Che vuoi che sia, Mia

Funk, femminismo e ballate medievali: nel '76 Mia Martini registrò coi Libra un capolavoro scomodo che l'Italia ha provato a dimenticare

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20 novembre 2014, 10:50am

"-Anni fa il pubblico era più di bocca buona, si lasciava 'plagiare' dal 'personaggio', senza badare troppo alla sostanza. Ora, invece, i 'personaggi' non attaccano più, se non hai talento non vai avanti.
-Dici che i 'personaggi' non attaccano più. Tu, però, quando ti sei affermata facevi leva anche sul 'personaggio': quello di una ragazza un po’ hippy, un po’ 'maledetta', che aveva avuto delle noie per una 'fumatina'…
-Sembravo un 'personaggio' costruito ad arte, forse, ma in realtà ero proprio così, in quel periodo. Le grane per aver 'fumato”'le ho avute sul serio, non me le sono inventate, e i miei atteggiamenti da hippy erano spontanei. Penso che il pubblico lo abbia intuito, abbia capito che ero “autentica”. Altrimenti non sarebbe stato al gioco, puoi giurarci."

(Intervista a Mia Martini da "Il monello", 1976)


Come vi avevo accennato nella precedente puntata, Italian folgorati avrebbe fatto un giro di boa dando maggiore spazio alle quote rosa del mondo della musica leggera italiana. Mentre mi accingevo a scegliere la papabile, mi arriva però la brutta notizia della morte di Alessandro Centofanti, che i più ricorderanno per essere stato un collaboratore fisso di Venditti. Per chi non lo sapesse, Centofanti era per prima cosa il tastierista dei Libra, l’unica formazione che può essere indicata come diretta rivale dei Goblin, con cui condividevano il primo batterista, il grande Walter Martino ( e più tardi anche il tastierista Maurizio Guarini). Casualmente, la notte prima di questo spiacevole evento stavo spulciando un po’ nella discografia di Mia Martini e mi sono ricordato del disco in cui i Libra sono la backing band di Mimì e non solo: firmano anche gli arrangiamenti suonandoli come dei dannati. Il disco in questione si chiama Che Vuoi Che Sia… Se T’Ho Aspettato Tanto, anno 1976. E scriverne è il modo migliore per omaggiare in un sol colpo due giganti della musica italiana.

Dopo questo racconto ci sarà sicuramente qualche cretino impunito che darà la colpa del decesso allo spirito di Mia Martini, che i più informati sapranno vittima di dicerie e superstizioni inqualificabili. Era tristemente famosa per questo accanimento nei suoi confronti, tanto che nel 1983 decise di mollare le scene perché schiacciata dal peso delle malelingue e dell’ignoranza. Questo è uno dei motivi per cui la maggior parte della gente se la ricorda solo nell’89, in piena maturità,quando ritornò sulle scene cantando “Almeno tu nell’universo” con i capelli corti lesbo style, la voce roca e un piglio decisamente rabbuiato. Ma il background di Mia Martini è fatto di rock psichedelico, droghe leggere e meno leggere (scontò 4 mesi di carcere per possesso di queste), ribellione e raduni pop giovanili. Nel 1971 era la compagna neintepopodimeno che di Joe Vescovi dei The Trip: e mentre lui ascoltava musica classica e gli ELP lei invece gradiva il rock più spaccatimpani, a dimostrare che la sbandata per la roba sinfonica nacque proprio con l’incrinarsi del loro rapporto e soprattutto dopo la terribile fine dei La Macchina, la sua talentuosa backin’ band: in un incidente stradale perdono la vita due elementi, e da quel momento Mia sarà additata come iettatrice.

Ovvio, era una persona scomoda che in “Oltre La Collina” parlava di stupri, vessazioni familiari e liberazione della donna, e tutto quello che cantava coglieva nel segno: in qualche modo andava ferita nel profondo. La cosa bella è che la maggior parte dei pezzi dell’ epoca , nonostante impregnati di umori freak, erano opera di Claudio Baglioni prima che si impelagasse in piccoli grandi amori, rappresentando quindi un solido ponte verso il pop. Quella voce era ad ogni modo troppo sovrumana per essere fermata, ragion per cui da quel momento i suoi dischi saranno tanto raffinati e affidati ad autori di grido (vedi Califano, Venditti, i La Bionda, Lauzi e Franca Evangelisti) quanto lontani dall’irruenza degli esordi. Questo lavoro di fino alla ricerca di un ibrido fra rock, pop e canzone d’autore le frutta il titolo di cantante europea dell’anno 1974, segno che Mimì non scherza e la sua è ricerca pura. Vince a man bassa praticamente tutto il vincibile, è rispettata quanto temuta, ma nel 1975 arriva una svolta cruciale: esce Sensi e Controsensi, un capolavoro con arrangiamenti fra la kosmische musik, il soul e la tradizione italiana, una cosa pazzesca tanto da accaparrarsi il premio della critica europea. Ma proprio quando sembra andare tutto bene, la Ricordi tenta di spremere la gallina dalle uova d’oro imponendole autori lontanissimi dai suoi valori, con l’unico obiettivo di fare cassa.

