Nessuna differenza

Quattro ragazze dell'elettronica italiana che raccontano il loro percorso: Petit Singe, Lady Maru, Key Clef e Caterina Barbieri.

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15 settembre 2015, 11:00am

Appartenere alla categoria di persone che fin da piccole hanno sviluppato profonda repulsione—dovuta principalmente a mancato interesse—per le materie scientifiche/tecniche/meccaniche fa di me tutto ciò che le quattro ragazze protagoniste di questo articolo si impegnano quotidianamente a combattere, il che è ironico e non poco. Il cliché della tipa mentalmente insofferente a determinati argomenti di natura "complessa", "elaborata", che implicano una naturale predisposizione all'apprendimento pragmatico e teorico di regole, leggi e tecnicismi di ogni tipo, mi appartiene come non mai, e se arrivasse uno dei miei ex compagni di classe delle superiori mega secchioni proprio in quelle materie, ne saprebbe sempre e comunque più di me. In più non ho mai sviluppato un briciolo di passione per alcun tipo di strumento musicale, pur avendo studiato otto anni pianoforte ed avendo avuto l'opportunità, di fatto, di imparare a suonare qualsiasi cosa. Fa un po' ridere, come dicevo, che nonostante tutto sia proprio io a voler dare voce ad altre ragazze più o meno della mia età che al contrario, si sbattono da una vita per smuovere le acque in questo senso. E dato che solitamente qui parliamo di musica, è chiaro che sto ragionando in termini quanto più legati alla sua composizione tecnica, manuale, elettronica, appunto.

In Italia lo sfociare in musica delle migliori coscienze femministe ha fatto fiorire movimenti e scene, che seppure mutate nel tempo, oggi dispongono di un'eredità più che competente e in grado di fronteggiare i nuovi ostacoli che la società—anch'essa mutata—si ostina a ignorare. "Il mondo così come lo conosciamo, nella sua manifestazione sociale, è un mondo declinato al maschile, nel senso che fin’ora, ancora in tantissimi campi del sapere, quello che è stato scritto è stato scritto dai maschi." [Caterina Barbieri]

L'attitudine riot grrrl di fine Novanta/inizio Duemila sta cercando di farsi strada sotto vesti sintetiche ed elettroniche—e non sono io a dirlo, ma è una sacrosanta tendenza sempre più in diffusione—e l'handicap di essere in Italia, rallenta, ma non ostacola questo processo. In circostanze di coscienza collettiva sufficientemente progredita, questo articolo non dovrebbe neanche esistere, perché a nessuno dovrebbe stupire che quattro ragazze—Lady Maru (Roma), Key Clef (Roma), Petit Singe (Forlì) e Caterina Barbieri (Bologna)—si siano fatte strada nell'ambiente dell'elettronica sperimentale e ne siano diventate tra le più brillanti esponenti del paese. Eppure qualcosa mi ha spinto a scriverci su, a interessarmi del loro percorso, delle eventuali difficoltà riscontrate—leggi pure discriminazioni—e, visti i limiti elencati all'inizio, a provare profonda ammirazione per ciò che rappresentano. L'intento di questo post non è parlare di loro in quanto donne, eppure il conflitto interno sussiste; come potrebbe essere altrimenti, se di fronte a lineup cinquanta percento maschili, cinquanta percento femminili, la reazione media è il genuino stupore? Sì, facciamo ancora tanto schifo.

LADY MARU

La cosa importante del mercato è che al momento il DJ non è più soltanto quello che mixa, neanche quello che produce. Per produrre delle tracce bene, di qualità alta, devi essere davvero tanto preparata, avere una preparazione tecnica molto alta. Anche per quel che riguarda le mie tracce, ovvero la musica che scelgo quando faccio dj set. Quando ho suonato a Macao, ad esempio, ho fatto un casino. Ci sono andata cruda. Andare crudi in Italia funziona particolarmente bene, ma ovviamente per il pubblico medio è strano che una donna lo faccia. Dopo dei set in cui picchio ancora di più, spesso mi ritrovo dei ragazzi, anche gentilissimi, per carità, che mi fanno 'Che strana la tua apparenza così tranquilla, e poi picchi così duro sul set.'

Questa cosa stona, crea sorpresa.
Sì. Ho fatto sentire un po’ di pezzi che stavo selezionando al DJ prima di me, mio vecchio amico con cui non suonavo da tanto, e lui mi fa “Eh ma questa roba è heavy!”. Al che gli faccio sentire come suonano, e solo allora mi ha fatto i complimenti. C’è sempre questa cosa che le donne devono fare cose da donne, avere un taglio più delicato, se iniziano a picchiare automaticamente dà fastidio.

Ma è tipo una piacevole sorpresa la loro, o proprio incredulità pregiudiziale?
No, per carità, è ridicolo in ogni caso. Se sei donna e vuoi emergere, in ogni campo lavorativo, devi essere quattro volte più brava e preparata. Per avere credibilità devi essere completa al trecento percento, al contrario di un uomo con capacità tecniche e di ricerca minori, che riesce comunque a integrarsi. Appena una donna fa una cosa storta è subito attaccata. C’è un continuo doversi parare il culo con lo scudo. Come traspare qualche piccola debolezza, subito ti attaccano e in tanti anni riesci ad emergere a passettini. Nella carriera media di un uomo invece è tutto più accelerato, viene considerato, entra subito nel giro giusto, etc. Tutte queste cose purtroppo ci sono. Detto questo, non possiamo parlare solo in negativo. È anche vero che non si trovino materialmente tante donne che producono, e se si trovano fanno quasi tutte deep house, o comunque generi più tranquilli. I nomi ci sono, piccoli o grandi che siano, però non c’è tutta questa scelta, no? Quello poi è un problema delle donne stesse, perché non producono, che fanno?

