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Ascolta il nuovo sorprendente album dei WOW

"Millanta Tamanta" esce ufficialmente domani ed è un ricco melting pot di influenze, non solo anni Sessanta.

di Giacomo Stefanini
12 maggio 2016, 7:00am

Foto di Francesco Viscuso.

A volte ho un percezione un po' distorta di quello che il pubblico italiano segue con attenzione e quello che invece no. Ma sul secondo album dei Wow siamo tutti d'accordo, giusto? Uno dei dischi più attesi dell'anno, no? Nel 2014 Amore ha fatto una cosa molto buffa, cioè unire i fan del garage rock zozzo e quelli della canzone d'autore in un abbraccio in cui si intrecciano canzonette all'italiana anni Sessanta e Fender Jaguar tremolanti con un piede nel surf-garage e uno nel drone-rock post-Velvet Underground. Follia. Un anno e mezzo dopo i Wow (ah, per inciso: ci tengono molto che si pronunci UOU, non UAU) pubblicano Millanta Taranta, il nuovo LP in uscita sempre per 42 Records.

Il disco è una sorpresa: Leo e China, nucleo centrale della band, che dopo aver registrato l'ultimo album ha cambiato interamente la propria sezione ritmica, non si accontentano di riprodurre e aggiornare le atmosfere lussuriose del Piper, come si poteva già intuire dal singolo "Ah Ah Ah". Come spiegano nell'intervista che ci hanno rilasciato e che potete leggere qua sotto, stanno facendo un percorso che li porterà a un'identità-Wow sempre più pura, e questo passa anche per un vero e proprio melting pot di influenze quasi impossibili da rintracciare. Più che un gruppo di "revival" anni Sessanta, come si legge spesso, sono un gruppo post-punk o art-rock dall'approccio psichedelico e assolutamente unico alla propria materia.

Ascolta in anteprima esclusiva Millanta Tamanta e leggi la nostra intervista con Leo e China qua sotto. L'album sarà disponibile da domani, venerdì 13 maggio, in edizione vinilica limitata sul sito 42 Records o nei negozi e store digitali.

Noisey: Raccontami un po’ la storia dei Wow.
Leo Non: È un gruppo nato un po’ per gioco, intorno al 2009 o 2010. All’inizio non era un progetto strutturato, suonavamo alle feste, non avevamo nemmeno una formazione stabile. Poi quando è entrato Thibault al basso ci siamo stabilizzati in una formazione che è durata grossomodo un anno, con China alla batteria, Thibault al basso e io alla chitarra. Con questa formazione abbiamo iniziato a fare le cose un po’ più seriamente, abbiamo fatto due tour europei auto-organizzati, ce la siamo un po’ girata. Perché ai tempi cantavamo in inglese, infatti il disco uscito per Vida Loca e Bubca Records è tutto in inglese. Facevamo parte di quel giro che sta al di sotto delle grandi indie, ma che però ha una bella rete estesa; abbiamo suonato con i Sic Alps e i Cosmonauts, con i gruppi francesi, la scena di Strasburgo. Era tutto molto autarchico, tutti si organizzavano i propri tour, ed era molto bello perché c’era una certa libertà di fare il cazzo che ti pareva, sostanzialmente.

A un certo punto, però, avevamo questo pezzo in italiano, che China aveva scritto forse anche prima che nascesse il gruppo: “Dove Sei”. Ce lo siamo trascinati dietro per tantissimo tempo perché non sapevamo come arrangiarlo, era molto diverso da quello che stavamo facendo in quel momento. Poi ci siamo accorti che questa canzone, che abbiamo registrato sempre in totale autonomia, senza particolari velleità, destava un’attenzione differente, soprattutto in Italia. Aveva un sapore un po’ antico, un fascino diverso. Fatta quella, è arrivato anche Samir alla batteria, anche lui aveva voglia di fare qualcosa di diverso, così abbiamo cercato di uscire dai nostri soliti schemi e abbiamo proseguito il discorso di “Dove Sei” scrivendo altre canzoni in italiano, con un’attitudine un po’ diversa, più arrangiate, non suonate sempre al massimo come si fa nel garage, ma trattenendoci un po’, cercando una finezza maggiore.

