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Sono andato a vedere il documentario su Kurt Cobain

Mi ha lasciato completamente neutrale, ma forse è meglio così.
30 aprile 2015, 8:27am

Oggi non so bene che giorno è: 30 aprile millenovecentonovanta e qualcosa, si parla di Nirvana, esce il nuovo disco dei Blur, Tangentopoli è sulla bocca di tutti. Faccio parte della generazione che ha vissuto gli anni Novanta di seconda mano. Anzi che sta vivendo gli anni novanta di seconda mano. Perciò la mia è una visione inevitabilmente distaccata e al tempo stesso partecipata—non so dire se migliore o peggiore—ma di certo diversa da quella dell’immortale generazione trenta/quaranta, una generazione addirittura più onanista di quella del ’68.

Sono andato a vedere Cobain — Montage Of Heck di Brett Morgan con tutti i buoni propositi e la neutralità di chi non adora i Nirvana ma da adolescente ha letto i diari di Kurt Cobain (immagino che questo sia un attestato di neutralità) e devo dire che per due ore non ho provato niente. Mi sono sforzato di ridere e poi di piangere, ma niente. Per quanto ambiguo e paradossale, ci tengo a specificare che sono convinto che questo sia positivo e costruttivo, ma andiamo con ordine.

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Del film ho apprezzato una certa coerenza nel trattare gli argomenti e soprattutto di mostrarsi con un’estetica completamente in stile MTV generation, l’MTV dei tempi che furono e che, nel bene e nel male, qualcosa furono. Interviste (forse un po' piatte), musica al momento giusto, immagini di repertorio, concerti, primi piani sui teenager del tempo, apparizione televisive della band, voci fuori campo. Montage Of Heck è sostanzialmente diviso in quattro parti ordinate e analitiche. Una prima incentrata sull’infanzia felice e tutto sommato agiata, “in quel periodo se avevi poco, avevi comunque abbastanza” dice la stessa mamma Cobain mentre scorrono copiose immagini in superotto di una qualunque famiglia benestante di Aberdeen, segue l’adolescenza di Kurt Cobain e la serenità spezzata da un banale divorzio, che—stando ancora a quanto dice la madre—a quei tempi rappresentava un piccolo tabù motivo di vergogna. In questi primi due blocchi, nella normalità assoluta, si tenta in tutti i modi di dipingere Cobain come un ragazzo prodigio, difficile, geniale, creativo, che impugna la chitarra mancina sin da piccolo. Una specie di predestinato. Un predestinato come lo sono tutti gli adolescenti agli occhi di mamma e papà e “fuori dalle righe” come lo sono gli adolescenti descritti nell’immaginario collettivo da quando, nella seconda metà del secolo scorso, gli adolescenti sono stati inventati come categoria.

È indubbio che Cobain da questo punto di vista rappresenti il prototipo perfetto di un processo di spettacolarizzazione della normalità che è stato il pane quotidiano degli addetti ai lavori degli ultimi decenni e che forse oggi si è sublimato nelle pagine facebook dei vari Gianni Morandi e compagnia bella. Forse dovrei aggiungere dei punti interrogativi qua e là, ma in fin dei conti è chiaro che queste sono opinioni personali sulle quali è scontato che vorrei che si discutesse, e non ho alcuna pretesa di rivelare verità che francamente so bene di non avere e non ho intenzione di dover necessariamente avere.

Le restanti parti del documentario invece passano—devo dire, senza segnare il cambiamento con barocchismi inutili—all’ascesa mondiale dei Nirvana e al seguente periodo di declino e distruzione di Cobain, fino alla morte. Assieme agli apprezzabilissimi lavori di grafica digitale sui disegni e i diari di Cobain (che sono davvero ben fatti), ci sono le prime interviste, vissute con un crescente calo dell’entusiasmo tanto che si passa nel giro di pochi minuti dall’ascoltare “vogliamo diventare miliardari” a “il successo fa schifo”: un canovaccio non scontato, quantomeno.

