Nadia Tehran manda affanculo la paura nel suo nuovo video per "Refugee"

"Questa è la mia storia; nello spazio vuoto tra i sistemi, non appartengo a nessun luogo e appartengo a ogni luogo."
10.6.16

Nadia Tehran non ha paura di nulla. Questo lo si capisce già dai primi dieci secondi del suo nuovo EP Life is Cheap, Death is Free, che si apre con il verso "With a mouth full of shit and a stolen tongue" e da lì in poi diventa sempre più abrasivo.

Cresciuta in una famiglia musulmana iraniana in una piccola cittadina cristiana in Svezia, Nadia Tehran esplora i limiti dell'identità personale e politica. È approdata al rap dopo aver passato l'adolescenza nella scena punk, e il suo motto sembra essere "Sono quello che faccio e faccio quello che voglio". La sua musica è un grido di battaglia contro ogni autorità, assorbito alla scuola di ribellione di M.I.A. Probabilmente, è questa filosofia ad aver ispirato la decisione di filmare il video della prima traccia dell'EP, "Refugee", con suo padre in Iran, cosa molto illegale.

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Nadia racconta: "Io e mio padre siamo andati in Iran a girare questo video. Quando ho attraversato quel confine non sapevo quanto questo progetto avrebbe coinvolto tutte le persone che mi circondano. Voglio ringraziare la mia famiglia e i miei amici per aver avuto la forza di starmi vicini. Questa è la mia storia; nello spazio vuoto tra i sistemi, non appartengo a nessun luogo e appartengo a ogni luogo. Questo è un commento sulla paranoia occidentale, e un occhiolino indirizzato a un regime che crede di poterci controllare. Non abbiamo altro posto se non l'opposizione. Nessuna paura."

Potete guardare (almeno dieci volte) "Refugee" qua sotto, e poi leggere la nostra intervista con Nadia di seguito.

Noisey: Il video di "Refugee" è stato filmato clandestinamente da te stessa e da tuo padre in Iran. Puoi spiegarci perché l'hai fatto, e com'è andata?
Nadia Tehran: Be', alle donne in Iran non è permesso di cantare, per cui il fatto che io me ne andassi in giro per le strade di Teharan ballando e rappando andava ben oltre la legalità. L'idea di questo video mi è venuta per cercare la mia appartenenza, le mie radici. Quando ho chiamato mio padre e gliel'ho spiegato, è stato chiaro da subito che avrebbe partecipato anche lui. Sapeva meglio di me in che tipo di guai avrei potuto cacciarmi. Abbiamo passato tutto il temo a nasconderci dalle varie autorità che volevano vedere il filmato. Siamo anche stati arrestati a un certo punto, ma io sono riuscita a nascondermi la memory card nelle mutande prima che aprissero la videocamera. Se non ci fossi riuscita, non credo che sarei qui ora.

Il video gioca con la paranoia del mondo occidentale sulle "persone come me" e l'idea di "immigrato cattivo". Allo stesso tempo volevo mostrare la mia forza nel contesto della mia famiglia e dei miei amici, e che non mi vergogno della mia storia. Tutte le persone che si vedono nel video sono miei amici e parenti, che mi hanno sostenuto davvero moltissimo durante la realizzazione del video. Andando in Iran, la mia idea era di mostrare il pugno duro contro i razzisti dell'Occidente, ma si è trasformato anche in una lotta democratica contro il governo iraniano. Sono una straniera per entrambe le parti, e lo sono sempre stata, ma per la prima volta mi sono sentita davvero a casa, tra un confine e l'altro.

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Il testo si scaglia contro l'anti-immigrazione e gli atteggiamenti della società verso le donne. Che cos'hanno in comune le due cose, secondo te?
Gli atteggiamenti negativi verso le donne non si verificano soltanto nel Medio Oriente, e il razzismo non è una caratteristica esclusiva dell'Occidente. Penso che entrambi questi problemi siano a livello globale. Parlo di strutture di potere, queste esistono in ogni parte del mondo. Gli uomini conservatori e razzisti hanno sempre sostenuto che gli immigrati sono "negativi per la società" perché "ci rubano il lavoro e stuprano le nostre donne". È questo che volevo attaccare.

Penso che ci siano molti politici, giornalisti e artisti oggigiorno che sono interessati soltanto alla "loro" lotta, invece di parlare di strutture che riguardano ogni abitante di questo mondo. La mia battaglia sarà sempre generale. Il razzismo e il sessismo e ogni tipo di ingiustizia sono tutti collegati, e finché c'è una persona che non è libera, nessuno è libero.

La prima cosa che dice il tuo comunicato stampa è: "Mentre il mondo diventa sempre più connesso, mentre i confini si restringono e si fondono tra loro, non siamo mai stati più consapevoli di adesso di che cosa significa appartenenza e di che cosa significa essere liberi". Che cosa significano per te questi concetti—appartenenza e libertà?
Sono cresciuta in una famiglia musulmana originaria dell'Iran in una piccola cittadina cristiana nella "bible belt" della Svezia, per cui il concetto di appartenenza non è una cosa con cui avevo molta confidenza. Quando ero più giovane mi rendeva agitata e frustrata, perché tutto quello che volevo e che mi mancava era sentirmi a casa. Ma ciò mi ha anche portato a mettere in discussione l'autorità, perché non mi sentivo mai a mio agio con l'ambiente che mi circondava, le regole e l'ordine costituito non sembravano avere senso. Ora questa agitazione mi motiva a continuare a cercare e a provare contesti diversi. Penso di aver trovato il mio posto proprio lì, a metà, una non-appartenenza. Sempre all'opposizione.

La libertà per me è l'assenza di paura. Non puoi sentirti libera finché provi paura. Il potere ha sempre usato la paura come mezzo per controllare le persone. I razzisti lo fanno. I terroristi lo fanno. La paranoia di oggi è una psicosi di massa. E ci porta soltanto a diffidare gli uni degli altri. Che cos'è che temiamo così tanto? La morte?

Leggo che sei cresciuta con il punk.
Quando avevo dodici o tredici anni ero una tipica outsider. Odiavo la scuola e tutti quelli che ci andavano, saltavo le lezioni e fumavo dietro la palestra ascoltando Broder Daniel, My Bloody Valentine, Smiths e Black Flag. C'era solo una band nella mia scuola e io volevo entrarci a tutti i costi. Così scaricai dei vecchi demo di Karen O da qualche blog e li mandai ai membri del gruppo dicendo che erano miei. Mi fecero entrare nel gruppo e suonammo insieme per un paio di anni, e poi entrai in circoli diversi. La musica punk era il modo perfetto per far impazzire i miei genitori, per trasformare i bulli in miei fan e per dire ai miei insegnanti di chiudere quella cazzo di bocca.