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La Quiete Dopo Gli Stormy Six

Ci sono pochi dischi nella musica italiana più belli di "Al Volo", ma ce ne sono anche pochissimi di più sottovalutati. Facciamo giustizia? Sì, dai.

“La battaglia sul mercato si combatte a forza di watt e di americane stracariche di riflettori? Accettiamo la sfida: gli Stormy Six ritornano ad essere a tutti gli effetti (o forse diventano per la prima volta) un vero gruppo rock. E dato che Video killed the radio stars, anche se star delle radio star non siamo mai stati, ci proviamo col videoclip.”
(Franco Fabbri – Album Bianco: Diari Musicali 1965-2010)

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In Italia c’è il brutto vizio di fermarsi alle prime righe di un libro: arrivare all’ultima pagina vorrebbe dire stancarsi gli occhi e il cervello. È così un po’ per tutto, e in musica figuriamoci: se diventi popolare per un motivo x, ti rimane appiccicata quell’etichetta per sempre. Di solito in Italian Folgorati proviamo a ribaltare queste convinzioni scavando nel lato oscuro del pop. Vale anche per l'underground, e il caso in esame è quello degli Stormy Six. La prima cosa che viene in mente a tutti a sentirne il nome è "Stalingrado", quel brano folk/politico che risuonava alle assemblee d’istituto della scuola e che a volte ti dava anche al cazzo per com’era citato. Infatti pochissimi sanno chi erano veramente gli Stormy Six: un gruppo in continua evoluzione e niente affatto rassicurante, nemmeno per i sinistroidi che, per puro caso, dal 1971 li avevano associati alla canzone politica per il brano "Leone", che pensavano frecciata all’allora presidente della repubblica. Chiariamoci: l’impegno è una caratteristica costante della band capitanata da Franco Fabbri ma, allo stesso modo, l’ansia di sperimentazione del gruppo poco si adattava alle certezze.

D’altronde avevano iniziato col beat, e nel 1967 avevano fatto da spalla ai Rolling Stones, non certo a Pietrangeli, convinti di essere a tutti gli effetti gruppo rock. Nel 1969 in formazione era entrato pure un grandissimo Claudio Rocchi (al basso), dando il disco Le Idee Di Oggi Per La Musica Di Domani un taglio psichedelico che avrebbero poi perso. O meglio: si sarebbe trasformato in altro. La successiva carriera solista di Rocchi fu geniale, mentre gli Stormy dovettero combattere tra concessioni al mercato (ricordiamo "Sotto Il Bambù" scritta da un altro outsider, Mario Barbaja, e vittima di censura al commercialissimo disco per l’estate) e l'incapacità della sinistra di valorizzare la musica al di fuori di logiche politico-strumentali.

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Dal 1972 al '76, quindi, per gli Stormy è tutto un amore/odio con i capoccia del movimento studentesco, con il PCI, con le occupazioni, le radio libere e via discorrendo, tenendo i piedi in due scarpe fino al 1974, quando decidono di metter su l’Orchestra, una cooperativa di musicisti italiani e stranieri decisa a fare muro sia contro le major sia contro i “padroni della musica” di sinistra. Gente che non pagava i musicisti militanti ma che invece si genufletteva di fronte alle star alle feste dell’Unità, ricompensandole profumatamente. L’importantissima attività dell’Orchestra è un segnale di dirompente indipendenza, che vedrà fra le sue righe nientepopodimeno che i grandissimi Henry Cow. Gli Stormy Six stracciano il contratto con la Ariston e pubblicano Un Biglietto Del Tram, che rimane il loro disco più ricordato in Italia, proprio per la famigerata "Stalingrado" e per la forma indiscutibilmente popolare. Ma subito dopo i nostri se ne escono col geniale Cliché, un disco mezzo free, solo strumentale, altamente indigesto nella commistione fra acustico ed elettrico, anche nei momenti in cui si riallaccia al disco precedente. Del discorso politico rimangono i titoli, sintesi perfetta di una situazione, soprattutto esistenziale.

