Interviste

Gigi D'Agostino e Gabry Ponte rivivono in Germania grazie agli Italobrothers

...il trio tedesco che ha costruito la propria carriera ricalcando le migliori truzzate da discoteca italiane. Bravi ragazzi.

di Elia Alovisi
30 maggio 2016, 7:23am

Non ho mai compreso totalmente il concetto di guilty pleasure. Se decidi di utilizzarlo, dichiarando un qualsiasi libro, film o canzone un "vizietto", implicitamente sottintendi che lo guardi un po' dall'alto in basso. Qualche anno fa di questo meccanismo parlava Jennifer Szalai sul New Yorker definendolo "un distillato di tutte le peggiori qualità della cultura media—tutta l'aria di superiorità della cultura alta, ma accompagnata da un'assenza di sforzo." Oppure: "La ricerca di piacere propria della cultura di massa, privata del gusto di un godimento inequivocabile."

Dichiararsi "colpevoli" di apprezzare qualcosa significa, anche solo a livello subconscio, prendere le distanze dalla pura fruizione di un prodotto e contemporaneamente affrancarsi da un'analisi critica più profonda, che certe forme d'arte (popolare, soprattutto) meriterebbero. Una sorta di lavaggio della coscienza mascherato con una risata. E ovviamente in Italia siamo campioni di questo atteggiamento: si vede da come i nostri media (anche quelli elitari) gestiscono informazione e cultura, non alternando ma mischiando alto e basso, serio e faceto in una sorta di guazzabuglio onnicomprensivo.

La teorizzazione di questo modello in chiave nostrana venne formulata da Paolo Mieli, all'epoca direttore del Corriere, nella figura dell'ascensore: "Il vero giornalista sta in un ascensore che fa su e giù dai cieli più alti della politica ai bassifondi della cronaca e del pettegolezzo." Il che porta ad un'ulteriore complicazione: di fronte a un prodotto "basso" si può scegliere se fruirne e basta o se affrontarlo in maniera critica. Nella seconda delle ipotesi, c'è il rischio di traslare lo snobismo da guilty pleasure in un doppio giro: un prodotto che per tutti è merda, una volta toccato da un'élite intellettuale, si ricopre immediatamente d'oro, acquistando una profondità indotta che, per essere efficace, deve far sentire stupidi i portatori "reazionari" di cultura alta che non capiscono format popolari come Ciao Darwin o Amici di Maria De Filippi.

Ovviamente tutto assume toni più drammatici quando si parla di musica, campo in cui già si faticava a prendere le distanze sia dalla critica "criticona" che dagli ascoltatori "leggeri", figuriamoci ora che a complicare ulteriormente le cose sono arrivati il revisionismo poptimist o le intellettualizzazioni del trash à la PC Music. Fortunatamente, sarà sempre lecito godere di un fenomeno pop, e altrettanto lecito è tentare di analizzarlo per il valore che ha all'interno della cultura popolare, senza per forza volerci trovare strane dietrologie o significati nascosti.

Ora che l'abbiamo ridefinito, possiamo parlare del guilty pleasure per eccellenza di mezza popolazione italiana nata tra gli Ottanta e i Novanta: l'italodance. Come Pezzali ha lasciato il suo segno di sfiga provinciale sull'immaginario collettivo di un intero Paese, così gli Eiffel 65, Gigi D'Agostino, Prezioso & Marvin e compagnia bella sono stati parte fondamentale dello sviluppo del gusto musicale di buona parte dei venti-trentenni di oggi. Magari li si è ascoltati solo per un'estate, o quando si andava alle giostre, o alla discoteca la domenica pomeriggio; magari li conosciamo perché ce li faceva ascoltare il compagno tamarro alle medie, o perché qualcuno ogni tanto li mette su alle feste per fare il nostalgico ammiccante.

