Masia One ha portato il reggae a Singapore

Secondo la rapper è un vero antidoto contro una società fredda, competitiva e spietata.
13 gennaio 2016, 7:30am

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È passato molto tempo da quando Masia One viveva a Toronto, nel quartiere di Eglinton West, dove era solita pranzare al ristorante indiano Mainsha per l'offerta speciale del martedì. Ora vive a Singapore, sua terra natale, cercando le sue radici e facendo nascere nuovi progetti dopo aver iniziato a rappare dodici anni fa. Ce la sta mettendo tutta per vendere reggae, dancehall e dub nella cultura aziendalista di Singapore, e non è un compito facile. "Il messaggio del reggae non può essere popolare perché non ti dice di comprare o fare cose che funzionano in questo tipo di società", dice Masia. "Se fossi una donna d'affari di successo, venderei K-Pop alla comunità asiatica. Domanda e offerta. Ma mi ritrovo sempre a cercare di ficcare l'arte in testa alla gente o di essere la prima a fare qualcosa".

Nata Maysian Lim, scoprì la musica hip-hop quando aveva sei anni. Durante la sua formazione a Singapore, Masia è sempre stata costretta a ignorare la propria creatività. "Da bambina scrivevo le mie rime e le nascondevo sotto il letto, per cui i miei non sapevano che avessi questa parte creativa. Nascondevo anche i miei dipinti. Ecco perché i graffiti mi affascinavano così tanto, perché mi permettevano esprimere la mia creatività in pubblico pur rimanendo anonima". Dopo che si fu trasferita sulla North Shore di Vancouver, i suoi compagni di classe pronunciavano il suo nome come "Mexican". Al picco della sua passione per la breakdancer Asia One, aggiunse una M davanti e creò la propria nuova identità. Quando si trasferì a Toronto per studiare all'università, il suo compagno di stanza Jesse Ohtake si rivelò un prezio alleato. Ohtake organizzava delle serate hip-hop di sole donne al Comfort Zone e una sera, una delle artiste annullò il concerto all'ultimo momento. Masia andò al suo posto e fece quello che sapeva fare meglio: rappare. Non passò tanto tempo prima che ricevesse una chiamata da MuchMusic, che la portò a girare un video per "Split Second Time", un attacco audiovisivo agli stereotipi sugli asiatici. Questo video fece da trampolino di lancio per arrivare a collaborare con artisti come RZA, Talib Kweli e i producer di Aftermath Entertainment.

Nonostante queste prove, a Masia fu detto varie volte che non avrebbe avuto successo. Un'etichetta di Detroit si presentò a Toronto con un assegno di 20.000 $, chiedendo di metterla sotto contratto. "Volevano che rappassi in bikini sui cofani delle macchine", dice, sostenendo si trattasse di un'operazione di riciclaggio di denaro. "Avrei dovuto fare rap vaginale pre-Nicki Minaj. [Le etichette di Toronto] riuscivano a calcolare i profitti soltanto a partire da precedenti femminili. Non mi piaceva nessuna delle due cose, così ho chiesto ai miei fan di mandarmi dei soldi nascosti in cartoline di auguri—di qualunque tipo—e avrei mandato loro un CD. Ho venduto mille copie del mio primo album Mississauga in questo modo."

Ma alle label servivano i numeri ufficiali. Dopo un periodo da pendolare tra Toronto e New York, Masia finì per trasferirsi a Hollywood. Lavorare come autrice di pezzi pop a Sound City la rese disillusa, e bisognosa di uno sfogo. "Avevo due obiettivi: togliermi il gusto di Hollywood dalla bocca e andare a vedere il luogo natale di Peter Tosh", dice. Con queste idee, si organizzò per andare ad abitare in Jamaica.