Siamo endemicamente abituati ad accettare che prevalgano gli uomini, ad esempio, nelle line up di festival/serate, e un capovolgimento—o anche solo un equilibrio—numerico tende a stupirci. Questo fa riflettere.
È anche vero che ci sono più maschi che ci provano, non è vero che è sempre colpa loro. Hanno sicuramente più intraprendenza, se lo possono permettere, o magari hanno semplicemente più passione. Non so.

Forse è un sistema che si autoalimenta. Finché le donne crescono vivendo questa passione come eccezione alla regola, perché in genere se ne occupano altri, si instaurerà sempre il circolo vizioso che le spinge a tenere per sé le espressioni artistiche che ne derivano.
Questo potrebbe anche migliorare negli anni, e sicuramente è già migliorato nel tempo. Una donna anche se ha figli piccoli, a casa col computer può comunque starci, le cose le può fare. A livello globale abbiamo Ellen Allien, nomi grossi, ma nel medio piccolo c’è davvero poca roba. Tutto questo spero sia in fase di miglioramento e ripeto, temo le cause siano una combinazione tra tecnologia e intraprendenza, perché in questo tipo di mestiere bisogna essere abbastanza sicuri di sé da buttarsi avanti anche di fronte alle prime difficoltà. Appena inizi ti segano le gambe quasi subito, bisogna avere il coraggio di continuare e la pazienza di apprendere nozioni tecniche. È un campo complesso.

La preparazione tecnica credo sia indispensabile in questo campo.
Sì, perché non è come nel settore manageriale in cui ti serve solo la forza di volonta. Ti serve sia quella che la volontà di apprendere. Devi essere sia un nerd che smantella un synth, sia un manager che si mette a litigare per quando deve suonare, capito? Secondo me ci sono di mezzo tanti fattori, un po’ dipende dall’intraprendenza che manca nelle ragazze. Sarà anche un po’ colpa nostra, no? Io stessa a imparare le tecniche mi ci sono messa nel 2011, e ho ancora tantissimo da imparare.

Sì. Di serate a utenza non mista, quindi pensate da e per ragazze cosa pensi?
Dipende dallo stile con cui sono fatte. Se tutti gli ospiti sono di qualità, il mood è carino, l’intenzione è aperta, può essere simpatico. Io preferisco utenze miste, non mi piace ghettizzarmi con sole donne, mi sembra un po’ limitante. Sono abbastanza contraria di mio, ma se ti invitano, l’atmosfera è carina, le intenzioni sono tranquille, va benissimo. Non è che mi metto a discutere. Al massimo posso dire che non la organizzerei. In passato, assieme a dei ragazzi, abbiamo fatto i Lady Party, con sole donne che suonavano, ma se in qualche gruppo ci finiva qualche maschio andava bene lo stesso. Di recente mi hanno proposto di suonare in una lineup tutta al femminile e ho detto di no, preferisco sempre quelle miste. A me interessa suonare in generale, anche a piccoli eventi, non importa. Se posso evitare di fare cose chiudendo la cerchia alle sole donne, è meglio.

A livello di comunità come vedi l’ambiente di Roma?
Un network esiste sempre, e una bella cosa che facevamo anni fa erano i Lady Fest. Certo, riproporli ogni anno è impossibile, e infatti sono finiti, ma è indubbio che periodicamente la gente richiede questo tipo di eventi. La forza e la voglia nelle nuove generazioni c’è, e in queste cose serve sempre un coordinamento forte e coeso. I ragazzi di Amigdala, a Roma, con cui lavoro da un po’, fanno sempre attenzione al numero di artisti uomini e donne durante le serate, e anzi a volte prevalgono le seconde. Noi siamo quattro resident ad esempio, due ragazze e due ragazzi. La gestiscono due ragazzi gay la serata, e prediligono sempre dj donne, valutando sempre la qualità naturalmente.


KEY CLEF

Studiavo musica da piccola, facevo pianoforte, quindi una conoscenza tecnica della musica ce l’avevo già. Mi sono procurata una drum machine, su cui mi sono rapidamente chiusa. La uso ancora oggi per fare le batterie. All’epoca frequentavo l’ambiente rave sia a Roma che a Milano, e me ne andavo in giro con questa macchinetta dietro… facevo la fila come tanti e suonavo alle feste. Sono nata un po’ da quell’ambiente, avevo quindici anni. Piano piano poi mi sono fatta conoscere e mi è capitato di suonare di più.

Sarai stata una delle più piccole.
Sì. Ma manco me lo chiedevano quanti anni avevo [Ride].

