Pubblicità
Music by VICE

Ha ancora senso parlare di sottoculture musicali?

Come fa una cosa a restare underground, se è già virale? Le sottoculture stanno perdendo la loro forza sovversiva?

di Tish Weinstock
26 gennaio 2016, 9:43am


Foto: Janette Beckmann

Oggi, grazie alle meraviglie della tecnologia moderna, possiamo sintonizzarci su qualunque genere musicale, in ogni momento e luogo. Abbiamo aperto le porte dei nostri iPhone alle musiche del mondo, ma che conseguenze ha su di noi questo accesso illimitato alla musica? Non solo stiamo diventando meno appassionati a un genere di musica in particolare, ma le nostre scelte musicali stanno gradualmente perdendo l'abilità di andare contro allo status quo.

Sembra essere l'ultima delle preoccupazione per la gioventù di oggi, che passa il tempo a giocare con selfie stick e ad hashtaggarsi fino a perdere conoscenza, ma le generazioni precedenti vivevano per la musica. Era la musica a decidere cosa indossavano, chi frequentavano e quali droghe prendevano. Non più bambini, ma nemmeno adulti, questi ragazzi spendevano il poco che possedevano per i vestiti perfetti e i dischi più rari, tentando di ritagliarsi uno spazio identitario all'interno di una cultura mainstream conservatrice e opprimente.

"La musica era ubiqua, emotiva, cruda; era la nostra vita ed era il massimo", riflette Elaine Constantine, fotografa di moda e regista del capolavoro del 2014 Northern Soul. Nata dalla scena Mod degli anni Sessanta in un locale chiamato Twisted Wheel, a Manchester, la Northern Soul si muoveva al ritmo soffice della Motown, finché presto i DJ non cominciarono ad andare a caccia di rarità dalle etichette più sconosciute. Un po' come cercatori d'oro o di manufatti esotici, ragazzi in bretelle, pantaloni larghi e Fred Perry si avventuravano fino ai ghetti meno raccomandabili d'America alla ricerca del Sacro Graal delle B-side nascoste, tracce dimenticate, canzoni inedite. "La cultura outsider era una gran cosa", ricorda Elaine. "Eravamo tutti svegli a ballare mentre tutti gli altri dormivano ubriachi dopo una notte in discoteca passata a ballare le hit da classifica".

Lo stesso senso di appartenenza da outsider si poteva trovare nei punk, nei dark, negli skinhead, nelle teste di cuoio, nei b-boy, rude boy, teddy boy, mod, rocker, raver o ogni altra sottocultura che ha suddiviso la gioventù britannica fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Perché, per i ragazzini scontrosi delle generazioni passate, appartenere a una sottocultura era ciò che ti definiva come persona. E con i codici sartoriali definiti che rispecchiavano senza dubbio il tuo gusto musicale, non c'era pericolo di fare confusione su quale fosse la tua tribù.

"A quei tempi la musica stava dietro a ogni cosa", concorda il fotografo e autore del libro fotografico di culto Skins and Punks Gavin Watson. "Parlavi dei tuoi gruppi preferiti a scuola. Parlavi dei tuoi gruppi preferiti dopo la scuola. Era il tuo modo di rapportarti ai tuoi coetanei. Ricordo di quando ho sentito i Madness su Top Of The Pops, avevo quattordici anni. Rimasi sconvolto. Il giorno dopo, a scuola era tutto un brusio: che cos'era questa band?! Più avanti scoprimmo che erano skinhead. Al tempo mi ero limitato a pensare: 'questa band è incredibile, cazzo. Voglio assomigliare a loro.'" Ma a quei tempi non potevi semplicemente comprarti l'outfit intero su Asos, se volevi assomigliare al tuo gruppo preferito dovevi uscire di casa. E anche in quel caso, la musica e l'immaginario che la circondava non erano facili da trovare. Sì, c'erano le riviste che uscivano una volta alla settimana e sì, c'era Top Of The Pops, ma non c'era Soundcloud né Spotify per ascoltare le canzoni. Nessun Tumblr dedicato allo spazio tra le cosce di Suggs, o un archivio infinito di autoscatti di Jerry Dammers su cui sbavare. C'erano solo frammenti di informazioni che ci si scambiava in angoli bui ai concerti, in cui tra l'altro era difficile entrare se eri minorenne. "Questo faceva sì che fosse tutto molto esaltante", ricorda Watson. "La musica ci faceva sfogare lo stress della vita."

