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Noisey

Sopravvivere ai Cure: un'intervista a Laurence Tolhurst

Abbiamo parlato con il batterista originale dei Cure del suo libro di memorie, della sua amicizia con Robert Smith e della sua percezione del tempo passato nel gruppo.

di Mischa Pearlman
01 agosto 2016, 8:19am


Fotografia di Scott Witter

Laurence 'Lol' Tolhurst aveva cinque anni quando conobbe Robert Smith. Anni dopo, diventò un membro fondatore (e il batterista originale) dei Cure. Cured: The Tale of Two Imaginary Boys è il suo libro di memorie, un racconto incredibilmente sincero e personale che ripercorre la sua amicizia con Smith e il tempo passato nei Cure fino al 1989, quando se ne andò dal gruppo durante le registrazioni di Disintegration, il loro ottavo album. Il motivo, i suoi problemi con droga e alcool. Qua sotto trovate un estratto dal libro in esclusiva mondiale—che descrive la prima calata di sempre del gruppo negli Stati Uniti—e una conversazione con Tolhurst sull'origine del libro, sulla natura dei ricordi e sul duraturo potere della sua amicizia con Smith e il resto del gruppo nonostante tutto.

Noisey: Parleremo dell'estratto che abbiamo pubblicato tra poco, ma prima di tutto, perché hai deciso di scrivere questo libro?
Laurence ‘Lol’ Tolhurst:
Sono un lettore da una vita, e ho sempre voluto scrivere qualcosa. Mi sono sempre detto che un giorno avrei dovuto scrivere un libro. Tre anni fa, più o meno, un mio amico mi ha chiamato da New York e mi ha chiesto se avevo ancora intenzione di farlo, e gli risposi 'Sì, prima o poi'. E venne fuori che un suo amico che lavorava per una casa editrice stava venendo a Los Angeles, quindi mi chiese se mi andava di incontrarlo. Quel suo amico era Ben Schafer della Da Capo. Ci siamo trovati bene fin dalla prima volta che ci siamo incontrati, e le cose sono andate avanti in modo piuttosto liscio da allora.

Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare quando ti sei messo a scrivere? Magari il dover ricordare ogni cosa, o il tenere un alto livello di qualità di scrittura?
Entrambe le cose. La decisione migliore che ho preso è stata quella di affittare un piccolo ufficio. È solo a un paio di chilometri da casa mia, ma ci sono andato ogni giorno—bé, cinque giorni a settimana—per un anno. Mi mettevo lì per quattro o cinque ore, tiravo fuori il portatile e scrivevo. All'inizio era piuttosto difficile dato che i miei ricordi erano piuttosto arrugginiti, ma la mente funziona in modo strano. All'inizio pensavo, 'Come cazzo posso fare a ricordare quello che è successo 40 anni fa se a volte non riesco a ricordare quello che è successo la settimana scorsa?' ma è come quando giochi a domino—ti ricordi una cosa, la metti per iscritto e nel giro di due secondi una tessera cade e ne fa cadere un'altra. Mi è capitato di svegliarmi alle quattro del mattino, ricordarmi qualcosa e pensare 'Oh mio Dio, ecco perché è successo!" o 'Ecco cos'era successo dopo!' E allora, dato che mi era impossibile scrivere qualcosa di coerente così presto, prendevo l'iPhone e facevo una registrazione vocale dei miei borbottii mentre rassicuravo mia moglie che non stavo impazzendo ma stavo solo prendendo appunti. Insomma, è così che ce l'ho fatta. La cosa più bella è che più vai avanti meglio ti riesce. E allora sono andato avanti e ancora più avanti, e ho parlato a un sacco di persone. E alla fine si è rivelata essere la cosa più creativa che ho fatto da quando ho lasciato i Cure. È stata un'esperienza davvero fantastica.

Deve essere stato strano scrivere del tuo tempo nel gruppo dopo così tanti anni. E anche catartico, presumo.
Assolutamente. Alcune delle vicende che racconto sono successe così tanto tempo fa che me le sono fatte passare dentro nei modi più diversi, e opposti. Ora ho un'idea molto più chiara del loro significato, di quale sia stato il mio ruolo in esse e di quali siano state le conseguenze che hanno avuto su di me. Mio figlio ha 24 anni, sta studiando scrittura a San Francisco, ed è stato lui il mio primo editor. 'Fai un favore a tuo padre, leggi questa roba e dimmi se ho fatto qualche erroraccio,' gli ho detto, e lui l'ha fatto. Quando ha finito, mi ha detto, 'Sapevo già molte di queste cose, crescendo con te le ho già sentite, ma averle viste scritte mi ha aiutato a metterle in un insieme più grande.' Il che era il senso della cosa anche per me, penso. È un processo catartico perché ti fa capire chi sei, ti regala una prospettiva diversa sulla tua vita.