A livello mondiale, il fenomeno-italodance è spesso visto come puro trash—ad eccezione, ma molto relativamente, di "Blue" degli Eiffel 65, unico vero successo mondiale mai uscito da quel frangente della nostra storia musicale. D'altro canto, non è possibile dare totalmente torto ai detrattori se consideriamo che buona parte delle hit prodotte dal genere non era altro che una serie di cover di brani più o meno conosciuti usciti nei decenni passati. "Geordie", "Voglio vederti danzare", "Le Louvre", "The Riddle", "Giulia": tutte semplici aggiunte di cassa dritta e synth ignoranti a tracce già scritte da altri.

I racconti di quei vocalist—quelle filastrocche genericamente generazionali, quegli stratagemmi-tormentone—sopravvivono tuttora in discoteche di campagna, in serate dai nomi idioti tipo "zarro night", nei cellulari dei regazzini di paese che prendono il pullman per andare al liceo in una qualsiasi città di provincia. Insomma, gli Eiffel stanno per fare un pezzo nuovo, Gabry Ponte fa il fenomeno e Gigi Dag (il cui sito ufficiale è la cosa più post-internet di sempre) continua a tenere botta con un'attività live che definire frenetica è poco.

Resta che, mentre noi crescevamo passando ad altri ascolti e, in giro per il mondo, molti ci pigliavano per il culo, due tedeschi si prendevano da Dio per quei suoni, quelle voci, quell'immaginario. E decidevano di pagargli tributo.

Erano Zacharias Adrian e Kristian Sandberg, entrambi DJ e produttori innamorati proprio di quell'approccio all'elettronica ugualmente patinato e arrogante, melodico e casinaro, artificiale nelle produzioni e genuino nel suo svolgimento. Nel giro di poco, presero su un ragazzino bravo a cantare che di italodance non aveva mai sentito parlare, tale Matthias "Matze" Metten, e lo convinsero a provare a registrare qualche traccia vocale. E così nacquero gli ItaloBrothers: quello che dovrei definire il mio guilty pleasure, ma che tale non considero.

Se non ricordo male me li ritrovai di fronte per la prima volta con il loro brano più famoso, "Stamp on the Ground", postato in una conversazione collettiva. Io e i miei amici ci innamorammo subito dell'estrema ignoranza (ignoranza buona) della loro formula: cassa dritta, voce supermelodica e testi che parlano solo di quanto è bello vivere e ballare e far festa (con accento palesemente tedesco), una scricchiolante identificazione con l'Italia sotto forma di qualche bandiera, brani tutti uguali. Ma davvero tutti uguali.

La struttura-tipo dei loro pezzi è quasi sempre quella: inizio in crescendo, con esplosione di accordi zarri preceduta dal ritornello e da cori che immagino perfetti per far passare il tempo su un pullman partito da Rozzano e diretto a Tomorrowland. Ma le variabili sono ancora più epiche: "Crying in the Rain", la canzone presammale del trio, ha il titolo più scontato e il video peggio girato della storia: l'inquadratura di Matze che guarda fuori da una finestra bagnata di pioggia tutto depre mentre, dietro, il suo DJ siede su un divano con la tipa che l'ha mollato è incredibile. "My Life Is a Party" è letteralmente "Dragostea Din Tei" con un testo meno criptico. Carlprit, guest star di "Boom", è lo stereotipo del rapper-EDM che appare su un pezzo ogni tanto e vive in funzione dei featuring. E poi c'è "Pandora 2012", colonna sonora ufficiale di una sorta di spring break norvegese.

Insomma, di base il concetto è: i turisti tedeschi con i sandali e le calze causano piacere e/o divertimento nell'osservatore ma, se ribaltiamo i ruoli, un italiano che si mette le ciabatte della Nike coi calzini firmati non è automaticamente un coglione che non ne sa niente di stile. E così ascoltare gli ItaloBrothers, per me, è una sorta di smarcatura da qualsiasi pippa mentale sul valore intrinseco di una canzone. È dimenticare di chiedermi quali siano le effettive capacità di scrittura musicale e testuale degli individui coinvolti. È imparare ad apprezzare cose che anch'io dovrei percepire come terribili, per quello che ho ascoltato nella mia vita e ascolto quotidianamente.