Mentre si trovava lì, Masia frequentava leggende come Sizzla Kalonji e registrava ai Tuff Gong Studios, perdendo tempo per un po' finché non è stata costretta a malincuore a tornare a Singapore dopo la morte di suo fratello. Era l'ultima rimasta della famiglia. "Era la vita che mi prendeva a calci in culo e mi diceva: 'Pensi di aver capito tutto? Non hai capito un cazzo. Vieni qui che ti do una scossa.'" Dopo pochi mesi, l'umore di Masia era già deteriorato a causa della mancanza di vibrazioni positive nella cultura severa e fredda di Singapore. Scoprì Dubskank'in Hifi, una serata di soundsystem underground organizzata da Firmann Salim (aka DJ Rumshot). Utilizzando il suo background da artista multidisciplinare, unirono le forze per creare il Singapura Dub Club, una serie di eventi che porta vibrazioni "irie" tramite cultura, cibo, musica e ballo. Il nome, tradotto, significa "Dub Club della Città Leone", "Singa" vuol dire leone in malese, ed è anche il simbolo del movimento Rastafari. Anche se la musica tradizionale indonesiana, dangdut, ha elementi simili al reggae, il genere era ancora sconosciuto in una cultura contrabbandata fatta di singoli pop alla nausea.

Per commercializzare con successo il Singapura Dub Club, Masia ha fatto in modo di presentare la nuova cultura come un pacchetto brandizzato, offrendo ai membri del club grafiche, t-shirt e altri incentivi per soddisfare la domanda del Paese per l'"atas", un termine che indica la classe alta o la borghesia. Non c'è voluto molto prima che tutti, dagli espatriati amanti di King Jammy, giovani millennial in fissa col rap e indigeni firmati dalla testa ai piedi cominciassero a riempire i locali in cui si tenevano questi eventi. Lei ha cominciato ad andare in tour con una band reggae, gli Irietones, e a gestirsi da sola gli accordi con i promoter, assicurandosi che la serata spaccasse e stabilendo alleanze. Il suo obiettivo ultimo, sostiene, è di essere la prima band reggae di Singapore a sfondare in Jamaica. "Singapore tipicamente non viene associato al reggae, ma se una squadra di bob giamaicana è riuscita ad andare alle Olimpiadi, penso che questa sia un'impresa da nulla", dice. Il percorso della band si basa sull'insegnare ai musicisti come "afferrare un groove 1-drop", mantenere un andamento lento e suonare in stile shuffle. "L'atmosfera è più importante della perfezione tecnica", dice Masia. "È un esperimento musicale, culturale e sociale".

Il motto del club, "Good vibes can grow", suona vero nel contesto dell'abbattere strutture oppressive, ma la tendenza tipicamente canadese di Masia a dare una mano non si sposa bene con i giganti dell'industria locale. Il concetto di "guardare la propria ciotola di riso" è il ritratto del livello di competitività a Singapore, impartito ai bambini fin dagli otto anni di età, quando vengono suddivisi a scuola secondo il proprio livello di comprensione e di classe. Masia ora si trova ad affrontare sfide simili nel proteggere i suoi contatti—impensabile quando faceva l'MC a Toronto. "Mi hanno letteralmente fatto questo discorso: 'Guarda. Devi smetterla di fare la canadese. La popolazione è diversa oggi. La competizione è diversa. La mentalità è diversa. Proteggi le tue cose'." Eppure, Masia One ha trasformato Singapore nella sua Babilonia. Illuminata dalle sue esperienze personali di diverse culture su scala globale, ora sta scoprendo la vitalità del Sud Est asiatico applicando la propria palette di colori e le proprie risorse. La sua direzione creativa ha creato legami tra artisti mainstream e paesi come il Vietnam, dove ha fatto suonare Sean Kingston a una festa in piscina tirata su in un terreno agricolo a cui si sono presentate ben cinquemila persone.

Masia crede che ci sarà sempre un mercato di nicchia per chi fa qualcosa di diverso. "Creare una fondazione per il reggae nel Sud Est asiatico per me è come una battuta che capiamo solo io e mio fratello. Tipo "fanculo il sistema, guarda cosa abbiamo fatto, fratello!' Non conoscevo il mio scopo quando sono tornata qui, ma ora comincia a prendere forma."

Nel nuovo anno, Masia rinnoverà anche la propria identità artistica pubblicando un album che esprime sincerità e maturità. Trova ancora ironico che debba in continuazione "ricominciare da capo", immergendosi in iniziative culturalmente contrastanti. "Puoi buttarmi nell'arena coi leoni", spiega Masia One, "e io troverò il modo di vendergli della carne".

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