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Abbiamo intervistato il vero Rick Ross

Ci ha raccontato degli anni in cui gestiva un impero della droga e di quando quella fichetta di William Leonard Roberts II ha deciso di fregargli in nome.

Sotto quest’intervista troverete un estratto in esclusiva di Freeway Rick Ross: The Untold Story

Il Rick “Freeway” Ross se ne sta seduto a un tavolo nell’angolo di Danny’s, sul Crenshaw Blvd a Los Angeles, e mescola il suo tè Earl Grey, aggiungendoci una punta di miele. “Qualcuno vuole comprare dieci t-shirt. Un nuovo distributore,” dice con aria estatica, mentre appoggia sul tavolo il cellulare. Sorride e toglie un po’ dell’uovo strapazzato che gli è finito accidentalmente sulla maglietta, su cui sta scritto “IL VERO RICK ROSS NON È UN RAPPER.” Ora vende t-shirt come questa, invece del crack.

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L’ora cinquantatreenne signore della droga ha incontrato la prima volta la cocaina quando aveva 19 anni e ha passato le tre decadi seguenti facendo avanti e indietro dal carcere, per reati di vario tipo. È finito nei casini la prima volta vendendo pezzi di auto rubate, quando era circa ventenne. Il suo arresto più pubblicizzato è stato nel 1995, quando fu incastrato dal noto spacciatore, nonchè agente governativo, Oscar Danilo Blandon e dalla DEA, per aver cercato di acquistare più di cento chilogrammi di cocaina. È stato condannato all’ergastolo, ma dopo aver fatto appello alla Corte Federale, la sua condanna è stata ridotta a 14 anni. È stato rimesso in libertà il 29 settembre, 2009.

Ross ricorda ancora la povertà della sua infanzia. “Prima che iniziassi a spacciare, le ante degli armadi nella casa di mia madre cadevano sempre. Avevamo buchi negli armadi, da cui passavano i topi. Avevamo gli scarafaggi. Era terribile.” Continua, “Quando ho iniziato ad avere soldi, ho ricostruito la casa di mia madre. Volevo una vita migliore per mia madre, perciò vendevo droga. Era quello che sapevo fare.”

Oggi Ross lavora a vari progetti, uno dei quali consiste nel trovare fondi per un film autobiografico patrocinato da Nick Cassavetes. Similarmente, il documentario A Crack In The Ocean del regista-produttore Marc Levin uscirà la prossima primavera. Ross attualmente sta scrivendo ed editando insieme alla giornalista Cathy Scott la sua autobiografia Freeway Rick Ross: The Untold Autobiography, che sarà pubblicata a febbraio. Il libro racconterà la vita di Ross e tenterà di spiegare le decisioni che ha preso. Ci sarà anche una miniserie della tv via cavo basata sul libro, ancora in fase di sviluppo e a cui sta collaborando il produttore Mark Wolper, che è anche il produttore esecutivo del remake della miniserie Radici, su History Channel.

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Noisey: Quando avevi tre anni, hai guardato tua madre Annie Mae Mauldin uccidere tuo zio George con una pistola. Come hai vissuto quest’esperienza? Che impatto ha poi avuto su di te?
Rick Ross: Volevo molto bene a mio zio. All’epoca, era forse una figura paterna, il mio riferimento. Mi piaceva il modo in cui guidava. Faceva qualche numero tutte le volte che arrivava a casa. Apriva sempre la portiera e si sporgeva col piede, come se stesse fermando la macchina in stile Flinstones. Io impazzivo. Perderlo è stato devastante. Vedere lui andersene e mia madre finire in carcere per un po’ di tempo è stato difficile. Era lontana da me, per cui sono finito in un posto estraneo con gente estranea, vivevo con la madre del fidanzato di mia mamma.