E invece, le due volte che mi sono recato in un circolo ARCI nella zona industriale di Reggio Emilia a vederli dal vivo, gli ItaloBrothers mi hanno dato una cosa che raramente riesco a trovare in un ambiente-club: un sentimento di festa senza la minima pretesa di serietà. Senza un fotografo di fronte a cui mettersi in posa, senza guestlist o ospiti VIP, senza la minima parvenza di esclusività. Insomma, il contrario di questo. I loro pezzi nascono esplicitamente allo scopo di divertire e divertirsi, una manipolazione di stereotipi dance ed EDM in forme spaghetti-kraut la cui naturale conseguenza è la presa bene.

[L'autore, immortalato durante la penultima calata italiana degli ItaloBrothers. Vedi al minuto 1.10.]

Matze risponde alla mia chiamata su Skype con il video, e non è una cosa scontata: la norma dell'intervista a distanza, almeno per mia esperienza, è una normale conversazione vocale condotta via internet semplicemente per risparmiare. Invece, mentre parliamo dei dieci anni che ha passato nel gruppo, Matze annulla la distanza che ci separa rendendo decisamente umano il nostro scambio. Mi chiede di me, porta il suo cane con sé in camera quando questo abbaia e me lo fa salutare, mi fa i complimenti quando provo a dirgli qualcosa in tedesco (lingua che non so assolutamente parlare). Insomma: mi accoglie, invece di prestarsi freddamente alle mie domande.

Penso che l'elemento-chiave degli ItaloBrothers stia proprio in questa accessibilità: quando si presentano in un club, buona parte della gente è lì per loro, non per ballare indipendentemente da chi sia dietro ai CDJ; è lì per cantare i pezzi saltando assieme ai propri amici in una nostalgia adolescenziale, non (necessariamente) per spaccarsi a merda e provarci con qualcuno. Un approccio inaspettatamente genuino, paradossalmente distante dalle norme della musica-da-ballare che, all'interno del calderone Hands Up in cui sono stati inseriti, pochi altri—forse il solo Basshunter, oserei dire—sono riusciti a ricreare.

È particolare constatare come l'esperienza personale di Matze aderisca alla mia, e forse a quella di molti loro fan: trovare piacevole e divertente una formula semplice ed esplicitamente derivativa in modo inaspettato, e lasciarsi trasportare dalla cosa senza farsi troppi problemi. Insomma, un po' come quando inizi improvvisamente a capire un inside-joke. La loro non è una forma musicale raffinata, né ha la minima pretesa di esserlo. Non è trattata dai media che parlano di elettronica, ma praticamente elettronica rimane. È la cosa meno "artistica" che potessero fare. La domanda che resta è la seguente.

Noisey: Com'è che tre ragazzi tedeschi decidono di dedicare la loro carriera a un genere palesemente di nicchia come l'italodance?
Matze:
È tutto merito di Gigi D'Agostino. Kris e Zach se ne innamorarono mentre studiavano ad Amsterdam, ed era il periodo in cui la sua carriera era praticamente al picco. Io non li conoscevo ancora, ma suonavo in acustico con un amico di Kris. Ero un tipo da live, suonavamo per strada e prendevo la cosa solo come un'opportunità per conoscere gente, mettermi alla prova e far sentire la mia voce. E fu questo nostro amico a metterci in contatto. Ad essere sinceri, l'idea di fare dance non mi piaceva affatto. Ho dovuto innamorarmi della cosa nel giro di qualche settimana, dato che all'epoca pensavo che l'unico modo per fare musica onestamente fosse con una chitarra, un basso e al limite una tastiera. Quando mi fecero vedere come avevano composto i pezzi in studio, però, iniziai a incuriosirmi.