Quante ragazze c’erano come te che suonavano?
Che suonavano le macchine nessuna a Roma. Non le ho mai viste con le macchine ai rave, sinceramente. Conosco qualche altra ragazza che lo faceva, però no, non si esibiva così. Vinili sì, per carità, a fare dj set ce ne erano insomma. Però live no, per cui mi distinguevo un po’. È così anche adesso nell’ambiente club eh, non è che a Roma siamo in tante. In realtà non conosco nessuna che si porta tutto l’ambaradan che mi porto io alle serate e ti fa il live vero e proprio. È molto raro, e ti dirò quando cominci a suonare tanto il live diventa una cosa scomoda. Per esempio, io che non ho mai avuto l’istinto perché faccio musica per il puro piacere di farla, ho cominciato a comprarmi i dischi e i giradischi per imparare. Questo perché se devo fare dj set, almeno voglio farlo con i vinili. Necessito di imparare anche in fretta, perché ora collaboro con LSWHR, quindi suonando tante volte in un mese fare il live ogni volta è scomodo sotto più fronti. Sia a livello di praticità, di trasporto, che di pagamento. Sto facendo un po’ il percorso inverso rispetto a tutti quanti.

Ho cominciato per gioco anche io, è bene ricordarlo. La prima macchina la pagai quaranta euro, non era chissà cosa, era un gioco fin dall’inizio, ma io ci facevo tanto. Era un Electribe ER1 della Korg. È una macchina di fine anni Ottanta, inizio Novanta che suona molto analogica, ti permette di fare un sacco di cose. Nasce come drum machine. Lentamente mi sono approcciata al digitale, e solo lì ho iniziato a fare caso agli aspetti tecnici di registrazione etc.

Che reazione aveva il mondo maschile che ti circondava?
Un po’ di discriminazione latente. Come se fosse assurdo che una donna si mettesse a fare musica, o come se tu, solo perché sei donna, già sei brava a prescindere dalla musica che fai. Oppure neanche ci credono del tutto che la musica la fai davvero tu. È straordinario secondo loro che una donna possa mettere le mani su quel tipo di macchine, assurdo, dove la trovi una donna così? Mi sono capitate delle scene in cui ho risposto anche in modo acido. Una volta mi hanno invitata a suonare in una festa in una villa, assicurandomi il rimborso spese che poi neanche mi hanno dato. Più avanti la stessa persona che mi ha dato i soldi, mi ha comunque fatto i complimenti per come avevo suonato. Poi ha aggiunto “Ma scusa, quella è tutta roba tua?” e io “Sì, ho fatto il live, è roba mia.” Al che lui ribatte “Ma tutta tutta?”, “Be’, sì scusa, perché tu come la produci la musica? Con la roba degli altri?” Ecco, c’è un po’ di incapacità mentale a comprendere che anche una donna si chiude a fare musica. Tra l’altro sono una persona che fa pochissimo ascolto, sia perché abito da sola fin da quando sono piccola, e spesso non avevo Internet a casa, sia perché ho sempre lavorato tantissimo, quindi il tempo che avevo lo dedicavo più alla produzione che all’ascolto. Ero veramente poco influenzata. Sperimento tantissimo e a volte sto fuori dalle righe, quindi a maggior ragione non aveva senso sospettare che non fossero mie produzioni.

Negli ultimi anni comunque devo dire che c’è un po’ più di rispetto nei confronti delle ragazze, almeno parlo del giro del Goa a Roma, in cui le resident sono spesso donne. All’inizio, quando ho cominciato a conoscere l’ambiente, sul fatto della produzione c’era un sacco di “Ammazza oh, sei una donna e fai musica! Caspita, sei cazzuta!” e neanche sapevano quello che facevo. Adesso magari c’è un approccio totalmente diverso, e comunque le donne sono molto apprezzate nell’ambiente.

Al di fuori di Roma hai contatti?
Come fascia è molto ristretta, e in genere cerco di conoscere chi sa dinstinguersi per bravura. Caterina Barbieri ad esempio usa i modulari, grande rispetto per lei.

Che ne pensi delle lineup al femminile per un pubblico femminile?
Vanno benissimo, ma non bisogna ghettizzarsi, per carità. Decidi di fare una lineup di un certo tipo di musica, perché in fondo si parla di questo, e magari non badi al sesso di chi suona. Poi esistono altre linee di pensiero che vedono la presenza delle donne solo perché fa più figo che ci siano, e che suonino. Sta lì il fatto. A Roma c’è un movimento che si chiama She Made, e fanno serate solo donne. Hanno sempre pochissime ospiti, però ecco, o chiamano grandi nomi su cui vanno sul sicuro, oppure nonostante si impongano di chiamare solo donne, non è che vanno alla ricerca di tutte quante le producer d’Italia. O a sponsorizzare artisti emergenti per forza. Dipende dalla bravura e dalla competenza di ognuna. È anche grazie a questo che sono stata scelta. Sono loro che per prime mi hanno fatto suonare alle serate, per esempio. Tanti uomini magari manco ti si cagavano. Io mi sono sentita dire un sacco di volte “Eh, vabe’, sei donna, sai quanto è più semplice per te?” No. Assolutamente. Anzi, proprio perché sono donna ogni volta mi metto in gioco e faccio il live. Io non alzo mai neanche mai gli occhi se non per sbirciare se la gente guarda o meno, perché sul momento mi sento molto giudicata. Non si può mai sapere se ciò che stai facendo arriva davvero al pubblico. Sono in tanti a rivolgersi così alle donne, naturalmente solo maschi. Adesso è un anno che sto frequentando questo ambiente di clubbing romano, e tutte le realtà nuove annesse. Devo dire che da quando mi sono fatta conoscere, la gente porta rispetto per le mie produzioni e non ho nessun tipo di discriminazione. Sono sempre le solite piccole cose, che ci sono sempre state in questo ambiente, e che danno fastidio.

