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Napoli e il futuro del rap italiano

Grazie a Lucariello, i Fuossera, i Kimicon Twinz, Eden & Ganje, Corrado, The Essence, Vale Lambo e Geeno, la scena di Napoli non è mai stata così viva.
3.11.15

La mia barra preferita di tutto il rap (italiano) l'ho sentita nel 2010 e mi è rimasta in testa in maniera indelebile, fino a farmi arrivare a scrivere queste righe.

“Vado dal barbiere in taxi per farmi rasato”

, detto con arroganza e con quel participio passato usato così impropriamente—come solo nella mia infanzia in Calabria riuscivo a sentire. Queste parole mi fecero rivalutare un intero movimento che prima di allora avevo snobbato, un po' per pigrizia, un po' per difficoltà di comprensione delle rime (a 15 anni non sarei stato in grado di apprezzare il rap in dialetto, d'altronde era stata l'immediatezza delle parole a catturarmi in quel genere, non capivo perché dovessi rinunciarci). Sto parlando, ovviamente, del rap napoletano.

In pochi mesi mi trovai coinvolto in una spirale dalla quale tutt'oggi non sono ancora uscito: da lì passai a cercare di convincere i miei amici a pompare “Gucci, Prada e Fendi” e ad essere “frisc”, ma sembra che solo questi due mi capissero.

Ho un immenso rispetto per una scena che credo che in realtà possa essere conosciuta davvero solo se vissuta, cosa che mi è complicato fare a 800km di distanza. Sarebbe arrogante da parte mia avere una pretesa antologica nel descrivere un qualcosa di vivo e continuamente mutante di cui faccio parte unicamente come spettatore. Consapevole quindi che il mio non sarà un articolo "completo", mi sono ugualmente proposto di parlare di alcune crew, personaggi, suoni che rendono il rap napoletano così affascinante e potente.

La cosa più banale, forse, sarebbe accomunare il ricordo del rap napoletano a chi ha sfondato davvero in tutta la penisola, ha alle spalle una storia travagliata e, oggi, non esiste più, almeno nella forma in cui si è fatta conoscere. E visto che nessuno mi ha espressamente chiesto di non essere banale, comincio da chi mi ha fatto iniziare questo articolo: i Co' Sang.

Quando iniziai a inserire nell'iPod le loro tracce, Luché e 'Ntò avevano alle spalle un album distribuito prima dalla loro Poesia Cruda, poi l'anno successivo da Universal, ma soprattutto diverse collaborazioni con gente come i Dogo, Marracash e Inoki. Scrivere e inquadrare questo duo è difficilissimo. Innanzitutto per la loro filosofia di vita, nel tempo cambiata, ma neanche troppo. I Co' Sang sono talmente legati alla propria terra da scegliere di rappare in dialetto, talmente legati alla propria città da non avere paura ad esporsi. C'è un passaggio di una vecchia intervista su

XL

, che può tornare d'attualità in questi giorni per

diversi motivi

, che mi ha colpito molto.

«Mi rivolgo ai rapper, francesi e non solo, che spesso credono di vivere in un posto feroce e complicato. Niente in confronto a qui. La Colombia d’Europa siamo noi. Anzi, io non so com’è la Colombia… Al massimo può essere uguale a queste zone. Peggio è impossibile». «I rapper afroamericani», continua Luchè, «si chiamano spesso con nomi di italiani, hanno il mito della criminalità italiana, comprendendo che è il business maggiore ma anche la maggiore ferocia. Quando noi da Napoli andiamo a fare i concerti fuori, sentiamo che tutti vorrebbero essere noi, che veniamo da una realtà veramente criminale, e non solo incasinata, come se questo fosse un valore aggiunto alle nostre parole. È incredibile ma vorrebbero anche loro essere figli di una realtà così. Ma noi ce ne freghiamo. Venire da dove veniamo ci porta solo a pretendere più verità dalla nostra arte».