Ma era una cosa che prendevate sul serio?
Non proprio. Gli ItaloBrothers non erano un vero progetto, l'idea era di divertirsi e vedere quello che sarebbe successo. Il nostro primo obiettivo era registrare qualche pezzo su un CD per ascoltarcelo in macchina, punto e stop.

E poi?
Poi scrivemmo "Colours of the Rainbow", e fu grazie a quel pezzo ci venne proposto il primo concerto. In Danimarca, tra l'altro. Era il 2006, e l'anno precedente era stata pubblicata la nostra prima traccia, "The Moon". Avevo solo sedici anni, allora, e immagina quanto potessi essere preso bene dalla cosa. È stata la Scandinavia, prima di ogni altro posto nel mondo, a farci sentire un gruppo a tutti gli effetti.

I sottogeneri in cui siete stati inseriti sono decisamente di nicchia: è per questo che, a partire da "Boom", avete iniziato a inserire elementi più tradizionalmente EDM nei vostri pezzi?
È buffo, perché l'hands up e la jumpstyle sono innegabilmente il nostro punto di forza. Ma negli ultimi anni abbiamo iniziato a pensare a dove vogliamo andare veramente a parare con tutto questo, e allora abbiamo cambiato un po' di cose. Oltretutto, noi siamo venuti fuori esattamente durante il colpo di coda di quei generi: e ci siamo presto resi conto che, per quanto potesse essere bello, non saremmo mai usciti dal nostro guscio se non avessimo provato a fare qualcosa di diverso. Insomma, di base abbiamo abbassato i BPM da 140/150 a 128 [ride, ndA].

Una buona parte del vostro repertorio è composta da cover, e lo stesso era per l'italodance.
Le cover sono un tema che ci interessa sviluppare seriamente, e non è un riferimento esplicito a quello che facevano gli italiani negli anni Novanta, primi Duemila. Quella che ha avuto maggior successo è "My Life Is a Party", ma ai tempi avevamo rifatto "Moonlight Shadow" di Mike Oldfield e "So Small" di Carrie Underwood. Anche "This Is Nightlife" è una cover, più o meno: la base viene da un pezzo non conosciutissimo di qualche anno fa. In fondo, tutto iniziò con una conversazione nel seminterrato che usavamo come studio. Kris è un po' più vecchio di noi altri due e metteva spesso su classici, o comunque roba che noi ci eravamo persi per motivi anagrafici. Allora ci siamo presi bene ad analizzare questi pezzi, a capire perché funzionassero, perché quelle melodie li avevano resi delle hit. Ma oltre a studiarle, ci siamo detti: insomma, è "Moonlight Shadow", è ok ri-pubblicarla e re-interpretarla. È così universale che, pensiamo, ha senso. Idem per "My Life Is a Party": "Dragostea Din Tei" era un pezzone, e allora ci siamo lanciati.

Avete beccato merda per quella scelta? Perché, diciamocelo: "Dragostea Din Tei" è oggettivamente un pezzo trash.
Ogni volta che pubblichiamo una cover c'è sempre chi commenta il video dicendo, "Hey, questa non è una loro canzone! Esiste già!" E posta il video dell'originale. A quanto pare il concetto di "cover" non è chiaro a tutti, così come quello di "richiesta di diritti". La reazione del pubblico è sempre divisa, ovviamente. Ma è una cosa che mettiamo in conto.

Penso che la chiave di lettura della vostra musica sia, di base, il divertimento. Vedervi dal vivo non è "andare a ballare": è andare in un club esplicitamente per voi.
È vero, ed è una cosa di cui ci rendiamo conto praticamente in ogni paese in cui suoniamo. Quello che facciamo non è minimamente contemporaneo, o alla moda. Non siamo commerciali come David Guetta né potenti come, boh, Martin Garrix, né lo saremo mai. La nostra non è roba che passa in radio. Il suo potere sta nel passaparola che si è sviluppato con il passare degli anni, credo. Praticamente ogni volta che andiamo in un club ci troviamo a parlare con qualche clubber di razza, normalmente tutto attento a fare quello serio, che ci racconta di come si sia davvero divertito a vederci. E finché ci arriveranno dei feedback di questo tipo andremo avanti. Anche se molti si vergognano ad ammettere che sono nostri fan [ride, ndA].