Solito rischio di autoghettizzazione.
Sì, ma per come la vedo io è la stessa cosa di uno showcase di un’etichetta. Conta il prodotto, ma comunque non è che se c’è una lineup di sole donne, si crea più interesse di quando ce n’è una maschile.

PETIT SINGE

"Avendo io cominciato a fare musica senza un obiettivo particolare, non mi sono mai posta il problema della netta differenza tra presenza femminile e maschile nella musica elettronica/sperimentale, in Italia. Man mano che il progetto ha iniziato a prendere piede, quindi con le prime interviste, i primi live, le prime chiacchiere che si sono fatte, mi è stata posta questa questione di come io vivessi il fatto di essere la sola ragazza magari in mezzo a un universo a predominanza maschile. Non solo alle serate o ai live, ma anche, ad esempio, come release su etichetta. Ad esempio su Haunter sono l’unica ragazza che è uscita fin’ora. Diciamo che mi sono ambientata sempre molto tranquillamente, e a livello personale non ho mai risentito di discriminazioni o grosse differenze di trattamento. Sono sincera, ho iniziato a pensare a questa cosa da quando mi è stata chiesta. Anzi, avevo già dato per scontato di non conoscere nessuna ragazza come me. È solamente dopo un anno e mezzo che ho iniziato a vedere altre figure, sia a conoscerle personalmente che magari solo leggere i loro nomi. Anche se erano rapporti alla lontana, è comunque passato abbastanza tempo prima che io mi accorgessi che non ero sola."

Quando hai cominciato più o meno a fare musica?
Il progetto è nato a gennaio 2013. Prima di allora ho sempre fatto musica, elettronica ma più hardcore, drum and bass, techno, che però non avevano un nome. Li portavo avanti per conto mio, ma non avevano sbocchi. Era una cosa proprio fine a se stessa. Ho iniziato con Petit Singe per il fatto che andando avanti con gli anni, il mondo social mi ha aiutato un sacco a diffondere ciò che producevo. Le vecchie produzioni le proponevo in rete ancora quando andava Myspace, ma non era così facile. Non era come adesso. Haunter mi ha scoperto così, grazie alla rete. Conoscevo già Daniele Guerrini perché entrambi di Forlì, e quando mi ha detto che aveva in progetto di aprire una label a Milano è venuto un po’ tutto da sé, molto spontaneamente. Era un piacere personale di fare qualcosa di bello. Spesso dico che siamo nati praticamente assieme, perché quando mi scrisse Daniele ancora non esisteva niente. All’inizio spinsero molto Jump, nonostante non fosse una release ufficiale dell’etichetta—l’unica che ho fatto è stata Tregua, che è uscita un anno dopo.

Ai tempi ero l’unica ragazza, o perlomeno ancora non conoscevo nessuna. Mano a mano che conoscevo altre, chiedevo collaborazioni, non per spinta dell’etichetta, ma di mia iniziativa. Ad esempio avevo chiesto a Caterina Barbieri di fare una traccia insieme, perché mi piaceva moltissimo la sua musica e l’avevo vista live un sacco di volte. È una delle artiste più interessanti del momento, secondo me. Conoscendola di persona e trovandomici bene, aldilà dell’etichetta, è stata proprio una genuina voglia di creare qualcosa insieme, visto che siamo in due, siamo in poche, approfittiamone.

Le strumentazioni sono sempre state associate a un mondo maschile. È più facile trovare ragazze in altri generi, è più facile che prendano in mano un basso, una chitarra, uno strumento vero e proprio. Mentre ad apparecchiature all’apparenza un po’ più complesse, come un synth, un programma di produzione tipo Ableton, è più difficile associarci la figura di una donna. Per qualche motivo, tutti questi strumenti per fare musica elettronica sperimentale non sono vicini al mondo femminile.

Certo, secondo l'assurda logica per cui è più logico che di questi macchinari complessi se ne debbano occupare gli uomini, mentre è meno logico che siano le donne a farlo.
Esatto, qui in Italia non siamo ancora pronte a livello mentale. Magari c’è ancora questa divisione tra cosa è “maschile” e cosa è “femminile”. Parlando della scena elettronica femminile, è venuto fuori che anche chi ospita molto spesso non è preparato.

A Roma, parlando con altre ragazze, è emerso che alcuni organizzatori di eventi stanno attenti a proporre tanti uomini quante donne, durante le serate.
Questo è molto buono, a me per esempio non è ancora mai successo di imbattermi in persone con questa specifica idea in testa. A Flussi, ad Avellino, mi è sembrato strano che fossimo in due in una giornata, cioè io e Caterina. Mi è sembrato tanto, ed eravamo in minoranza, però ho pensato “Be’, siamo in due almeno, qualcosa si sta muovendo.” Bisogna partire da due per arrivare a un numero pari.