Come fossero pezzi di una library, i titoli sono provocatori: “Leader”, “Riflusso”, “Comizio B”- “Tafferuglio” e l’inquietante finale “Il Nostro Tempo È Scaduto”. D’altronde, già il titolo Cliché è una grossa critica alle prevedibilità ingessata della sinistra dell’epoca. È il primo segnale d’insofferenza, e infatti il disco successivo “L’Apprendista” sarà una mitragliata progressive infilata a calci dentro la canzone “popolare”. Non solo: a differenza degli Area, un pezzo storto come “Carmine” difficilmente può far breccia nei cuori degli operai o degli studenti, la sfida è più quella di un Nono, o di un Morricone alle prese con le colonne sonore dell’ultimo Pasolini. I testi sono meravigliosamente in bilico fra il favolistico la denuncia e il disastro.

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Ci sono però ancora margini di miglioramento. È un periodo di forti alleanze, poiché il disco è una coproduzione che vede nelle file anche Cramps e Ultima Spiaggia. Nello stesso anno girano massicciamente l’Europa ed entrano nelle file dell’organizzazione Rock In Opposition, fondata dagli Henry Cow con l’intenzione di arginare tutte le musiche commerciali, finanche il punk e la disco music! Insomma la situazione si radicalizza non poco e sembra che gli Stormy vogliano principalmente far esplodere le teste della gente, che però in Italia rimarrà nostalgica proprio nel momento in cui all’estero i nuovi Stormy sono invece osannati. Nel 1980 con Macchina Maccheronica addirittura vincono il premio della critica tedesca come miglior band europea, dietro ai Police. Sfido, il disco sembra proto-math rock con inserti mutuati dalla migliore musica contemporanea, i rumorismi sono assortiti, i testi una riflessione ironico/reattiva sul presente, per quanto amaro sia. La loro partecipazione al festival della canzone politica a Berlino Est crea un caso, diventano gli idoli degli intellettuali di sinistra in lotta col regime totalitario. Sembra che debbano spaccare tutto ma le cose non andranno esattamente così. È il 1981 e i nostri, proprio a ottobre, si chiudono in sala per registrare Al Volo, quello che sarà il loro canto del cigno.

La gestazione di Al Volo avviene in un contesto culturale che va disgregando le stesse basi sulle quali si poggiava la band. La sinistra militante non è più un metro di confronto, anzi: tutti si stanno infilando in un discorso “privatizzato”, aprendo aziende e buttandosi in quello che sarà l’edonismo craxiano, come a dire “abbiamo già dato, ora prendiamo”. Dato che la società dello spettacolo sta vincendo, gli Stormy Six decidono allora di rilanciare e ritornano sulla strada del rock, soprattutto quello a la Mister Fantasy. Il problema è che, a causa del loro passato, sono costantemente sabotati. Tutto questo disagio è il nerbo di Al Volo: è New Wave devoluta, talvolta anche No Wave, con intuizioni geniali e futuribili e un massiccio utilizzo dell’elettronica, di cui Fabbri è vero maestro. I testi decadenti, disperati, alienati, paurosi: un azzeramento completo come se si leggesse un libro di Beigbeder nelle interiora di un morto.

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Il primo brano dà subito la sveglia nel principio di realtà, del quale la musica cerca di rappresentare il rifiuto, la resistenza non armata ma “esistenziale”, in una guerra combattuta contro nemici subdoli e invisibili. Fulminante, "Non Si Sa Dove Stare" parte con un basso preso a manate su una batteria dispari e contesto sonoro/vocale che sembra letteralmente i Primus. Storia di alienazione urbana, agenti immobiliari, incapacità di muoversi, “una radio funzionava bene” nell’infermeria, non si sente più il proprio corpo ma la radio sì. Manifesto di dispersione umana, come un mare ridotto in una scatola a far festa all’elettricità” il pezzo mischia sinth alla Devo/Cardiacs, hard rock, gli Ultravox, Confusional Quartet, duemila suggestioni e finale in uno stupro di tape loop che fanno pensare subito al disco come una bomba. I Joy Division fanno ridere, a paragone.