Mia non è semplicemente un’interprete, ma una sarta che si cuce il suo disco addosso pezzo per pezzo, interviene negli arrangiamenti, suggerisce le atmosfere, è aggiornatissima sulle avanguardie del periodo ( e in futuro sarà anche autrice delicatissima). Una cosa del genere è quindi umiliante per lei, ma è comunquecostretta per questioni contrattuali a pubblicare Un Altro Giorno Con Me, che per quanto sia carino è in realtà rispetto agli standard una cagata bella e buona. A quel punto Mia manda a fare in culo la ricordi e accetta un’offerta della RCA, che finalmente le lascia carta bianca. Pronta a ricominciare, si guarda intorno cercando qualcuno che possa indurire i suoni della sua musica e soprattutto le ritmiche. La scelta cade sui Libra, un gruppo jazz rock italiano che ha un curriculum spaventoso: unici italiani a incidere due dischi per la Motown, hanno vissuto in America per un bel po’e hanno diviso il palco anche con Frank Zappa. Ovviamente i forsennati ritmi promozionali americani portano Winter Day's Nightmare, l’ultima opera del gruppo, all’insuccesso , e decidono quindi di tornare in Italia. La band è pronta quindi a dare alla Martini quel tocco hard funk che rappresenta una svolta nel suo stile: nasce così Che vuoi che sia...

La band non è l’unica novità: anche gli autori sono spesso nuovi di pacca. La prima traccia infatti vede un giovane Amedeo Minghi a firmare la musica di “Ma Sono Solo Giorni": uno scrosciare di pioggia e vento introduce un'orchestrazione di violoncelli e subito un arpeggio di chitarra che ricorda Vashti Bunyan. La voce di Mia è inserita nello spazio profondo, fiera, avvolta da echi roventi. Un brano che parla del coraggio di ribellarsi: praticamente dà delle pecore agli ascoltatori, solo qualche volta capaci di alzare la testa. Sottolinea il concetto con tanto di cori maschili alla Simon & Garfunkel e un classicheggiante assolo di violino finale macinato nel phaser, che è solo l’inizio di una secca spallata alle convenzioni.

Il secondo pezzo infatti è un funky puzzolente, tutto incastri di piani elettrici synth e clavinet in cui Mia parla della condizione femminile in maniera dura: “Io donna Io Persona” è un testo del caustico cantautore Gianfranco Manfredi, mentre la musica è opera di Carmelo Carucci, ex Romans ma meglio conosciuto in futuro come l’autore di “Occhi Di Gatto” e altre sigle di cartoni animati. “Un Aborto Ogni Due Anni”, storie di violenza sessista con un proclama nettamente personale rispetto all’estremismo femminista e all'idea di potere “non voglio essere schiava ma neppure esser padrona”. I Libra qui spingono come dei pazzi, macchine da guerra funky che manco i Funkadelic o i Parliament, con sintetizzatori fischianti. Se ascoltiamo bene l’incipit del brano si noterà la strana somiglianza con la celeberrima "Ghostbusters" di Ray Parker Jr., che casualmente quegli anni lavorava con Battisti. Stranamente nessuno però l’ha ancora denunciato per plagio.

Ed eccoci con la title track, “Che Vuoi Che Sia…”, scritta dalla vecchia conoscenza Baldan Bembo ( che si produce anche alle tastiere). Pestone di basso e batteria per una ballatona d’amore (chiaramente fallito) in crescendo con strizzata d’occhio alla tradizione greca tramite inserimenti di Bouzouki. Poi arriva una malevola chitarra distorta dal phaser e stacchi muscolari quasi hard rock. Il brano, apparentemente melodico, nasconde però molte microinfluenze che ne fanno un gioiello di sincretismo musicale

Il brano successivo porta la firma di Mango, quando ancora lo conoscevano in tre. “Se Mi Sfiori” parte con un rullare di pianoforte ed è un’altra canzone d’amore con fumi romantici alla Rachmaninov. L’orchestrazione del poi premio Oscar Luis Bacalov fa il resto. Musica pop ibridata alla classica, senza cadute di stile. A volte si sfora anche nel jazz e Mia ha una vocalità molto più sicura rispetto alle precedenti prove, potrebbe cantare anche le istruzioni dei detersivi e sarebbe tutto perfetto comunque.

Ed ecco arrivare un altro brano dagli umori funky: “In Paradiso” è un pezzo sulla repressione psicologica, sui sensi di colpa patologici e quindi profondamente anticattolico. “Ha le corna e la coda il mio angelo custode/è un demonio che gode/a non farmi divertire mai”: la rettitudine pare porti in paradiso, ovvero al suicidio. Il ritornello punteggiato da inquietanti cori di bambini è una lametta poggiata su una vena (e nella sua maniacalità anticipa Schock degli stessi Libra che uscirà l’anno dopo). I musicisti qui fanno il panico, riuscendo addirittura a precedere battiti proto-acid house, con dei synth che manco Luke Vibert e grooves serratissimi e complessi. Mia ha le idee chiare: le ballate sono musica classica mischiata al folk psichedelico, i brani ritmici devono essere totalmente incastrati e mozzafiato. Autore della musica è Memmo Foresi l’ex bassista di Gepy & Gepy, cosa che gli dona anche un certo sapore disco. Costui firmerà anche gran parte dei brani successivi.