Siete inoltre riusciti a stringere collaborazioni decisamente atipiche: com'è che siete finiti a scrivere un pezzo sugli eSports? "P.O.D." è praticamente la nuova "DOTA"...
Non è che siamo videogiocatori seri, eh. Insomma, ho una Playstation 4 e gioco a FIFA, ma non mi sono mai sentito effettivamente parte di una comunità alla World of Warcraft, per dire. Poi, un paio d'anni fa, siamo stati invitati a suonare a quest'evento chiamato DreamHack, in Svezia, e ci siamo trovati di fronte quindicimila giocatori collegati l'uno con l'altro in questo stadio, con squadre, allenatori e tutto. Per noi è stato assurdo toccare con mano un fenomeno enorme come gli eSports e quindi, tornando da quel concerto, abbiamo chiesto agli organizzatori se gli avrebbe fatto piacere che scrivessimo un pezzo per loro. "P.O.D." ["People of Dreamhack", ndA] racconta esattamente quell'esperienza, la passione che quei ragazzi e ragazze mettono in quello che fanno.

Come gestisci a livello creativo il tuo ruolo di cantante?
Scrivo sempre da zero, senza partire da un beat. E lo faccio sempre, sempre mentre sono in aereo. Non mi metto mai a scrivere testi a casa, o in tour, o in vacanza. Perché entro in questo stato d'animo particolare che mi fa sentire come se stessi scrivendo la colonna sonora della mia vita. E non mi ci vuole tanto, un volo da Copenaghen a Francoforte e avrò scritto almeno una canzone. Sono senza cellulare, guardo fuori dal finestrino, ascolto un po' di musica e mi sento più concentrato che mai.

C'è un motivo per cui usi molto il "noi" invece dell'"io" nei tuoi testi?
Penso sia un modo inconscio che ho per creare un sentimento di comunanza ai nostri concerti, e devo dire che sembra funzionare. In fondo siamo un gruppo da singalong, c'è sempre gente che canta in coro i pezzi, e allora il "noi" prende automaticamente senso. È anche grazie alla mia presenza se è così, quindi quando scrivo mi immagino sul palco, nel momento dell'esibizione━e in quel momento non sono da solo. E lo stesso facciamo quando mettiamo giù i beat: ci chiediamo, "Come sarà dal vivo?" È la prima cosa a cui pensiamo. Il che può essere sicuramente un vantaggio per i nostri concerti. Meno per la radio [ride, ndA].

L'italodance è stata una vostra influenza dichiarata, ma lo è tuttora?
Assolutamente sì. Ascoltiamo sempre un sacco di musica italiana, pensiamo che, semplicemente, funzioni da dio. Ai tempi fu Gigi D'Agostino il mio, nostro modello, e quindi continuiamo ad ascoltarlo un sacco. È il mio preferito, assieme a Gabry Ponte. Abbiamo anche collaborato con FloorFilla, che è italiano, su "One Heart". Fu lui a portarci per la prima volta in Italia, era un nostro mega-fan e ci ha sempre aiutati in questi anni.