C’è stato un momento in cui vi siete detti “ok, ora facciamo questa cosa, cambiamo tutto”? È stato difficile per voi accettare la vostra nuova identità, rispetto a quella più familiare di gruppo garage che canta in inglese, ecc.?
Leo Non: Ma guarda, non lo so, si invecchia. Il problema è più nella percezione dall’esterno. Se il gruppo non dà un’immagine di sé perfettamente coerente si creano subito casini, non si sa bene come trattarlo. Noi a un certo punto avevamo dei pezzi in italiano, e poi improvvisamente ci siamo ritrovati un gruppo diverso. Invece di imitare i gruppi californiani, che tanto a quelli che je frega, stanno in California, hanno un’esposizione mondiale, fanno il cazzo che gli pare, noi abbiamo deciso di guardare a che cos’è successo e che cosa succede qui, probabilmente anche a causa delle nostre esplorazioni musicali personali. Ci siamo visti dei documentari fichissimi sulla RCA italiana, abbiamo cercato di recuperare la nostra tradizione. Immagino che sia piuttosto normale a un certo punto filtrare il posto da cui vieni attraverso il tuo approccio che può anche essere “altro”, ecco. Non c’è stato un momento preciso, anche se come ti dicevo “Dove Sei” è stato senza dubbio lo spartiacque, una volta che ci siamo resi conto che quella canzone era bella e aveva un riscontro diverso ci abbiamo preso gusto.

Parliamo del disco nuovo. Il vostro metodo di scrittura è cambiato rispetto ad Amore? Sicuramente sembrate avere più fiducia nei vostri mezzi…
Leo Non: Dici? Grazie! Io, boh, non lo so! Sai, quando lavori a una cosa per tanto tempo finisci per pensare tutto e il contrario di tutto. Il primo disco, a parte per alcune canzoni, è andato così: ogni settimana facevamo una canzone nuova, l’arrangiavamo e la registravamo. China diceva sempre: “A’ regà, ma non gliela faccio a scrivere un testo nuovo ogni settimana!” Poi puntualmente saltava fuori. Questo disco invece per metà avevamo già cominciato a suonarlo dal vivo, per cui le canzoni erano già sedimentate, gli arrangiamenti li avevamo già provati nel contesto live. Di conseguenza quando ci siamo messi a registrare siamo stati un po’ più metodici: invece di montare e smontare tutto una volta alla settimana, canzone per canzone, ci siamo trovati in una situazione più focalizzata sulla registrazione. Sempre totalmente underground, eh, in un box auto. Immagino che questa continuità aiuti in senso tecnico. E poi forse sì, abbiamo avuto la sicurezza di quaranta o cinquanta date per la promozione del disco precedente. Questo disco è forse l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme, nel senso che subito dopo le registrazioni c’è stata un po’ di crisi all’interno del gruppo, che ha portato a un altro cambio di formazione. Thibault e Samir se ne sono andati, Samir è anche tornato in Francia. Mi chiedo se l'album abbia contribuito...

China, per te com’è stato il cambio di lingua? Immagino che ritrovarsi con un nuovo dizionario porti a galla nuove idee, consapevolezze…
China: Intanto è importante dire che si tratta di un cambiamento ancora in fieri, nel senso che non abbiamo ancora raggiunto un punto per cui ci viene da dire: “Ok, abbiamo finito di esplorare, abbiamo un sound che rimarrà uguale fino alla fine dei nostri giorni”. Forse questo progetto non terminerà mai e continueremo a evolverci per sempre, oppure magari raggiungeremo un livello nella nostra ricerca di cui saremo soddisfatti.