Quanto è stata in prigione tua madre? Provavi del rancore verso di lei dopo che ha ucciso tuo zio?
Non ricordo. È stato per poco. Se l’è cavata con l’autodifesa, mi sembra. Non l’hanno tenuta dentro. Ho capito quello che stava passando, e sapevo che mia mamma non era il tipo di persona che semplicemente si mette ad ammazzare la gente. Mia madre era cristiana, andava in chiesa… ero presente quando mio zio ha accoltellato mia zia, per cui ho visto anche quello. Ho visto il sangue, me ne stavo proprio da parte a mia madre quando ha sparato a mio zio. Riuscivo persino a sentirlo respirare quando era a terra e i suoi polmoni stavano smettendo di funzionare.

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Foto di Danielle Bacher

Nell’estratto del tuo libro, fai riferimento a quando, alla Bret Harte Junior High, ti era stata puntata dritta alla faccia una pistola calibro 38. Quello è stato il tuo primo incontro con un’arma da fuoco? Perché Sleepy, membro della gang di Denver Lanes, voleva ucciderti?
Non voleva uccidermi. Giravo con Moo Moo, uno dei fondatori della gang della centosettesima strada, i Crips, che erano in lite con Denver Lanes. Non so quando abbiano iniziato, ma i Crips e i Bloods erano i conflitto da quattro o cinque anni. La prima volta che ho saputo delle liti è stato a Manchester Park. Un tizio di nome Bubblegum, mi sembra, uccise uno dei Blood lì. Dopodichè tutto continuò a intensificarsi. Moo Moo sapeva cosa stava succedendo, hanno visto Sleepy e sono scappati. Io non lo sapevo. Pensavo che mi avrebbe sparato, all’inizio. È stata la prima volta che mi sono visto una pistola puntata in faccia. Wow.”

Hai mai avuto voglia di unirti ai Bloods o ai Crips, visto che come spacciatore stavi lavorando molto con loro?
Volevo essere un Crip quando ero piccolo, tipo a 12 o 13 anni. Pensavo che Moo Moo fosse il tipo più forte di questo mondo. Ma ho iniziato a giocare a tennis, quindi non ho potuto entrarne a farne parte. Giravo anche con un tizio di nome Bam, un mio buon amico, che era dei Crips. Mi sentivo più sicuro quando uscivo con lui, perché tutti lo rispettavano.

Nel 1988, la prima volta che ti hanno beccato a spacciare, un carico di coca è stato trovato da un cane della polizia nel New Mexico. Come hanno fatto a risalire a te dalla droga?
Non sapevamo che la droga era stata intercettata nel New Mexico. Per cui siamo andati alla fermata dell’autobus a incontrare il corriere con la borsa. Quando stavamo entrando nella stazione degli autobus, ho guardato e il mio cercapersone non c’era più. Sono tornato alla macchina a prenderlo. Camminavo e ho visto due ragazzi che stavano intorno al mio amico Al, e sembrava che stessero discutendo. Allora hanno portato Al in prigione. Ho poi scoperto che la polizia sapeva già che Al era uno dei miei soci. Quando è entrato e ha detto che stava cercando un autobus per LA, l’hanno semplicemente preso. Quando ho visto i poliziotti, sono risalito di corsa in macchina e sono scappato. L’hanno messo nella mia fedina penale, per cui, anni dopo, sono stato messo dentro proprio per quella borsa. Lui si è fatto vent’anni dietro le sbarre perché non ha voluto spifferare tutto.

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Come hanno fatto a provare che era la tua borsa se non ti hanno visto?
Successivamente hanno trovato dei testimoni a Cincinnati, i quali hanno detto che sapevano che avrei ritirato quella borsa. E sapevano che Al era stato beccato mentre era andato a ritirare quella borsa. Nella guerra alla droga, non hanno bisogno di molte delle cose che pensate siano necessarie a costituire una prova. Di perquisizione e arresto, e tutte quelle cose, non se ne parla neanche. Hanno provato a dire che la borsa era mia, ma non ho potuto oppormi alla perquisizione, cosa che avrei potuto fare se fosse stata effettivamente mia. Non gli avevo dato il consenso.

