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Music by VICE

Perché in Italia capiamo così poco di musica?

Le boiate che i nostri giornali scrivono sono solo la punta dell'iceberg: non siamo più in grado di parlare di musica.

di Virginia W. Ricci
10 febbraio 2015, 9:17am


Nella foto: Demis Roussos

I giornali di ieri, al commento dei Grammy, hanno dato il meglio di sé. Lo scopro sulla bacheca di Angelo, un mio amico di Facebook che posta questa foto commentando "VUOI SAPERE DI MUSICA? NON LEGGERE IL ''CORRIERE DELLA SERA''! Perchè quando leggi: Beck ''un britannico'' (americano di Los Angeles) ''esordiente'' (44enne, al suo 12esimo album in carriera), ti vien 'na voglia di provare la krokodil."


Al che io, che sono un'umorista ho risposto "Sembra Ed Sheeran" e "Chi è quella giovane esordiente afroamericana al suo fianco?" Scatenando non tanto ilarità quanto altro sdegno dato che, dopo di me, qualcun altro segnala che, oltre al Corriere, il merdone l'aveva pestato pure (ma dai?) Repubblica, in un modo preoccupantemente analogo (poi entrambi i quotidiani hanno provveduto a mettere pezza):

E io che credevo di aver toccato il fondo (in effetti è così) quando, non molto tempo fa, la morte di Demis Roussos venne annunciata dal solenne Libero, annuncio accompagnato da una foto di Riccardo Fogli che lo imita a Tale e Quale Show...


Grazie Accentosvedese.


Dal momento che mi piace la musica e mi piace dialogare, nel mio mondo dei sogni dovrei poter parlare di musica con la facilità con cui parlo di programmi televisivi, la musica non dovrebbe essere confinata in una nicchia biologica, non dovrebbe essere argomento per pochi—si dovrebbe dare per assodato che Beck ha quarant'anni e dodici figli, e il dialogo dovrebbe poter passare ad un livello di interesse superiore, e gli addetti ai lavori dovrebbero astrarsi dalla pochezza di annunciare una notizia, peraltro male, e passare ad un livello superiore, ad esempio, come succede in altri Paesi, si potrebbe parlare dei grammy per quello che sono, magari anche con una riflessione di contorno. Allo stesso modo magari Demis Roussos si sarebbe meritato qualcosa di più di un coccodrillo smerdato, ma in questo non è che la punta dell'iceberg.

Stavo guardando questa intervista a Umberto Eco in cui raccontava che la rovina di ogni giornale fosse nata dalla televisione, per cui le notizie venivano date alla sera e per riempire le pagine serviva la cronaca, rosa o nera che fosse. Adesso, con internet, sta succedendo quasi il contrario, e si privilegia il primato temporale su una notizia alla critica ponderata e sensata su di essa, ma questa è una storia più ampia, e mi rendo conto che i problemi della stampa musicale siano quasi un mondo a sé.

Perché non ci è più permesso di parlare di musica in un certo modo? Questa ovviamente, dato che lavoro nel campo, è una domanda che mi arrovella le viscere ogni giorno, non scherzo, ci sto male. Una delle possibili risposte che mi do è che, probabilmente, la critica musicale negli anni si è arroccata su se stessa e ha disdegnato talmente tanto una determinata fetta di mercato da isolare gli argomenti di cui era degno riflettere e discutere a pochi, tra pochi, per cui semplicemente si è ridotto il campo, la stampa di settore era ancora più settoriale. E, mentre si attuava questa ghettizzazione, non ci si rendeva bene conto delle fatali conseguenze cui avrebbe portato. Le più evidenti le conosciamo e sono argomenti di cui, da queste parti, trattiamo abbastanza spesso: la formazione accidiosa di poche band adorate dalla critica, la divisione classista tra musica di cui è dignitoso parlare, ma ne possono parlare in pochi e solo in un certo modo, e musica di cui non è nemmeno dignitoso parlare, ma è quella che ascolta il popolo. Pop. Quindi, secondo questo scisma, parlare di musica è diventato appannaggio di un settore culturale anti-nazional popolare, mentre il pop è rimasto niente più di quello che è, bidimensionale e incapace anche esso di levarsi dal proprio confine.


Questi sì che si divertivano.

Non si parla più di musica perché la musica non è più divertente, in quanto argomento di conversazione. In radio si passa da aneddoti buttati con saccenza a programmi di mero intrattenimento di livello basso, intervallati da hit, sempre le stesse hit, che girano sempre nello stesso circuito. La causa di questa situazione stagnante è nella falsa convinzione di chi ha pensato che la musica dovesse per forza essere quella tra le Muse più facile da sentire e più difficile da ascoltare, figuriamoci da analizzare, e che quindi non ci fosse un cazzo da scherzare sull' argomento.

La musica pop è troppo leggera e non se ne parla, mentre quella non-pop è intoccabile, quasi sacra.

Ed è per questo che fare musica, figuriamoci parlare di musica, non è più divertente. La musica si può ascoltare e basta, il diritto di scuotere lo status quo è riservato a pochi, e sempre "dall' alto" o da fuori. Chiaro che se qualcuno si arroga il diritto di dissacrare, più che massacrare, alcuni tasselli dello status quo (soprattutto quello """"indie"""", il sacro indie) la reazione è la stessa che si riserva a una credenza religiosa: non toccare, non nominare invano, non mettere in discussione, su certe cose non si scherza.

Invece la parte fondamentale, vitale, sarebbe proprio questo dialogo, e sarebbe compito di chi lavora in ambito musicale fornire a più persone gli strumenti e il terreno per inaugurare un dialogo, anziché castrarlo dall'inizio perché "tu non hai le competenze per intervenire" o relegare ogni critica a un "chissà quanto è frustrato per parlare in questo modo" o ancora limitarsi a cristallizzare nella propria acriticità un mondo culturale che, come altre volte, ci limitiamo a digerire dopo che altri l'hanno già masticato per noi.

Tempo fa guardavo questa intervista a Joey Bada$$ in cui a un certo punto qualcuno dei suoi amici, o forse lui, dice una frase che mi ha colpito: "we're just trying to make having fun fun again ". Questo è esattamente lo spirito che servirebbe alla musica italiana, e a chi di musica si occupa. Lungi da me tirare fuori le etimologie ma sappiamo tutti che in inglese "suonare" è "play", che significa tante cose tra cui giocare. A noi servirebbe un gioco che fosse, sempre etimologicamente (poi la smetto, giuro) l'antitesi dell' immobilità, lo spazio per il movimento, per la discussione, quella zona in cui il fenomeno culturale della musica torni ad essere ciò che dovrebbe essere. Uno spunto di discussione, un impianto corale di cui la società e la cultura si serve perché è uno strumento realmente alla portata di tutti, per tutti. Non una suoneria del cellulare per alcuni e una statua di marmo intoccabile per altri. Non un mestiere per cui serve una specializzazione, ma uno strumento di educazione e comunicazione. Un gioco a cui tutti siamo autorizzati a giocare. Tutti tranne ovviamente i fan del giovane esordiente britannico Beck.

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