E infatti, l’incipit del brano seguente sembra proprio un’infastidita citazione di “Atmosphere”. L’alienato protagonista si ritrova alla Standa senza sapere perché: forse per il calore condizionato che sostituisce quello umano? No: per cercare il tempo, oramai smarrito in una quotidianità di centri commerciali che ti spiano, commentando la trasformazione da uomo in consumatore prima e in zombie poi, sondato nei gusti e costretto alla frequentazione di non-luoghi. “Lei [la Standa] ci vede nudi nella sua testa/ ci guarda fino a che si chiude”.Insegne che non si spengono mai, anche se vacillano: il potere non cede neanche di fronte all’evidenza. La musica è una mistura fra i King Crimson periodo Belew, lo Zappa di Man From Utopia e la wave fusion dei Buggles di Adventures in Modern Recording, colonna sonora di uomini allevati in batteria.

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Un guitar synth devastante fa partire “Piazza Degli Affari”, malatissimo e gaznevadiano brano sull’orrore disumano della borsa. “Ci si sente la sabbia sulla pala”, il cervello sembra rotolare come i numeri sui display mentre i manager si sbracciano disperati. Batterie elettroniche, voci doppiate, chitarre da giorno del giudizio, il pezzo si accartoccia su se stesso nel “non siamo tutti in grado di sapere cosa c’è di là”. Anche chi gioca in borsa non sa chi muove il meccanismo. C’è Dio e c’è un potere occulto che fa impazzire tutti, soprattutto i suoi adepti illusi di capirci qualcosa. Praticamente Cosmopolis.

“Ragionamenti” si apre a suggestioni fra Hammill e Fripp, come in un labirinto di pensieri senza uscita. Sembra, a livello introverso, la loro versione di “Polvere” di Ruggeri. Un coro di voci, simbolo dell’animo popolare soffocato, rilevano i ragionamenti di un lavoratore in mensa che cerca contatto con i suoi simili solo dentro se stesso, senza riuscire a comunicare realmente in un silenzio che uccide. "L’odore dei pensieri si sentiva in giro, sapeva di sapone" “ “Le sedie con le gambe come le persone”. La pazzia è in avvicinamento, la dissociazione inevitabile, l’autismo una verità assoluta. La musica procede dis/ordinata in uno sfracellarsi di loop, suoni frammentati e jazz in fin di vita.

Nel lato B “Panorama” sfoggia un fretless che sviaggia incastrandosi a un synth quasi alla Zawinul. Il testo, in un periodare quasi analfabeta, illustra personaggi “Forse mai trasparenti”, con i cani ai guinzagli e intenti ad acquistare, magari in una fiera come simile all’Expo. Anche i lavoratori nella loro ricreazione e fra gli stand apparentemente “world” sono in balia della muzak di “mazurke giapponesi”. Dodicimila stacchi e un synth preso di peso dal Wright di The Wall sottolineano quello che è il mesto e paranoico “momento di svago” dell’uomo moderno, nell’inquietudine di non saper vivere senza direttive.

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Forse uno dei più bei pezzi su Roma, l’omonimo brano è sorretto da un fretless serpentino per un pezzo pop alla Gabriel periodo wave, ma anche vicino ai Polaroid. Una storia d’amore frastornata, in un’emigrazione al contrario, in cui Roma diventa Milano. “E mentre gli alberi filavano, io li sentivo crescere e mi chiedevo se un domani ci sarà posto su a Roma o se è vero come dicono che non ci serve più/più nessuno.” Le risorse e i campi d’azione si rimpiccioliscono sempre di più, il mercato rende gli uomini cavallette, il mondo non ha più punti cardinali.