Come hai conosciuto Oscar Danilo Blandon?
Ero entrato in contatto con un po’ di gente del Nicaragua, e avevo lavorato con il suo fratellastro Henry, che si era però spaventato. Immagino che il giro di affari fosse diventato troppo ampio per lui. È venuto da me e mi ha chiesto di dargli 60000$ per incontrare Danilo. Ha venduto lui a me e me a lui. Ha chiesto 60000$ anche a Danilo.

Come ti sei sentito quando ti ha incastrato nel 1995? Avevi la minima idea che stesse lavorando per la DEA?
No, non lo sapevo. Ci sono rimasto, davvero, e mi sono sentito estremamente tradito, vedendo testimoniare contro di me una persona con cui avevo lavorato a lungo e che rispettavo molto. Non gli ho più parlato da quando mi ha incastrato. L’ultima cosa che ricordo è quando la polizia mi stava inseguendo, e gli sono passato di fianco. Se ne stava in piedi fuori dalla sua macchina, con uno degli agenti che aveva organizzato l’incontro, e ridevano di me.

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Perché pensi che ti abbia voltato le spalle?
Credo dovesse scontare due ergastoli. Non abbiamo mai visto i suoi documenti, perciò non possiamo dire perché abbiano ridotto la sua condanna. Sono l’unica persona contro cui abbia mai testimoniato o che abbia incastrato. Gli hanno dato una green card illegale. Teoricamente non era autorizzato a incastrarmi. Non era nemmeno autorizzato a contattarmi, perché non era un cittadino americano. Era stato dichiarato colpevole di crimini di droga, e la pena era la deportazione, senza attenuanti nè scusanti. Ci sono solo due persone che avrebbero potuto permettergli di rimanere nel Paese: il procuratore generale e il Presidente degli Stati Uniti. Se non aveva una lettera da una di queste due persone, non poteva stare nel Paese legalmente. Tutta l’indagine era un’unica, grande stronzata. Hanno completamente costruito il caso, così che lo spacciatore più potente della storia uscisse di prigione in meno di 28 mesi.

Photo by Danielle Bacher

Avevi idea della portata dello scandalo Iran-Contra? Sapevi che la CIA era coinvolta, o perlomeno permetteva il business della droga?
Non lo sapevo. Allora ero ancora analfabeta. Ne avevo sentito parlare, ma non ci avevo mai pensato. Oscar mi ha parlato della guerra che stava andando avanti nel suo Paese, e che avevano perso la loro terra e stavano cercando di riprendersela.

Cucinavi da solo il tuo crack?
Da un certo momento in poi, sì. Non è che la gente ti insegni come cucinarlo. Devi pagare. Alla fine ho imparato a farlo da solo. Ho guardato altra gente che lo cucinava, più e più volte. Ti mettono addosso questa paura, che non riuscirai a farlo. Se hai a disposizione solo 300$ di cocaina e li sputtani, hai chiuso. Quando hai un’oncia, se perdi l’equivalente di 300$, puoi ammortizzare. Alla fine ho deciso di provare. Ero diventato un cliente troppo grosso per il tizio che lo cucinava per me.

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Hai mai provato i tuoi prodotti? Se sì, non avevi paura di diventarne dipendente?
Li ho provati. Sono andato a una festa che durava una o due settimane, e siamo arrivati con mezza oncia, che valeva 1100-1200$. Quando abbiamo finito, ce n’era rimasta per 300$ più o meno. Ci siamo fatti prendere dal momento. Non pensavamo più ai soldi. Cercavamo il brivido, l’adrenalina. Dopo quel giorno, ho giurato di non sballarmi mai più.

