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L'esordio avant-pop di Amedeo Minghi

Lo ha campionato persino Justin Timberlake, ma sono in pochi a conoscere davvero il passato di Amedeo Minghi
10.10.13
Amedeo Minghi
Amedeo Minghi, fotografia d'epoca

Questo articolo fa parte di Italian Folgorati, la serie di Demented Burrocacao che racconta gli angoli più strani, le gemme nascoste e gli artisti più scoppiati della musica italiana.

"La musica è senza tempo. Oltre ogni confine. Senza limiti. I miei dischi e le loro canzoni."—Amedeo Minghi, 2013

Oggi prendiamo in esame il primo album di un esponente di spicco della canzone italiana: Amedeo Minghi col suo album omonimo, targa 1973. Ultimamente Minghi è salito agli onori di cronaca per un campionamento da parte di Justin Timberlake, cosa che ovviamente l’ha riempito di gioia come da sopra.

Amedeo è stato raramente ben visto dall’underground italico, probabilmente per le prese di posizione fortemente cattoliche e per i suoi brani ultramelodici a rischio diabete. Vero è invece che il nostro ha un passato insospettabile di sperimentatore e autore/interprete di libraries estreme sullo stile dell’osannata Daniela Casa, per intenderci. A parte il brano campionato da Timberlake, ricordiamo soprattutto "Climax", apparso nella oscurissima compilation Delirium, e non dimentichiamo le collaborazioni con Pasquale Panella, che, a parte la hit “Vattene Amore”, ha prodotto anche “Canzoni”, regalato all’ugola di Mietta.

amedeo minghi

La copertina di Amedeo Minghi di Amedeo Minghi, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Veniamo quindi all’album in questione. Prodotto da Edoardo Vianello—si, quello dei "Watussi"—Amedeo Minghi è un'opera prima. Si apre con “E tu con lei” un pezzo pop con un arrangiamento ricorda il Paul McCartney dello stesso anno ("My Love"), ma è anche il primo assaggio del Minghi dalle ariose melodie che più in là raggiungerà il successo. Un biglietto da visita di gran classe , sorretto dai testi di Edoardo De Angelis e di un inaspettato Francesco De Gregori, i due pezzi grossi del folk studio.

I suoni sono potenti, sicuramente sopra la media dell’epoca. Il perché è presto detto: agli strumenti troviamo Ciccaglioni, chitarrista e collaboratore di Morricone e dei Marc4, al basso il socio Piero Montanari (già in "Climax", poi con Ivan Graziani) e Massimo Buzzi, poi batterista di Il Giorno Aveva Cinque Teste di Lucio Dalla e di Andrè Sulla Luna di Arturo Stalteri, tutti avvezzi a pestare come assassini.

Costoro nel pezzo successivo sfoderano un pop californiano che ricorda gli esperimenti di Battiato con i Genco Puro & Co, pressappoco di quella stessa epoca, con tanto di synth in portamento fisso. Critica alla città e ai suoi abitanti, “Fratello in civiltà” col suo gioco di parole e testo firmato da Carla Vistarini, nota ai più per la sigla di Cybernella, sembra consegnarci un Minghi tosto.

Il brano successivo, “L’uomo e la Terra”, torna su arie classiche quasi cinquecentesche per sfociare in un brano folk tra Dylan e il medioevale italiano. Testo chiaramente opposto al precedente, è un inno quasi fricchetton-proletario alla terra e alla campagna, con un flauto sintetico a puntellare qua e là. Ma è nel pezzo successivo che troviamo l’anima rock di Minghi: "Candida Sidelia" col suo giro psych/hard rock non avrebbe sfigurato cantata da Ozzy Osbourne nei Black Sabbath.

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Amedeo Minghi, fotografia di Gorup de Besanez via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Storia di una ragazza agognata sessualmente da molti a cui viene consigliato di “rimettersi le scarpe”, “Mille voci e mille volti stan chiamando te ed una mano sta sfiorando la tua pelle ormai." Insomma, storie di sesso e droghe psichedeliche con tanto di caratteristico “scat psichedelico” di Minghi già sperimentato nel periodo "Climax", con voce direttamente nel leslie che manco i MGMT o gli Stereolab. Sicuramente un picco del disco, lascia il posto a “La Speranza”, che ritorna sui territori melodrammatici e sarà poi—purtroppo— ripresa piu’ avanti per meno nobili utilizzi cattolici.

Ma ecco "Mexico" in cui Minghi, eoni prima di Vasco, agogna alla “libertà dal tuo mondo di juke box” per andare all’avventura. Pezzo totalmente West Coast che non sarebbe stato male nel repertorio della prima Mia Martini, con la quale più avanti in effetti collaborerà: lo sentissero i Rangers sicuramente ne farebbero una cover. Detto questo, scivoliamo verso “Racconto”, grande brano aperto da un basso fluido in cui l’influenza dei King Crimson è evidentissima. La batteria gli dà di cassa completamente random per poi sfociare in un progressive rock mutante con cambi di tempi continui, psycho-scat e flauto traverso che farebbero felici i Flaming Lips.

La via pop al prog si concretizza nell’ultimo pezzo, ovvero “Un uomo grande”: pianoforte apertissimo tipo l’Elton John con Buckmaster alla produzione e melodie che si rincorrono in un finale di pop sinfonico che pare anglosassone. Un sisco eclettico insomma, che rispetto alle successive prove riesce a mantenere classe e rock nel romanticismo, evitando cadute di stile. Nonostante i collaboratori e tutto il contorno qualitativo, non avrà però alcun successo e porterà Minghi ad unirsi ai Pandemonium, ritentando la carriera solista solo dopo sette anni. Quello che segue è—nel bene e nel male—storia d’Italia. Demented è su Instagram e su Twitter. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.