Parli anche del tuo alcolismo. È stato difficile ripensarci?
Sì. Ma una delle cose che mi hanno aiutato di più a scrivere il libro sono state le ricerche che ho fatto. Ho letto un sacco di libri di memorie e tra tutte quella che mi è piaciuta di più è quella di Duff McKagan dei Guns N' Roses, perché mentre la leggevo mi rendevo conto che aveva scritto la verità. Devi essere onesto quando scrivi e, se non lo sei, stai prendendo per il culo te stesso prima di chiunque altro. Buttare fuori tutto quello che hai dentro e mostrare a tutti le tue ferite di guerra non è la cosa migliore da fare, non aiuta nessuno, ma devi essere onesto. La parte sul bere... ho letto il libro di Pete Townshend, e ho pensato, 'Bé, Pete era un eroinomane e nel libro non ammette mai, nemmeno una volta, di esserlo'. Ma perché no? È parte della tua vita in fondo. Quindi mi sono sentito di essere completamente onesto quando ho dovuto parlare dell'alcool e delle feste e di come tutto è successo—ma sai una cosa? È diventata la mia più grande risorsa. La cosa che avrebbe potuto distruggermi è diventata la mia più grande risorsa perché mi ha permesso di guardare la mia vita da una prospettiva diversa.

Nella nota iniziale, parli della differenza tra "memorie" e "autobiografia", che è una distinzione molto importante da fare. È come se, più che ricordare, tu abbia rivissuto gli eventi che racconti.
Hai assolutamente ragione. È stata quella la parte importante—riviverli. Conosco fan dei Cure che avrebbero potuto scrivere una biografia meglio di quanto io possa mai fare, persone così ossessionate con fatti e dati che riescono a tenerseli limpidi in testa. Ma non era quello che volevo scrivere. Volevo spiegare come tutto è iniziato, perché nessuno lo sa. Nessuno sa come ci siamo conosciuti, com'è stato crescere dove siamo cresciuti e perché tutto questo ha influenzato il gruppo e quello che abbiamo fatto. Volevo spiegarlo prima di tutto a me stesso, e vedere dove sarei arrivato procedendo da lì.

La parte più difficile da scrivere è stata quella di mezzo, quella sui Cure mentre ero ancora nel gruppo. È la parte che più persone conoscono, e molti hanno un punto di vista ben determinato su quello che è successo. Ho dovuto fare attenzione, e parlare a un sacco di gente della cosa—ho dovuto fare un bel po' di ricerche, ecco. L'inizio, che parla solo di me e Robert e del modo in cui siamo cresciuti—e di Simon, e Paul, e Michael—è stata la parte che più mi sono divertito a scrivere, perché mi ha fatto ricordare il motivo per cui ci siamo messi a suonare assieme, perché fosse così importante e ci rendeva così forti, e mi sono sentito felice.


I Cure dal vivo nel 1981, fotografia di Andy Linden

È stato bellissimo leggere della tua amicizia con Robert in quei primi giorni—quando eravate due monelli in giro per le strade di Crawley, e di come il vostro rapporto prima, e la vostra musica poi, vi hanno aiutati a sopravvivere.
È stata solo una questione di difenderci dal luogo e dalla situazione in cui siamo trovati. Eravamo una sorta di culto, la gente sapeva di noi ma non poteva toccarci con mano, e questo contribuì a far pensare a noi come a degli outsider. E la musica è venuta fuori anche da questo. È divertente, dato che ci chiedono spesso, 'Sapevi che saresti diventato un musicista?' ma nessuno sa mai quello che diventerà. Saremmo potuti diventare traslocatori. Sapevamo che volevamo fare qualcosa di diverso da quello che vedevamo quando ci guardavamo attorno, e quella era la forza che ci motivava ad andare avanti. Il caso e la fortuna ci hanno aiutati, ma è stata anche questione di perseveranza. Sono stati tutti quei fattori assieme a rendere i Cure quelli che sono, e non solo uno di essi. E me ne sono reso conto proprio scrivendo il libro.

