Eh sì. [Ridono]

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