E poi ci sono le tanto controverse immagini private e domestiche della coppia Cobain-Love sulle quali qualcuno ha storto il naso giudicandole eccessivamente personali. Francamente non riesco a trovarci nulla di scandaloso dato che da sempre tutto quello che si è cercato di fare riguardo il personaggio Cobain è stato fatto nel disperato tentativo di entrare nella sua intimità e di venderla il più possibile, mi tocca ripetere di nuovo che nello scaffale dietro di me posso andare a sfogliare i suoi diari, impaginati e tradotti con cura. Soprattutto, è difficile chiamare quei filmati un attacco alla privacy, dato che sono intervallati da interviste alla Courtney Love di oggi, che racconta e fuma sigarette senza nessuna pistola puntata alla tempia. Parliamoci chiaro, la musica è sempre stata in secondo piano quando si parla di Nirvana, inevitabilmente offuscati da qualcosa di più grande che li eclissa totalmente e non è un caso che ci siano pochissimi spazi dedicati all’incisione dei dischi o ai classici aspetti di una band che interessano un fan normale, un fan interessato alla musica. I Nirvana non esistono.

Il vero protagonista latente è quell’aurea di infallibilità ostentata e un po’ affettata che si vuole conferire all'artista, pur nelle sue debolezze e nei suoi errori ma sempre inattaccabile e pulito. È così che lo giudicano i fan e vogliono continuare a farlo, per questo, quando sento dire che “chi non ha vissuto quel periodo non può capire”, credo che si stia facendo il più grande sgarbo possibile ai Nirvana e a Kurt Cobain. La religiosità e la divinizzazione sono nocive sempre e, nella migliore delle ipotesi, rendono un feticcio sterile qualcosa che invece sarebbe interessante analizzare e discutere, anche magari con un'acredine che però riveli una buona dose di rispetto. I primi nemici di quel periodo e della sua archiviazione facilmente bypassata sono quelli che quel periodo l’hanno vissuto. Quella già citata generazione onanistica che in linea di massima ha perso tutto quello che poteva perdere, e l’ha fatto con l’arroganza e il dolo di chi ha scoperto un certo godimento nella sconfitta, un appagante stato di isolamento nel quale costruirsi un rifugio.

Naturalmente è un’esagerazione conferire questa responsabilità a Kurt Cobain ma, volendo percorrere questa esagerazione fino in fondo, si può dire che è di questo che si sta parlando: a un certo punto essere un perdente è stato bello, a patto che lo si fosse con i capelli biondi e gli occhi azzurri, una metafora che calza bene con tante battaglie anche sociali e politiche condotte con quella specie di culo parato dal benessere, indiscutibile e reale, che probabilmente resiste ancora oggi. E se proprio devo continuare fino in fondo con l’esagerazione in corso, mentre si legge “uccidi Reagan” sui muri di Seattle o dell’incitamento alla ribellione nei testi dei Nirvana, l’unico risultato che si vede è ancora una volta un invito all’individualizzazione e alla perdita della collettività, bisogna essere soli e asociali, si può avere successo anche così, anzi si deve avere successo così, sei un individuo, sei solo, il massimo che puoi fare è entrare in una scuola con un mitra e fare fuoco per ribellarti alla tua vita ingiusta.

Al di là di questo, rimane difficile, almeno per me, distinguere se Kurt Cobain sia l’ultima vera rockstar o il primo esponente di una serie di personaggi vuoti, buoni solo per le copertine, inventati e divorati dai media in un contesto del tutto endogeno e di auto-sopravvivenza in mancanza di una realtà da cui trarre vera ispirazione. Forse è un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina. È davvero interessante e utile saperlo? Secondo me no. Voglio rimanere neutrale, è in questa neutralità che ascolto da giorni praticamente solo i Nirvana, mi fumo un po’ d’erba e non mi faccio tante domande. Probabilmente è la soluzione migliore, a patto che domani si parli d’altro.

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