Abbiamo iniziato a suonare da molto giovani, soprattutto Leo che aveva sedici anni. A quell’età l’approccio è molto istintivo, fai quello che ti piace e lo declini rispetto a quello che ti sembra giusto, per cui cantando in inglese che in certi ambiti è la norma. Come popolo, siamo molto affascinati dagli USA, o meglio, stiamo finendo di esserlo, ma siamo pur sempre cresciuti con quel condizionamento. Stavo guardando i film di Dolan, il regista canadese di Mommy, che parla tantissimo di questa storia dell’identità nazionale e questa patina anglosassone che ci viene messa sopra, il sogno americano. E capita anche a noi, alle nostre vite, alle nostre scelte, ai nostri desideri. Dopodiché si arriva a una certa età, ma non dipende solo dall’età, dipende da chi frequenti, da che lavoro fai su di te e sulla piccola arte che fai, e ti rendi conto che è il momento di confrontarti con l’Italia. Anche perché improvvisamente ci siamo ricordati di quanto abbiamo amato certi autori e certe canzoni italiane per poi dimenticarle, che sono importanti per noi e per tutto il Paese, credo. Non si può mettere in discussione l’importanza di certi pezzi di Mina o di Morricone. Il primo album lo abbiamo sviluppato nel contesto di questa ricerca di identità.

Io ho sempre scritto, e in italiano. Poi da adolescente ho vissuto negli USA per un po’, e quando sono tornata ho mantenuto il rapporto con la lingua inglese soprattutto nella scrittura. Quando ho incontrato Leo, le prime canzoni mi sono venute fuori in inglese. Dopodiché il tempo è passato, sono rimasta a Roma, e mi è venuta voglia di confrontarmi con me stessa. Il problema è: riuscirò a trasformare le mie cose personali, il mio diario, in una canzone? Perché una canzone secondo me dev’essere condivisibile, deve avere l’ambizione di essere di tutti. Chiunque deve poterla cantare senza sentire di stare parlando continuamente di China, ma parlando di sé. Poi entra in gioco anche una componente poetica, cosa che mi sembra si stia un po’ perdendo, anche se alcuni nostri colleghi stanno cercando di recuperarla, ognuno a suo modo.

Tipo?
China: Mah, non so, Edoardo [Calcutta], per esempio, ha una poetica molto particolare. È vero che parla di cose molto più quotidiane, ma ha una poetica contemporanea che non è banale come potrebbe sembrare. Ma ce ne sono altri! Mi sembra che ci sia il tentativo di riappropriarsi non tanto della musica anni Sessanta, ma della convinzione con cui si faceva musica negli anni Sessanta. Si potevano fare cose importanti, cose profonde, cose che parlassero dell’oggi per l'oggi. Questo secondo me sta succedendo in Italia in questo momento, a prescindere che il gruppo in questione mi piaccia o meno.

È una cosa a cui ho pensato spesso anch’io. A volte sembra che cantare in inglese sia una scappatoia che permette di mettere un filtro tra sé e i propri testi, per evitare di parlare di cose davvero importanti. Invece se canti in italiano, il riflesso dell’autore è immediato ed è più difficile essere superficiali.
China: È vero, anche se non credo che la scappatoia sia per forza verso la semplicità, magari ci si illude di riuscire a essere più profondi con l’inglese. Però una fuga c’è. È un discorso politico, che riguarda la posizione che si pensa di occupare nella contemporaneità. C’è tutta una parte di persone che si lasciano trasportare dalla corrente, e non si pongono alcun problema rispetto a questo. Poi c’è tutta un’altra parte di persone che invece si chiede dove sta questo rapporto all’interno della propria ricerca musicale o artistica. Io stessa, avendo vissuto all’estero, ho parlato, ho pensato e ho sognato in quella lingua, per cui è naturale che abbia provato a usarla per esprimermi. È una forma di colonialismo individuale che senza dubbio esiste. Ognuno ci fa i conti come può, prima o poi. Magari un domani potremmo tornare a usare l’inglese, ne siamo ancora affascinati. Per ora la nostra fase è questa: confrontarci con la nostra identità, con la nostra lingua, e vedere se riusciamo a recuperare il suono che piace a noi e declinarlo attraverso la nostra lingua. Millanta Tamanta, secondo me, più di Amore, rappresenta questo tentativo. I pezzi si sono aperti, sono meno “canzoni”, e siamo tornati a quell’approccio all’arrangiamento che avevamo un po’ perso con il passaggio all’italiano. Stiamo cercando di continuare su questa strada e mettere insieme la ricerca a livello di suono con il nostro esperimento linguistico, infatti Millanta parte da pezzi più simili a quelli di Amore, per tutto il primo lato, e poi nel secondo lato c’è una certa rottura, fino ad arrivare all’ultima canzone che è molto, molto diversa da quello che abbiamo fatto in passato, anche dal punto di vista della voce e del testo.