Accomunati dalle tasse universitarie alle stelle, dalla disoccupazione, dagli affitti impossibili, e dal fatto che siamo cresciuti con Facebook—per non parlare dell'omogenizzazione creata da termini come "millenial" e "generazione X/Y/Z/ecc."—la gioventù di oggi è completamente diversa da quella delle altre generazioni. Gonfia di informazioni e viziata dall'accesso digitalizzato a praticamente ogni cosa, non siamo più polarizzati in diverse sottoculture, e l'ampio spettro musicale che ascoltiamo non ha più nulla a che fare con i diversi stili di vestiario che indossiamo. "È molto più difficile mantenere le cose underground oggigiorno, con Internet che ha creato una generazione tutto-e-subito", concorda Mike Pickering, DJ dell'Hacienda negli anni Novanta e pioniere dell'acid house in UK. "Penso ci siano ancora molte sottoculture, solo che nessuna è altrettanto rivoluzionaria".

Dal grime al gabba, dalla PC Music al J-Pop, grazie all'ampiezza della scelta che abbiamo oggi, alla facilità di accesso (i giorni dei viaggi nei ghetti neri dell'America alla ricerca di vinile mai sentito sono finiti) e alla nostra propensione acquisita a consumare rapidamente, non abbiamo più bisogno di dedicarci a un genere di musica come facevamo una volta. E, anche se lo facessimo, visto che ascoltiamo la maggior parte della musica tramite dispositivi personali come iPhone o iPod, il nostro gusto musicale non è più una questione collettiva, è molto più legato all'individuo, il che spiega perché le sottoculture stiano diventando sempre meno definite. Questo, dall'altra parte, ha un effetto sui nostri vestiti; perché senza un genere di musica che detti la nostra linea estetica, e con Internet che ci apre le porte su qualunque cosa da harajuko a health goth, da normcore a navajo, da seapunk a chola, possiamo scegliere con un clic un qualsiasi trend post-internet e abbandonarlo quando ci pare.

Inoltre, nella nostra società consumistica e ossessionata dai social media, le sottoculture stanno perdendo non solo la propria definizione, ma anche l'abilità di andare contro lo status quo. Internet, pur essendoci stato molto utile nel processo di democratizzazione della musica e della cultura che la circonda, rendendola universale e accessibile a chiunque, permettendoci di stabilire un contatto con persone di sensibilità simile dall'altra parte del mondo, ha anche la possibilità di renderci consumatori meccanici.

"C'è meno separazione tra gruppi giovanili di quanta ce ne fosse nei tardi anni Settanta e primi anni Ottanta", concorda il leggendario fotografo britannico Derek Ridgers. "Grazie a Instagram, Facebook e Twitter, qualunque cosa raggiunge il centro della scena immediatamente, appena successa. Se succede qualcosa di interessante, la gente ne parlerà sui social network e tutti lo sapranno immediatamente. E, quasi simultaneamente, arriveranno le critiche e gli attacchi. Per cui le cose non hanno la possibilità di crescere al di fuori dei riflettori come succedeva una volta".

Se il termine "cultura" si riferisce alle idee, ai costumi e alle norme sociali dominanti all'interno di una data società, allora "controcultura" si riferirà alla sovversione di questa. Tuttavia, grazie a Internet (che ha visto i simboli delle sottoculture del passato ridotti a cliché, gadget nostalgici da vendere e, soprattutto, evirati del proprio significato sovversivo originario), le scene che si sviluppano nell'ombra controculturale odierna vengono assimilate dalla cultura dominante ancora prima che tu abbia in tempo di farti una selfie. E come fa una cosa a restare underground, se è già virale? Come fa la musica a essere sovversiva se la ascolti sull'account Spotify che condividi con tua madre?

Pur essendo diversissime tra loro, la cosa che accomunava le sottoculture delle generazioni precedenti era il fatto di essere state create in opposizione alla cultura mainstream. Erano ribelli e sovversive. Puntavano i piedi contro la sottomissione quotidiana, contro il conservatorismo dei propri genitori e l'oppressione del Governo. Adesso c'è il Normcore, che predica la ribellione tramite la sottomissione alle regole più noiose, grige e blande della società mainstream. O l'Health Goth, grazie a quale i giovani misurano il proprio valore dal numero di "like" che ricevono. E queste "culture" non hanno neanche una bella colonna sonora, si tratta solo di vestiti.

Per il 2016, facciamo in modo di recuperare il valore sovversivo delle sottoculture, o almeno il loro significato identitario. Liberiamoci della nostra narcolessia da social media, lasciamo perdere il telefono e lasciamoci coinvolgere a livello personale dalla musica, una volta tanto.