Ne siamo consapevoli io che lo vedo da fuori, ma soprattutto lo siete voi, che operate dall’interno. Siete un po’ tutte rassegnate a queste evidenze, ma avete tutti voglia di cambiamento ed è questo che lentamente, forse, porterà a dei risultati.
Spesso conta quello che pensa e fa il pubblico. Non solo chi mi ospita o chi mi invita, ma chi mi ascolta. Ci sono i curiosi che vengono a chiedere che tipo di strumentazioni uso. Magari si avvicinano, si interessano, ma non sono troppi. Come se si stupissero internamente del fatto che hanno davanti una ragazza, senza venirmelo a dire in faccia. Non sono un’artista conosciuta in Europa, e forse dipende da questo, ma ho notato che a volte le mancanze di rispetto più sottili avvengono proprio mentre sto suonando. A livello di performance. Quando c’è una donna su un desk che sta facendo musica, poi che sia un live o un dj set conta poco, è un po’ come se la circostanza non fosse abbastanza seria come quando c’è un uomo. Io sono lì sul palco, la scena dovrebbe essere mia, e da un momento all’altro arriva un tecnico e mi sistema una roba mentre sto suonando. È successo un sacco di volte. Oppure, addirittura arriva l’artista che ha suonato prima di me, che si è dimenticato la giacca, la prende e se ne va. Se l’avessi fatto io non so cosa sarebbe successo. Non ho mai visto fare così con gli uomini, sarò sincera. Molti mi vengono a parlare, e io non riesco a capire perché a volte non si riesca a lasciarmi fare la mia performance senza interruzioni o interferenze. Magari è semplicemente un caso, non punto il dito contro nessuno, perché so che i tecnici fanno il loro lavoro etc. Però anche confrontandomi con altre persone, è venuto fuori che probabilmente è perché sono una ragazza. Sono rimasta un po’ spiazzata anch’io da questa conclusione.

È l’ennesima conferma di un cliché, ma è più che vero. Io mi ricordo di averti vista a Milano, tempo fa, e fu terribile principalmente per l’ignoranza del pubblico.
Sì, ai Magazzini Generali. Lì ero incazzata nera. È stato un errore dello staff, che ha sbagliato a fare la lineup. Dovevano capire loro chi mettere per prima, a seconda della musica che proponevamo e dei suoni. Non mi è più successo per fortuna che il pubblico arrivasse a chiedermi la cassa…

Esatto. Tutti i casi umani lì intorno che urlavano e dicevano cose senza senso, tipo appunto “la cassa.”
Forse è anche colpa mia. A prescindere dal sesso, di natura sono timida. Salgo sul palco e faccio il mio, non sono scenica, non prendo tanto spazio. Sicuramente si è notato durante i live, che sono abbastanza statica. Non mi muovo molto, e questo forse mi è a sfavore perché per esempio, il ragazzo prima di me, quella sera, era l’esatto contrario. Saltava, aveva una maschera ed era fisicamente molto più trainante di me. Uno si trova davanti una performance così e non vuole che si interrompa, né verbalmente né fisicamente. Poi arrivo io e tutto ciò si ferma, principalmente per il tipo di musica che proponevo. Se anche io avessi avuto una maschera, o un altro tipo di presenza scenica, sarebbe stato lo stesso? A volte mi faccio queste domande.

È comprensibile ma non sei tu qui il problema, ovviamente. Non sei tu che ti devi adeguare e cambiare il tuo modo di fare per far fronte a situazioni del genere. Non credo sarebbe successo se tu fossi stato un ragazzo, banalmente.
È come se un ragazzo dietro alle macchine sia più accettato e normale. Non so quanto ci vorrà o se mai ce la faremo a fronteggiare questo tipo di evenienze. Dal mio canto posso dire di starci riuscendo, perché questa è stata un’eccezione, e in generale ho un ottimo feedback da parte di pubblico e artisti con cui suono. Allargando la scala non so ancora. Bisognerebbe che tutte facessimo un live a settimana, almeno per iniziare ad abituare la gente alla nostra presenza stabile.

Per quanto ridicolo possa sembrare, infatti, la gente non è abituata.
Non so come sia all’estero, ma in Italia la gente non lo è. O se lo è, è sempre in situazioni piccole e circoscritte, non diffuse. Forse ci sono artiste che magari vorrebbero, ma non se la sentono, e a quel punto potrebbe essere una questione di latenza, e quindi a qualcosa che le frena dall’avanzare in questo senso.

Cane che si morde la coda: tutto è già stato associato alla figura maschile, e allora se una donna ha una passione del genere se la coltiva per sé senza aprirsi al resto. Sono queste per me le peggiori conseguenze.
Io prima di dedicarmi all’elettronica ho suonato percussioni, e mi sono sempre circondata di amici maschi con cui spartire anche queste passioni. Non ho mai avuto grossi impedimenti a manifestare interessi del genere. Molte neanche sospettano che sia possibile realizzare in prima persona dei beat house o techno con un programma. Io ho avuto la possibilità di accedere a questo mondo, e molte ragazze arrivano a chiedermi come si fa. Non è questione che sanno che c’è un programma ma non sanno usarlo, molto spesso sono proprio stupefatte che tutto ciò possa essere effettivamente creato. Molte persone non concepiscono che l’elettronica che ballano tutti i sabati sera possa essere composta da esseri umani come loro. È come se questo mondo per loro fosse nascosto. È più facile trovare ragazze che fanno le dj, perché in quel caso non c’è tanto bisogno di approfondire, si rimane sul piano riproduttivo e intrattenitivo. È un’espressione d’arte fare musica, e in ogni suo campo, infatti, ci sono molti più uomini che donne. Forse gli uomini in passato hanno sempre avuto più modo di manifestare le proprie idee e pensieri, ed ecco spiegato perché.

Che opinioni hai delle serate a lineup esclusivamente femminile?
Caterina mi raccontava di questo festival solo per donne, ma non so se sono totalmente d’accordo. Staremmo giocando la stessa carta degli uomini, così facendo. Daremmo il messaggio sbagliato, cioè di rendere qualcosa a fruizione esclusiva di un sesso, senza un vero criterio di scelta. Per arrivare a una vera e propria parità dovremmo smetterla di esclusivizzare le cose. Sapere già che a un festival la lineup è esclusivamente femminile può essere interessante, ma non aiuta ad andare nella direzione giusta e costruttiva per le donne.