Infatti ascoltando l’ultimo pezzo stamattina ho proprio pensato: “Oh, guarda, si sono messi a suonare prog!”
China: Sì, siamo rimasti stupiti anche noi! Diciamo che abbiamo notato che i pezzi si stanno ampliando, anche grazie ai nuovi musicisti: il minutaggio aumenta, le parti strumentali hanno più spazio, stiamo cercando di rimettere la voce al suo posto, cioè in mezzo agli altri strumenti, non per forza il più importante. Non è un caso che abbiamo scelto di collaborare con musicisti che vengono dalla nostra scena di Roma Est: due suonano nei Random Axes, un gruppo iper-noise folle, scurissimo e pestone; l’altro è Demented che è un polistrumentista pazzo. Insomma, non vogliamo lasciar perdere il suono che ci interessa, mentre in Amore l’avevamo un po’ perso di vista per studiare dei canoni più standard. Ora vogliamo superarli. È un tentativo, eh, speriamo che alla gente interessi, non è che lo facciamo solo per noi stessi!

Dopo l’uscita del disco comincerete il tour. Vi aspettate qualcosa di nuovo dal pubblico? Il pubblico deve aspettarsi qualcosa di nuovo da voi?
Leo Non: Questo sabato suoneremo allo Psych Fest, e di sicuro il contesto influenzerà il modo in cui presenteremo il disco. Abbiamo un batterista e un bassista nuovo, abbiamo un violinista, quindi credo sia normale che dall’incontro con altre persone vengano fuori arrangiamenti differenti. Siamo entrati nella mentalità di fare una cosa un po’ più spinta, una cosa meno pop rispetto a come ci siamo presentati dopo Amore.

In effetti con un approccio alla voce come il vostro è facile essere considerati pop, ma gli arrangiamenti e i suoni tendono effettivamente alla sperimentazione e a una certa raffinatezza (non che non ci possa essere il pop raffinato… ah, non so dove voglio andare a parare).
Leo Non: Che ti devo dire, grazie? Facciamo che lo prendo come un complimento. [ride] Sai, è difficile perché sembra che tu debba sempre avere una prospettiva generale su dove vai a finire, o su quale scena vai a occupare, o su quali sono i gruppi di riferimento. Però nel nostro caso, non so se per snobismo, abbiamo ascoltato robe di trent’anni fa e ultime novità discografiche della scena di cui dovremmo fare parte e… guarda, non so che dirti, non ci interessa. Forse è un approccio superficiale, bisognerebbe sapere dove si sta andando, con che cosa ci si sta confrontando. Noi rimpiangiamo un po’ i tempi in cui suonavamo garage. È per il modo di affrontare le cose: avevi sempre un contatto diretto con le poche persone che ti venivano a vedere, con i promoter, ecc., perché veniva tutto fatto in modo più amatoriale. Il fatto di avere un rapporto non-professionale si porta dietro dei difetti, ma anche dei pregi. Non lo so, uno vorrebbe avere sempre la botte piena e la moglie ubriaca, ma non è così semplice. Siamo pieni di dubbi proprio perché siamo un ibrido, in certi casi ci muoviamo verso il mainstream e in certi altri casi cerchiamo di mantenere un approccio più underground. Ma spesso ti viene il sospetto che forse fai male a entrambe le cose.