Non avete quindi mai messo in discussione l'origine del vostro suono?
Nell'ultimo mese ci siamo messi a parlare seriamente del nostro futuro. Ci rendiamo conto di essere parte di una nicchia, e la domanda è: vogliamo abbracciarla completamente o vogliamo distaccarcene? Penso sia naturale voler fare il proverbiale passo avanti, capire quello che oggi funziona di più. Ma penso che il nostro nuovo pezzo, che uscirà a giugno, abbia dentro tutto ciò che è "nostro". Possiamo rallentare i BPM, aumentarli, cambiare i nostri temi, ma in fondo ci sentiamo veramente a nostro agio quando siamo a metà tra qualcosa di radiofonico e quello da cui siamo partiti. È qua, credo, che sta la forza di un progetto: nel fatto che non sia immediatamente comprensibile all'ascoltatore.

C'è inoltre da mettere in conto il fatto che tu sei un cantante uomo, e non è una cosa affatto "normale" se consideriamo che normalmente nei club suonano DJ—se proprio con qualche vocalist come ospite.
"Sì! In fondo siamo una band, ma il nostro ambiente è la discoteca. E la mia presenza è sia un elemento che penso essere automaticamente interessante per l'ascoltatore sia parte del motivo per cui restiamo sospesi tra poli opposti, a livello di percezione musicale. Possiamo sempre fare esperimenti, aggiungere elementi ai nostri pezzi, ma non sono sicuro che potremo mai sentirci pienamente inseriti in una formula, in un genere univoco.

Quale pensi sia stata l'esperienza che più ti ha fatto sentire convinto di quello che stavate facendo?
Non direi un'esperienza, ma una canzone. Sono molto orgoglioso di "Stamp on the Ground" perché è il pezzo che ci ha tenuti in vita. Per dirla tutta, volevamo scioglierci appena prima che uscisse. Avevamo scritto un sacco di tracce e ogni volta che ne mandavamo una all'etichetta ci sentivamo rispondere, "Ok, è un buon pezzo per un album che magari farete in futuro, ma non è un singolo." Non ti parlo di un paio di occasioni, è successo almeno trentacinque volte. Di fila. Il che ci ha fatto pensare: insomma, ok il divertimento, ma restare in studio ore e ore a registrare è un lavoro. Quindi il pensiero di farla finita venne fuori, e a tutti gli effetti effettivamente ci sciogliemmo. Appena decisa la cosa Kris disse che era un peccato, dato che aveva un beat che pensava sarebbe stato quello giusto. Allora ci mettemmo seduti nella sua macchina ad ascoltarlo, ma non ci vedemmo niente di particolare. Insomma, "Grazie per avercelo fatta sentire, ci becchiamo." Due settimane dopo, però, avevo ancora in mente la melodia del pezzo: "ta-ta-ta-ta, ta-tara-tara, tara-tata-ta-ta-ta…" Così chiamai Kris, gli dissi che avevo deciso di registrare una linea vocale e lui, preso da Dio, mi disse che anche Zach lo aveva appena chiamato e voleva provarci. Ovviamente sono contento di "Stamp on the Ground" per la sua storia, ma le nostre canzoni che apprezzo veramente, quelle per cui vado avanti a fare tutto questo, sono quelle per cui abbiamo discusso di più. Ci abbiamo messo una vita a scrivere il nostro nuovo pezzo, ad esempio, a cercare di capire come esserne soddisfatti tutti e tre. Ci siamo incazzati, ci siamo sentiti bene, e alla fine sono davvero orgoglioso di quello che è venuto fuori.

Come si chiama il vostro nuovo singolo?
"Generation Party". Vuoi sentirlo?

Gli rispondo di sì, e Matze esegue. Mi fa sentire il brano direttamente dalle casse del suo portatile attraverso Skype. Ma non mi dà un'anteprima, un pezzettino: si spara tutti e tre i minuti della canzone, durante i quali resta in religioso silenzio a far su e giù con la testa, a mimare la sua stessa voce muovendo la bocca. A un certo punto fa pure le corna, come solo un tedesco il cui lavoro è "cantante di un trio italodance" sa fare: sorridendo, guardando in camera, nel modo più convinto possibile. Alla fine, mi chiede che ne penso. "It's a banger", gli dico, e il suo viso si illumina.

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