Come fotografia di ciò che avviene in quel dato momento ed è composto da donne può andare bene, ma non deve essere un valore aggiunto. Nessuno vuole sfoggiare il proprio essere donna solo in quanto tale.
L’isolamento è sempre sbagliato. È meglio aspettare il giusto tempo e trovare ragazze che sono veramente competenti, invece che convocarne forzatamente in grandi numeri solo per dimostrare che “anche le donne fanno musica”, perché così si rende merito alla qualità, non alla quantità. Se mai mi chiedessero di suonare a un evento organizzato solo da donne per donne magari non mi rifiuterei categoricamente di suonare, perché magari come lineup potrebbe essere interessante, ma la prenderei come data in più, non mi considererei paladina di niente.

CATERINA BARBIERI

Ho iniziato a fare musica elettronica quando ero in Svezia, dove ho vissuto e studiato. Lì il contesto socio-culturale è davvero molto diverso da quello italiano. È un paese che investe tantissimo sulla sensibilizzazione della questione di generi, ci sono ordinanze statali per cui i festival devono invitare cinquanta percento di musicisti maschi e cinquanta percento di musiciste femmine, proprio per supportare e valorizzare entrambe le parti. La mia prima esperienza è stata decisamente positiva perché mi sentivo parte di un tessuto sociale che aveva un’aspettativa nei confronti della musica. Sentivo che il contesto sociale supportava la produzione femminile, e soprattutto la richiedesse.

Fico quindi un contesto in cui è la società stessa ad autoeducarsi alla parità dei sessi.
Una manifestazione culturale da parte di una minoranza viene fuori se c’è una esigenza da parte della società, o comunque una richiesta in tal senso. Se non c’è uno spazio per presentarla liberamente, è ovvio che questa manifestazione culturale fa fatica a venire fuori. E magari si fonda su dei presupposti molto diversi rispetto a quelli dominanti. Non è detto che una ragazza in musica debba per forza esprimere delle qualità musicali che sono al contrario espresse da una musica fatta da maschi. Bisogna essere sufficientemente aperti da aspettarsi anche qualcosa di diverso. Questo è il punto fondamentale. Ho notato che in Italia in generale ci sono ancora molti tabù nella fruizione della musica. Anche quando ci sono ragazze che suonano, ci si aspetta sempre che dimostrino una serie di qualità che sono tipiche dei maschi. Una certa potenza sonora, un’irruenza che deriva dal fatto che si tende a giudicare la musica secondo parametri maschili.

Come Voltaire che dice “Questo è il migliore dei mondi possibili.” Per me è il più maschilista dei mondi possibili, cioè il mondo così come lo conosciamo è ancora declinato al maschile. L’universo femminile è ancora allo stato embrionale, e se la si pensa così può anche essere eccitante. Abbiamo un futuro davanti, per declinare le cose in maniera diversa.

Sempre cercando di svincolare la donna da quel ruolo “di risposta” all’uomo, in termini di dicotomia forte-debole, intenso-pacato, duro-delicato.
Si tende a giudicare il lavoro di una ragazza secondo gli stessi parametri interpretativi che si sono costruiti in una cultura maschile. E non è detto che tu per apprezzare un certo messaggio, si debbano tirare in ballo parametri che non ci appartengono. Un esempio che ti posso fare nel campo musicale è quello delle noisers. Sono molto apprezzate le ragazze che fanno noise, molto estremo e aggressivo. Anche questo per me è una forma di distorsione, perché paradossalmente vengono apprezzate proprio perché il pubblico a dominanza maschile, riconosce in queste ragazze la capacità di reinterpretare i valori di aggressività a cui sono abituati. Si dice “È una tipa tosta, una tipa con le palle” proprio per questo. È un esempio su cui ho un po’ riflettuto, perché anche io, essendo cresciuta qui in Italia, ho condiviso le mie passioni con i maschi. Questo perché era difficile trovare ragazze con le stesse passioni, dal punto di vista musicale, almeno qui a Bologna. Diciamo che quando andavo ai concerti ci andavo quasi sempre con i miei amici maschi.

Sì capisco bene, anche io ho quasi solo amici maschi.
Sono cresciuta ascoltando noise, le frange più astratte del metal, cose così. Musica che per me era assolutamente naturale, che ho sempre ascoltato con grande interesse, senza farmi troppe domande. Poi un giorno sono andata a un concerto in Svezia in cui suonavano tutti questi artisti maschi, più o meno i miti della scena al completo: Stephen O’Malley dei Sunn O))), e altri così. Le mie amiche svedesi erano quasi incazzate, e dicevano “Ah, certo che non si può fare un concerto così, supermacho, pieno di maschi, come se fossero solo loro a fare questo genere.” A me questa cosa ha molto scioccato, perché non mi ero mai soffermata a pensare che quel tipo di musica potesse essere visto come una musica maschile. Io ero cresciuta in quel contesto, per me era musica e basta. Invece è stato interessante notare come lì ci fosse questa sensibilità in più, questo far caso alle qualità espresse da quella musica, e non per forza rispecchiarcisi.