Siete più tornati a suonare all’estero da quando avete iniziato a cantare in italiano? Com’è stata l’accoglienza?
Leo Non: Sì, siamo stati in Francia, Belgio e Svizzera all’inizio, poi ci siamo ritornati con il repertorio in italiano. Era un po’ strano, un po’ di gente era tornata aspettandosi il garage cantato in inglese, e invece si trovava una canzone vecchio stile in italiano. Però non è che ci siamo posti particolarmente il problema. Anche perché per tanti pischelli che dicono “Siete cambiati, non siete più gli stessi” se ne trovano tanti altri che dicono “Ma che bello, che originalità”. Di recente siamo stati a suonare a un festival in Francia e abbiamo trovato che c’è un’immagine, stereotipata se vogliamo, ma positiva della bella canzone antica italiana, più che in Italia. C’è anche più curiosità. Una certa idea d’Italia legata al suono di certe melodie, all’estero, si porta dietro meno connotazioni negative, mentre noi stiamo qua a farci le pippe su che cosa sia giusto e che cosa non lo sia. Vedersi da fuori in tutta la nostra italianità ci ha fatto bene, crediamo che dia una prospettiva meno provinciale.

Sul disco compare anche una canzone in francese, “Le Pointeur de Floury”. Da dove viene? Io, che sono una capra sgarbiana, ho pensato subito a un omaggio al cantautorato francese di stampo Serge Gainsbourg, che è un po’ l’equivalente di tutta quella gente che appena ha sentito la voce di China in “Dove Sei” vi ha paragonati a Mina, solo perché è una donna che canta in italiano…
Leo Non: [Ride] Be’, in realtà ci sta. Ovviamente Gainsbourg piace moltissimo a tutti, i suoi pezzi sono fichissimi. Questa canzone è stata scritta da Samir, per cui magari lui sarebbe più adatto a rispondere a questa domanda, però la fascinazione per quel tipo di musica c’è senza dubbio. Credo che Francia e Italia abbiano molti punti di contatto per quanto riguarda la canzone d’autore, pensa a De André che traduceva Brassens, Nino Ferrer… Insomma, non è che ci siamo impegnati per ricreare l’atmosfera francese, però anche solo per il fatto che ce ne fossero due nel gruppo certe influenze passano. Samir fu il primo a farmi ascoltare “Requiem Pour Un Con” di Gainsbourg, canzone bellissima e modernissima.

Un’ultima domanda: so che Millanta Tananta è una citazione di Rodari. Da dove viene quest’idea?
China: Mentre stavamo registrando il disco, una nostra cara amica ci ha proposto di registrare le Favole al Telefono per la sua trasmissione su Radio Onda Rossa. In sala ci siamo io, Leo e Gianlorenzo (l’oboista bravissimo che ha suonato su Millanta Tamanta) a registrare queste favole, un po’ recitando e un po’ suonando; ci divertiamo tantissimo a utilizzare gli strumenti, Gianlorenzo ha anche creato un personaggio usando la sega musicale. A un certo punto esce questa favola che contiene l’espressione “Millanta tamanta”. È la storia degli abitanti di una città che decidono di spaccare tutto per sfogarsi e radono al suolo la città, e alla fine chiamano questo signore a fare il conto dei danni, e questo alla fine dice: “I danni ammontano a millanta tamanta e ottantatrè”. La cosa ci ha fatto ridere, e poi stavamo proprio registrando l’album in quei giorni. Ci è sembrato che questa espressione racchiudesse tutte quelle altre parole che stavamo proponendo come titolo, rimanda all’esagerare, al distruggere tutto, alle favole, quindi a un’avventura, è una parola che non ha senso, come Wow, una parola che non è veramente una parola. E poi quel momento era stato così bello che ci siamo affezionati.

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