“Parole Grosse” è una mazzata che inizia con una cacofonia di gong, piatti, campane synth e schifezze assortite con un giro di basso distorto quasi gotico in preda al random totale delle tastiere e delle chitarre taglienti al limite del noise. Non si dorme, "Io vivo qui e non ci vivo mai. Ma forse vivere è un termine un po’ forte per quello che facciamo ogni giorno". Lapidario, il protagonista macinato dal sistema sente ridere dentro di se non un matto—dice lui—ma un bambino, come se venisse “Trascinato per forza a un funerale a vedere tante righe di pantaloni”. Sintetico e pesantissimo, il pezzo finisce con un feedback insensato. Gli Us Maple potrebbero ringraziare.

“Denti” è una malattia sonora mezza Devo mezza neo-prog. Una cavalcata di batteria e una serie di scale cromatiche impazzite descrivendo uno studio televisivo e i suoi presentatori che, a forza di sorrisi bianchi a cazzo rendono superabile anche la morte “Quanti denti e incidenti gravi”. Le notizie orrende si scontrano con i pavimenti lucidi degli studi, in cui anche l’errore dello speaker e il realtivo buco sono coperti con una smorfia falsa, nell’approssimazione totale. Il brano dura solo due minuti, ma sono sufficienti a descrivere il declino delle immagini.

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"Cosa danno" termina il lavoro. Scelto come singolo per la sua dinamicità, sfoggia grandi chitarre no wave e riff assassini in tempi dispari di scuola Ralph Records. Il protagonista ha l’ansia devastante di dover guardare la televisione, che spenta non è altro che "L’occhio di un nasello vuoto”, un monolite nero, un transfer di energie negative. “Mettilo su on / Così la cosa si vede” e parte un assolo distrofico di chitarra nel rincoglionimento ebete del telespettatore, felice di vedere il nulla acceso.

Come un capolavoro simile sia rimasto completamente inosservato non è un mistero: gli Stormy Six non avevano calcolato la fascinazione del denaro negli ambienti “indipendenti”. Il loro progetto di spingere il disco sfidando le major tramite una distribuzione incrociata fra l’Orchestra, Materiali Sonori e Italian Records (ovvero le più importanti etichette off del periodo), affondò miseramente proprio quando la Italian firmò un contratto di distribuzione con la EMI. A quel punto, schifati in patria per i loro trascorsi, smaltirono le prime copie all’estero, che rimasero pressoché introvabili in Italia. La band si sciolse dopo un tentativo di entrare nel giro di Battiato, misteriosamente fallito nonostante esistano delle demo. E dire che, secondo Fabbri, il progetto iniziale di Al Volo era di unire le due anime “pop” del gruppo: quella che s’ispirava a I Gufi, il gruppo di cabaret satirico/macabro/ surreale degli anni sessanta, e l’altra (udite udite) ai Pooh, quelli della svolta wave funk / subliminale di Stop! per intenderci. Alla fine, però, neanche a provarci davvero il loro "pop" riesce ad allontanarsi dall’avanguardia pura, ponendosi in una zona di confine. È inoltre proprio grazie a questo disco che Franco Fabbri si butterà nella sperimentazione elettronica, pioniere del C64 come strumento musicale, tanto da diventarne un accademico per l’università di Torino. Non prima però di pubblicare uno degli ultimi album per l’Orchestra, cioè l’introvabile Domestic Flights, tutto incentrato sulle macchine. Forse l’avevano previsto: “L’ombra enorme di una stessa barca/si muoveva sulle nostre teste/Credo sia stato lì che ho sognato che noi/ci spaccavamo come vetrine/e in mezzo ai cocci c'era da bere/e da mangiare.

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Si ringirazia Flavio Scutti per l'ascolto del disco.