L'estratto racconta il vostro primo concerto di sempre negli Stati Uniti, nel 1980. Quanto riesci a ricordare di quella sera?
In realtà i ricordi che ho di momenti simili, i primi momenti in cui abbiamo fatto qualcosa, sono cristallini. Perché ce ne sono stati molti. Ricordo, e molto bene, la pianta del primo hotel in cui siamo stati a New York, com'era il bar nel sotterraneo dell'albergo, e il fatto che la ragazza che vendeva sigarette e caramelle al bancone aveva un lifting fatto davvero male, e non ne avevo mai visto uno su qualcuno prima di allora, e non riuscivo a capire perché fosse sempre lì a sorridere ogni volta che la vedevo, anche quando era palesemente turbata. Insomma, ho un sacco di ricordi del genere, che mi si sono incastrati in testa chiaramente. Le cose si fanno più difficili più avanti, quando abbiamo iniziato ad andare in tour ed è diventato tutto molto più offuscato.

Mi ha colpito molto il fatto che le cose siano cambiate molto poco per quanto riguarda le tensioni razziali e i pregiudizi, così come la divisione tra ricchi e poveri—o, come li chiami tu, "quelli che hanno e quelli che non hanno." È per questo che hai scelto di condividere questo estratto? Volevi esprimere un'opinione sull'America di oggi, o è solo una coincidenza?
Oh, sì. Penso che ci siano molte somiglianze. All'inizio del libro siamo prima del Mercato Comune Europeo, e ricordo che allora in Inghilterra c'erano cose tipo la settimana da tre giorni, o settimane in cui toglievano l'elettricità per quattro giorni a settimana perché non c'erano abbastanza persone per far andare le centrali. Non era così bello come tutte le persone che vogliono lasciare il Mercato Comune ricordano. Anzi, era piuttosto deprimente. E lo stesso valeva per New York.

Arrivammo a New York nei primi anni Ottanta, e la situazione era piuttosto disagiata. Anche a Los Angeles, ci sono un sacco di posti che sono stati ripuliti da cima a fondo rispetto a quando li vidi per la prima volta. E sì, c'è un collegamento con il presente, assolutamente. È come se la storia fosse sempre ciclica. Sarà interessante vedere che cosa verrà fuori da tutto quello che sta succedendo ora. La maggior parte delle società occidentali sono forme di imperi—c'è stato l'impero britannico, e prima c'era l'impero romano, e dalla fine dell'ultima guerra mondiale c'è stato l'impero americano, che ora sta vivendo il suo ultimo periodo. È per questo che sta venendo fuori questo nuovo Nerone, Trump. Penso che l'esperienza umana e le reazioni umane a quello che sta succedendo non possano cambiare tanto. Sfortunatamente tendiamo a non ricordare molto il passato, ma pensiamo che ogni volta la situazione parta da zero e sia completamente nuova quando in realtà affrontiamo sempre le solite, stupide questioni. Secondo Michael era un bel passaggio da pubblicare perché fa capire quanto la situazione, allora, fosse simile a quella di oggi, e quali sono le nostre reazioni di fronte ad essa. Sì, è un libro che parla del gruppo, e in fondo la storia sarà sempre la stessa, ma volevo scavare un po' più nel profondo. Perché è anche il racconto di come sono cresciuto, di quello che è successo alla gente che ha vissuto quell'epoca, di dove sono ora e di come siamo tutti coinvolti.

Per quano riguarda la tua vita, è come se ci fosse uno splendido senso di redenzione personale. Sembri in pace con te stesso, da cui il titolo del libro penso.
Certo, è la verità. Molti verranno da me e, se sanno qualcosa della mia storia, mi chiederanno se ho dei rimpianti. Qualche settimana fa sono andato a vedere i Cure dal vivo a Los Angeles. Volevo dare a Robert una copia del libro e volevo vedere i miei amici. A volte mi chiedono, 'Non sei triste di non suonare?' Ma non è quello il punto. Il punto è quello che abbiamo fatto, quello che continua a succedere e quello che continuerà a succedere. E mi sento una grande parte di tutto questo. Ho fatto pace, a livello mentale e personale, con tutte le stranezze e le cazzate che sono successe. La maggior parte delle cose che racconto nel libro sono successe prima dei miei trent'anni. E mi manda fuori di testa pensarci, pensare che mio figlio ha 24 anni e che, quando io avevo la sua età, mi era successa tutta quella roba. Ma non ho rimpianti. Non puoi averne. Le cose sono quelle che sono, e qualsiasi cosa è successa doveva succedere.