Arieccoci a un'altra ballata: “Fiore Di Melograno” ha suggestioni Beatlesiane a la “Blackbird” con chitarra acustica, uccellini e pifferi. “Non ho mai sopportato la mia gente”, incipit niente male per una ballata tra il medievale e il balcanico sui rischi dell’emigrazione. Ma ci sono anche echi di Roma nel testo, quasi uno stornello (forse ispirato dall’amica Gabriella Ferri). Brano breve ma che—anche per questo—colpisce nel segno, con un Maurizio Fabrizio in ottima forma alla sei corde. Col successivo brano si ritorna alla negritudine: "Una Come Lei" ha una suddivisione ritmica spezzatissima, quasi alla Betty Davis. Armata di synth a pacchi e mood che piacerebbe ai The Internet o a Uffie, Mia cerca di far capire al suo tizio invaghito di un’altra che costei vuole incastrarlo in un interessato matrimonio borghese. I suoni arrivano da tutte le parti e culminano in un finale che da solo vale il brano: il synth borbottante di Centofanti prende da solo la scena in gorgheggi senza senso.

“Noi Due” è un lentone che sembra ispirarsi ai quasi contemporanei Floyd di "Wish You Were Here": psichedelico e largo, ricoperto di flanger è un brano contro tutte le convivenze e i matrimoni. Due ragazzi che alla fine si creano una prigione nel loro apparente idillio, “che pazzi siamo stati” canta Mia in un ritornello arioso che sembra molto Vangelis-style. Nel finale, assolo di sintetizzatori a go go, portati via da un white noise che odora di deserto. “Elegia” invece sembra un’invettiva contro un compagno, ma probabilmente è contro il padre. Canzone sulle umiliazioni domestiche in tempi dispari, con apertura di piano Rodhes molto blaxploitation e botta e risposta vocali serratissimi: c’è l’ombra di Cat Stevens, di cui Mia andava pazza. Il finale è invece affidato a” Preghiera”, un brano del sinistrorso Stefano Rosso (sì, quello di “Che bello, Due Amici Una Chitarra e Lo Spinello”). Brano che vorrebbe essere di una religiosità laica, ma alla fine risulta stucchevole. Unico passo falso per un disco che potrebbe essere una pietra miliare del crossover italiano nella sua miscela di funk, classicismo e weird folk psichedelico, testi duri e atmosfere stranianti: cerca di equilibrare ragione, sentimento e sensualità e le varie contraddizioni musicali di una vera fuoriclasse.

Purtroppo però all’industria non frega un cazzo dell’arte. La Ricordi le farà infatti causa per inadempienze contrattuali, vincendola e pignorando alla cantante tutti i suoi averi, più una multa di 90 milioni di lire: la cosa peggiore è che “ che vuoi che sia..” sarà ritirato ben presto dal mercato grazie alle loro pressioni, motivo che lo renderà poco conosciuto ai più. Mia sarà costretta a vivere da senzatetto facendo spola fra case di amici, chiedendo prestiti, improvvisamente col culo per terra. Ma andrà avanti sempre a testa alta in nome di un’indipendenza artistica senza compromessi, ricominciando da zero. Nessuno dei suoi colleghi sarebbe riuscito a sopravvivere a tanta ostilità.

Mia Martini in effetti ha sempre guardato avanti: quando al tempo lei smanettava con la musica nera—ad esempio—la sorella Loredana Bertè ancora era indecisa sul da farsi, rimanendo in campo pop con rare eccezioni ( “Normale o Super” lo testimonia già dal titolo): solo più avanti si butterà sul reggae usando arrangiamenti simili a quelli dei Libra. Quando Mia cercava un nuovo pop italiano ispirandosi alla musica tradizionale , medioevale e classica, gli altri ancora dovevano arrivare (il primo di Branduardi, ad esempio, è del 1974. Andrà a tavoletta quando incontrerà, l’anno successivo, il suo unico e turbolento grande amore: Ivano Fossati, col quale siglerà un altro capolavoro misconosciuto, Danza del 1982 che potrebbe essere considerato il suo manifesto assoluto. Quello che è venuto dopo è stato un continuo incontro di boxe per Mia, vinto praticamente fino alla fine, alla faccia di tutto e tutti. Una fine poco chiara: la Bertè accusa il padre di averla uccisa a pugni, i referti medici parlano di overdose da stupefacenti. In ogni caso una morte da vera blueswoman, come Billy Holiday, come Whitney Huston, e come tutte le rocker che si rispettino. Come canta lei stessa : "Se non è onesto sprecare il dolore l'importante è non perdere il cuore".

[NDR: la maggior parte dei video riferiti a questo album su YouTube non possono essere visti in Italia: il sabotaggio verso “Che Vuoi Che Sia…” continua]

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