Sei la prima che mi parla concretamente di esperienze estere costruttive. Fino ad ora mi è parso di percepire una sorta di rassegnazione passiva, da parte delle ragazze qui in Italia.
Qui credo che lo scoglio principale sia quello culturale. Ci sono de tabù che affondano le radici in una serie di retaggi che abbiamo, opposto rispetto a quelli svedesi. La Svezia è un paese che ha una storia culturale diversa, un paese femminista, provvisto di un partito femminista molto grosso e attivo. In generale c’è un‘identità di genere più fluida, lavorano molto sull’ampliare lo spettro dei generi, e i rapporti sessuali sono vissuti in maniera molto diversa. Non c’è la cultura cattolica che c’è qui. È una cultura molto diversa. Qui un grosso tabù che ho notato è quello riguardante il sapere tecnologico associato ai soli uomini. È sempre stato così. Non si concepisce il fatto che una ragazza si possa interessare a uno studio tecnico o tecnologico. Mi sembra quasi che nella tecnocrazia passi un po’ anche l’orgoglio maschile, in forma di roccaforte che loro difendono per esercitare il loro potere. L’ho notato perché nella musica elettronica molti aspetti sono estremamente tecnici, e spesso i ragazzi entrano in competizione se ti vedono un minimo preparata. Per poter esercitare questo potere nei tuoi confronti, devono sempre dimostrare di saperne un po’ di più. Tu magari fai una domanda neutra, e loro ti rispondono in maniera offensiva, cercando di sminuirti, pur di prevalere. Cosa che ad esempio, nel mondo delle lettere—ho studiato lettere—non accade. Le donne nella letteratura hanno spazio già da secoli, ma anche nell’arte visiva, per fare un altro esempio. In questi campi questa cosa non è così presente, perché gli spazi sono già stati definiti.

Anche qui entrano in gioco le associazioni per cui la tecnica/tecnologia associate a immagini femminili “stonano”, perché queste ultime si vedrebbero meglio in ambiti più blandi, come appunto l’arte.
Sì e questo porta poi gli uomini a non riuscire ad avere un rapporto esclusivamente artistico con le donne, ma a inquinarlo con dinamiche strane, ancestrali, di superiorità. Devono sempre esercitare un potere, in qualche modo. Un altro grande topic è il loro prendersi confidenze eccessive nei tuoi confronti, accorciando distanze che con artisti maschi nessuno si sognerebbe di accorciare. Anche il fatto che i tecnici del suono pensano che se sei una ragazza sei comunque più gentile, affabile, e quindi si senton autorizzati a trascurarti. Ti lasciano dieci minuti per fare il soundcheck, mentre ad altri dedicano più tempo. Oppure hanno quell’atteggiamento da “Accontentati,” perché sanno che magari tu non protesterai.

E tu cosa fai in questi casi?
Per me è un eterno dilemma. Io come persona cerco di essere abbastanza accondiscendente, perché di natura sono così, però con l’esperienza voglio imparare ad essere più ferma in queste situazioni, e in parte ci sto riuscendo. Voglio capire quali spazi è mio diritto prendere, e regolarmi di conseguenza. Sono cose che si imparano con l’esperienza, all’inizio è inevitabile secondo me rimanere vittima di queste dinamiche. Poi cresci e capisci cosa chiedere e come chiederlo.

Un’altra dimensione in cui si ripresenta questo problema è quella dei social. I maschi lì si prendono delle confidenze che, ripeto, secondo me con artisti maschi non farebbero mai. Io vivo Facebook come una piattaforma pubblica con cui principalmente lavoro. Accetto amicizie in abbondanza, anche perché fino a poco fa non avevo ancora nessuna pagina pubblica, quindi diciamo che l’unica pagina su cui mi si poteva seguire era quella del mio profilo personale. Quello che mi capita spessissimo è ricevere messaggi da sconosciuti che accorciano le distanze in un modo fastidioso, che con un artista maschio non farebbero mai. Lo stesso discorso per cui magari si pensa che una ragazza sia lusingata dai complimenti, o che ti risponderà sicuramente perché comunque è gentile, educata, etc. Si aspettano che tu rispondi, non accettano il fatto che tu possa anche non farlo. Tutte queste dinamiche sono molto accentuate se si parla di ragazze.

Anzi, se sono le ragazze a farlo è malvisto. Esiste il termine groupie apposta.
Spesso i maschi fanno fatica a distinguere tra relazione artistica e relazione in cui in qualche modo entrano in gioco dinamiche non proprio trasparenti. Nei social magari qualcuno ti scrive volendoti fare davvero dei complimenti, però poi c’è sempre il bisogno di esercitare un potere narcisista su di te, e quindi partono i link delle loro pagine. “Ah comunque io faccio questo,” c’è sempre quel quid in più che ti cercano di trasmettere. Chi te l’ha chiesto? Io se faccio i complimenti a un artista maschio, non è che dal niente gli propino la mia roba per narcisismo.