Ti sei mai sentito in colpa del fatto che le droghe che vendevi alla tua comunità nuocevano alla gente?
Verso il 1987, sì. Non usavo necessariamente la frase “nuocere alla gente”. Una frase migliore penso che sarebbe stata “causare dipendenza alla gente”. Quando dici “nuocere alla gente”, pensi a un danno fisico, come dire “Oh, gli hai tagliato via un braccio.” Io non l’ho mai vista così. Quello che invece vedevo era la gente spendere tutti i propri soldi in droga. La gente si licenziava da lavoro per vendere droga, ma si faceva anche.

Come ti sei sentito a passare da povero a multimilionario in così poco tempo?
Da favola. Ci sono così tante cose che i soldi possono comprare. I soldi comprano la cultura. Ecco perché la gente povera ha uno svantaggio così forte nel mondo, perché se non hai soldi, diventi ignorante.

Ti è mai sembrato che la tua vita fosse in pericolo?
Sono stato quasi rapito una volta, a 23 anni. Avevo qualche migliaio di dollari a quel punto. Stavo sdraiato sul divano di mia madre, e non avevo addosso la maglietta nè le scarpe. Avevo parcheggiato la macchina nel posto sbagliato. Quando mia mamma è arrivata a casa, mi ha detto di spostarla. Ho girato la macchina e l’ho parcheggiata sul lato destro della strada. Un tizio era lì con una bella ragazza, e nel giro di due secondi ha tirato fuori una pistola. Stavano cercando di derubarmi. Il tipo mi ha puntato la pistola alla testa e mi ha detto di entrare in macchina, ma non l’ho fatto. Mi ero ripromesso di non permettere a nessuno di rapirmi. Piuttosto avrei lasciato che mi sparasse proprio lì, per strada. La pistola era fissa sulla mia tempia, ma sono riuscito a muovermi. Stava dicendo alla ragazza di entrare dall’altro lato dell’auto, e in quel momento gli ho afferrato la mano e sono riuscito a girargliela dietro la schiena e a fargli gettare la pistola. La ragazza l’ha tirata su da terra e ha iniziato a sparare. Ho mollato la presa e sono scappato.

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Pensi mai di ritornare a spacciare?
Non droghe illegali, ma sì, ho di quei momenti. So quello che potrei fare, se volessi ricominciare a vendere droghe, sapendo tutte le cose che so ora probabilmente potrei rimettermi a farlo all’istante. So in che modo andare in una città e trovare il boss del posto. So che posso andare in Colombia e trovare la gente che coltiva la merce. Queste sono le cose che ho imparato a fare diversamente, dall’ultima volta. Ma so anche che non hai bisogno di 10 milioni di dollari per avere un’impresa. Potrei immaginarmi a gestire una farmacia.

Come hai fatto a imparare a leggere mentre eri in prigione?
Beh, il mio compagno di cella mi ha fatto un po’ di cartellini. Ha iniziato dicendo che, quando leggi, devi pronunciare le parole. Devi conoscere i suoni delle varie parole. Sapevo cosa fossero le “A” e le “B”, ma non sapevo come si pronunciassero. Quando le metti insieme, hanno suoni diversi. Il mio compagno di cella mi ha fatto capire questo. Ho iniziato la prima volta in prigione. Penso di aver letto due libri: l’autobiografia di Malcolm X e Awake The Giant Within di Anthony Robbins. Nemmeno Malcolm X sapeva leggere quando è andato in prigione. Ho iniziato a notare le somiglianze delle nostre vite, e a pensare che forse potevo fare quello che aveva fatto lui. Ho preso la lettura molto seriamente, la seconda volta che sono stato dentro, perché ho iniziato a leggere testi di giurisprudenza.

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Foto di Andres Herren

Hai mai riflettuto sul fatto che non sapevi leggere, ma eri stato in grado di costruirti un impero multimilionario?
Alle droghe non importa se sai leggere. Ci sono tre cose che devi davvero sapere sulle droghe. La prima, e la più importante, è: non farti. La seconda è: devi saper contare. E l’ultima è: non lasciare la tua roba a nessuno. Una volta che hai imparato questi principi, puoi spacciare.