Il libro mi ha aiutato a riallinearmi, a trovare conferma del motivo per cui molte cose sono successe, e a capire in che modo potessi crescere personalmente rendendomene conto. Il me trentenne non avrebbe guardato le cose come il me cinquantasettenne. Per esempio, se non avessi lasciato il gruppo e non mi fossi lanciato in quella causa che mi ha fatto perdere milioni di dollari forse avrei una casa più bella in cui vivere, che ne so. Ma magari non avrei mio figlio, perché non sarei stato abbastanza sano di mente da diventare un padre. Sono cose totalmente intangibili, quando sei giovane. È divertente, perché recentemente ho letto una cosa che ha detto Robert, qualcosa tipo 'Mi sto divertendo un sacco—nonostante me.'

Ed è questa la cosa fondamentale. Potrei guardare il bicchiere mezzo vuoto e dire, 'Povero me, dovrei fare questa cosa, o questa, o quest'altra', ma non sarei io e se lo facessi. Mi sento rinvigorito, ora che ho scritto questo libro, e ho un sacco di nuove prospettive sulla mia vita. In un certo senso, era uno dei motivi per cui abbiamo fondato i Cure è stato il rifiuto che provavamo nei confronti del tentativo che la società inglese stava facendo di vessarci e imprigionarci in quella che sarebbe dovuta essere la nostra classe. Ci siamo rifiutati di restare lì, fermi, e non abbiamo accettato il fatto che ci venisse imposto di non poter diventare delle persone diverse. Ovviamente parte della cosa viene dal punk, è stato il punk a darci una voce, ma—e ti sembrerà strano—eravamo persone piuttosto ottimiste, in fondo. E mi sento tuttora ottimista. Ogni tanto nella mia vita sono successe cose che mi hanno buttato giù, ma non è quello il punto. Il punto è come usare le proprie esperienze, dato che siamo al mondo solo per un po' di tempo e non abbiamo la certezza di quello che può succedere. E sono determinato a non pensare solo a questioni materiali, ma a cercare un successo spirituale, a cercare di sentirmi pieno e a posto con me stesso. E scrivere questo libro mi ha aiutato proprio in questo senso.


La copertina del libro è di Pearl Thompson (detto Porl), che ha suonato la chitarra nei Cure e curato la maggior parte delle loro copertine.

Un estratto esclusivo da Cured: The Tale of Two Imaginary Boys

La New York dei primi anni Ottanta, la New York del sindaco Ed Koch, non era bella. Cadente, coperta di graffiti e tormentata da violenza e crimini, era a dir poco un posto crudo. Solo qualche mese dopo, Mark Chapman avrebbe freddato John Lennon di fronte all'Hotel Dakota. L'era della Pace e dell'Amore era decisamente finita e, come nel Regno Unito, la scena punk era emersa dal caos primordiale. Basta guardare la splendida foto dei Cure su Columbus Avenue, scattata da Allan Tannenbaum, per percepire la tensione che attraversava la città: il meglio che New York aveva da offrire a passarci accanto, a guardarci confusi e incapaci di comprenderci.

Il nostro primo concerto di sempre negli Stati Uniti non fu a Manhattan ma all'Emerald City di Cherry Hill, in New Jersey, appena fuori Philadelphia, il 10 aprile 1980. Per quello che ci riguardava, era come andare su Marte. Era così lontano da quello a cui eravamo abituati. Il locale era una discoteca, e il pubblico aveva deciso di passare la maggior parte del concerto dandoci le spalle, coperte da camicie di plaid, seduto al bar sorseggiando dai suoi bicchieri. Robert cercò, coraggiosamente, di radunare le truppe.

"Siamo i Cure e questo è il nostro primo concerto in America!"

Anche se sarebbe potuto essere un disastro, in fondo riuscimmo a convincerli. Arrivati alla fine del concerto, gli applausi di convenienza erano diventati grida di approvazione. Fu un piccolissimo, quasi minuscolo inizio rispetto all'enorme successo che i Cure avrebbero avuto in America.

A Washington, DC, ci rendemmo conto del lato più complesso della vita in America. Quando entrammo in città e ci rendemmo conto che era divisa tra chi aveva e chi non aveva fu uno shock. La sensazione era quella di trovarsi di fronte a una ghettizzazione a tutti gli effetti. Fu un'esperienza illuminante. A Londra tutte le razze ci sembravano mischiate assieme, ma la sensazione che provammo lì fu profondamente diversa e la differenza era immediatamente palese.

Tratto da Cured: The Tale of Two Imaginary Boys di Lol Tolhurst. Copyright © 2016. Disponibile da ottobre 2016 su Da Capo Press, un marchio della Perseus Books, LLC, sussidiaria di Hachette Book Group, Inc