Che rapporti hai instaurato con le altre ragazze che come te fanno elettronica?
In Italia ne conosco davvero poche, almeno nel campo dell’elettronica. Nel rock, punk sicuramente ce ne sono di più. Conosco Hazi, Giulia Merrich e basta, direi. Sono sicura che ce ne sono molte di più, ma loro sono le uniche che mi è capitato di incontrare. In Svezia ne conosco molte di più. Hanno più o meno la mia età e fanno tutte parte di una specie di comunità, cosa che mi piace tantissimo. Collaborare con altre ragazze è una cosa che voglio continuare a fare, e mi piacerebbe proseguire anche qui in Italia. Poco tempo fa con una mia amica svedese abbiamo cercato di organizzare una serata anche con Hazi. Non una di quelle serate al femminile e stronzate del genere, ma eventi che comprendessero la presenza di artiste donne. In Svezia ho delle amiche che sono molto inserite in questa questione, e hanno creato collettivi in cui vengono fatti archivi di compositrici, sound artist femmine, e fungono da rete. Un’altra mia carissima amica con cui suono ha organizzato questo festival gender-queer, in cui invita un sacco di artisti/e un po’ da tutta Europa e Stati Uniti, e sono legati sempre a questa sensibilità qui. Là è molto sentita come realtà. Può sembrare esagerato legare la musica a questioni politiche, ma poi quando sei là ti accorgi che ci sono un sacco di ragazze che suonano bene e ne traggono vantaggio, quindi forse è proprio giusto così. Forse conta il contesto sociale, conta il fatto che ci sia un tessuto che ti supporta, che ti vuole e ti incoraggia.

Influisce sul risultato positivamente. È anche grazie a questo che è possibile creare quel grado di integrazione ed equilibrio tra sessi. Se non è equilibrio totale, sicuramente è un tipo di contesto socialmente più evoluto rispetto a qui, almeno in termini di presa di coscienza.
Assolutamente. C’è più messa in discussione e più presa di coscienza. Ciò non vuol dire che qui non ci siano ragazze che suonano bene, figurati. Però ecco, è un fenomeno molto più limitato. L’approccio che potrebbe aiutare è il pensare sempre che, poiché le ragazze che si approcciano alla musica sono una minoranza, diventa indispensabile mettere a disposizione degli spazi, in modo da far emergere anche questa minoranza. Più delle volte si tratta di spazi mentali, di apertura, stando pronti a trovarsi davanti a materiale nuovo, diverso. Prima di giudicarle, dato che magari i parametri che usiamo sono plasmati da una forma mentale maschile, cerchiamo di avere un approccio più aperto. Magari anche le qualità musicali dell’indefinitezza, o della morbidezza, sono qualcosa da esplorare, di totalmente definibile. Faccio un esempio stupido, perché non credo assolutamente che si debba dividere in maniera netta il maschile dal femminile, anzi, lavoro proprio perché ci sia fluidità.

È indispensabile, certo.
Se dico morbidezza non l’associo necessariamente a un immaginario femminile. Figurati. È una qualità che tu integri sia come uomo che come donna. La musica è un fenomeno complesso, in grado di riflettere tante qualità, io penso che ogni essere umano possa migliorarsi se si confronta con l’altro sesso e integra delle qualità che sono generalmente viste come maschili o femminili. Questo perché penso che così facendo si crei una forma più evoluta di essere umano, che integra quelle qualità e sfere di coscienza e dell’essere che sono miste. Sono più complesse e complete. Credo che questo si possa fare benissimo anche in musica, senza scadere in stereotipi.

Che ne pensi degli eventi con lineup femminili?
È un trend abbastanza europeo. In Svezia l’ho visto fare moltissimo, però anche a Berlino ho notato questo filone. Ho conosciuto dei ragazzi che operano in questo senso, e la loro politica è molto inclusiva di compositrici femmine. Lavorano molto sul fatto di fare uscite anche di ragazze. È un tipo di sensibilizzazione che si sta diffondendo secondo me, spero si diffonda anche qua. Dal mio punto di vista non ho avuto problemi a suonare in Svezia, per il grado di diffusione che questi eventi hanno. In Italia paradossalmente, alcuni ti emarginano perché c’è sempre lo sterotipo della ragazza incapace. Altri invece ti notano di più, proprio in quanto eccezione, quindi ti invitano a suonare solo perché sei donna.

Finché si tratta di qualità sono ben entusiasta di iniziative del genere, se invece è solo sfoggio dell’essere donna diventa tutto controproducente.
Sono d’accordissimo. Non so cosa muova la selezione artistica dei festival, spero sempre criteri qualitativi. Quello che posso dire è che qua non credo ci siano ordinanze particolari sulle lineup dei festival, come in Svezia, dove comunque anche il pubblico deve attenersi alle percentuali stabilite. Sono molto avanti in tutta la Scandinavia, anche in Danimarca sono sicura ci sia una situazione simile. È così per una questione culturale. Una cosa che ho notato qui in Italia è che un uomo è molto intimorito da una ragazza che dimostra avere un minimo di personalità o carattere, e non solo in ambito musicale, ovviamente. Noto spesso che questo si traduce in un grosso limite nelle relazioni umane, perché finché si hanno conversazioni superficiali va tutto bene, ma non appena subentra un pensiero critico nei confronti di qualcosa, i maschi cominciano a parzializzarmi, cioè a dirmi tipo “Se ti comporti da scema va bene, se inizi a voler dimostrare altro non abbiamo più niente a che fare.” Il maschio medio italiano non ha voglia di mettersi in gioco, e c’è il forte retaggio della cultura della maternità. I maschi ricercano sempre una figura materna, che li rassicuri. La groupie la incarna bene. Un sacco di artisti maschi vanno con groupie, invece che con un’altra artista femmina. Un po’ perché di artiste femmine ce ne sono poche, ma poi perché l’artista maschio è proprio emblema di narcisismo e vive di questa dinamica, sempre lusingato e in costante ricerca di una figura femminile che lo appaghi.

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