Hai in preparazione un film scritto da Nick Cassavetes. Hai già trovato qualcuno disposto a darti i 36 milioni per girarlo?
Un sacco della gente con cui ho parlato mi ha detto che sta pensando di darmi i 36 milioni, ma nessuno ha aperto il portafogli, per ora. Lasciamelo dire ora: questo film sarà fatto. Farò in modo che lo sia. Persino se devo vendere un milione e mezzo di t-shirt per raccogliere i fondi, ecco che farò. Verrà comunque girato.

Perché hai fatto causa al rapper Rick Ross per aver usato il tuo nome? Il caso è ancora aperto?
Sì, lo è ancora. Gli ho fatto causa per una serie di ragioni. La prima, quello è il mio nome. E dovrei essere autorizzato a usarlo e a trarre benefici dalla concessione dei diritti. Non penso che dovrebbe avere il potere di venderlo e di usarlo. Il messaggio che manda con il suo rap è del tutto artificiale, e dà un’immagine sbagliata ai ragazzi. Lui e gente come Jay-Z. Ho appena letto un articolo di Vanity Fair, in cui Jay-Z parla dello spaccio di droga, ma non sembra uno spacciatore, piuttosto un giornalista che ha sentito parlare del traffico di stupefacenti. È come se qualcuno gli avesse scritto un copione. Jay-Z non era nessuno in confronto a chi ero io nel business della droga, ecco perché voglio che William Roberts smetta di usare il mio nome e torni ad usare il suo. Che ha di male William Roberts? Specialmente ora che è cresciuto. È già arrivato. È ricco e famoso. Distinguiti e di’ la verità.

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Qual è l’opinione dell’altro Rick Ross in tutto questo?
Non mi ha mai fatto sapere la sua opinione. Quando ero in carcere, avevo un amico che lavorava in un giornale. Mi ha detto che sarebbe passato dalla redazione e che avrei dovuto chiamare. Allora l’ho fatto, il mio amico me l’ha passato al telefono, senza dirgli chi fosse. Questo inizia a parlare, dice “Pronto,” e io, “Ehi, come va? Sono Rick Ross,” e lui allora è semplicemente crollato come uno stronzetto. Mi ha detto, “Oh, fratello, ti voglio bene.” Sai, come se mi stesse leccando il culo. “Quando ho iniziato a usare il tuo nome il mio album era ancora poco conosciuto.” Mi ha detto che mi era debitore e quanto apprezzasse me e il fatto di usare il mio nome. L’ultima volta che l’ho visto stava alzando gli occhi al cielo come una fichetta. Come se gli stessi facendo un torto, volendo solo ciò che mi era dovuto. Potrebbe esserci un verdetto domani; io sono pronto.

Com’è stata la tua esperienza in prigione? Come ti hanno trattato le guardie e gli altri carcerati?
I miei compagni di prigione mi adoravano. Sono un po’ una celebrità a LA. Gli Hoover Crips sono una delle gang più grandi in prigione. Mi proteggevano, ma senza che io l’avessi chiesto. Mi dicevano cose tipo, “Pensi che lasceremmo che ti accadesse qualcosa? Sei nostro fratello.” Andavo d’accordo con tutti. Tutti mi rispettavano per la mia personalità e per come mi comportavo. I ragazzi in prigione mi prendevano sempre in giro per tutto quello studio. Non credevano che sarei mai uscito dal carcere. La gente ti odia perché si trova in una determinata situazione e vorrebbe che ci rimanessi anche tu. Un sacco dei ragazzi sperano che tu non esca più.

E ora, come ci si sente ad essere di nuovo uno a posto?
Mi sento molto più al sicuro.

Leggi ora un estratto in esclusiva da Freeway Rick Ross: The Untold Autobiography.