Ma al di là del loro pensiero sulla criminalità e Napoli, che li portò per esempio a criticare il film Gomorra e l'attenzione della stampa e della gente, nel loro “Mumento d'Onestà”, ciò che colpì il me (ancora più) pivello (di ora) fu la forza di alcune punchline, frasi da diario o da maglietta, pronunciate con una strafottenza tale da rimanere davvero impresse per settimane nella testa. “Hai troppo tempo libero, relax, il mio tempo è prezioso, Rolex” è una frase che uso ancora adesso. Se dovessi scegliere una canzone, penso che la scelta ricadrebbe forzatamente su “Perché Posso” e ancora una volta il motivo starebbe in un dettaglio che mi mandò fuori di testa: l'incastro tra le lesbiche svestite e le sneaker impronunciabili. Da brividi, come il super beat di Shablo e Don Joe.

Intorno a Luché e 'Ntò c'è una realtà viva, oggi come allora. Basti pensare a Lucariello o ai Fuossera, presenti fin dal primo disco accanto ai Co' Sang. Il primo, in questo periodo, è stato preso sotto l'ala protettiva del buon Fibra, che oltre a ospitarlo in uno skit ricco dell'ipnotico suono “Shqua” (pronunciato dolcemente, non à la “Squah”) nell'album Squallor, ha collaborato con lui in un singolo pubblicato recentemente.

I Fuossera invece fanno proprio parte del manifesto di poetica che coinvolge(va) anche i Co'Sang, essendo co-autori di “Poesia Cruda”, la traccia che diede un nome a un intero movimento, che ancora oggi coinvolge Luché, Corrado e appunto O' Iank, Sir Fernandez e Pepp J One. Paradossalmente ascoltai prima loro e solo poi Luché e 'Ntò, poiché nel solito calderone che nel 2007 era rappresentato da eMule, scaricando qualcosa della Dogo Gang “inciampai” in “Solo Andata”, che fu una delle poche a superare quell'ostacolo già citato della lingua.

Con il tempo li ho un po' persi di vista, i miei ascolti si sono concentrati su altri suoni e i Fuossera li ho ascoltati diverse volte per “presa visione”, non ritrovando, ahimé, quell'inprinting che mi colpì nel feat con Marra e Vincenzo. Nonostante ciò devo a loro la scoperta di un gruppo che invece capita più spesso tra i miei ascolti, come i Kimicon Twinz, duo composto da Dome Flame e LeleBlade (parte di un movimento più largo che è la 356muv, di cui fa parte anche Vale Lambo, per la quale ci sarebbe bisogno di un discorso a parte). I KC rientrano a pieno nei canoni stilistici che hanno violentemente colonizzato, per non dire monopolizzato, il mio iPod, e sono approdati, grazie a Sfera Ebbasta, Ghali & company, anche a Milano, che volenti o nolenti è un po' il check-in di questo genere.

Non ci sono moltissimi brani in giro dei Kimicon Twinz come tali, probabilmente si possono contare sulle dita delle due mani (per quanto io possa aver indagato a 800km di distanza e senza conoscere nessuno di loro personalmente, come già ribadito). In questa dozzina di pezzi, però, c'è qualche spunto che non è ignorabile.

Penso al featuring con Palù (altro artista della zona che conosco poco, in crew con 'Ntò con il quale ha di recente realizzato un album), che stando ai numeri è probabilmente il loro più grande successo.

Ma visto che cerco il più delle volte di fottermene dei meri numeri, non sempre ci riesco, il mio preferito è un brano uscito a marzo, che non c'entra niente con le sonorità citate prima, trovato su un canale di uno studio di registrazione, prodotto da The Essence.

Questa cosa della dispersione dei video su vari canali è un problema con cui mi sono scontrato mentre scrivevo questo “viaggio” nel rap napoletano. Ne sono uscito di certo più forte, come mi aveva avvertito Dome Flame nel suo pezzo, ma sono sicuro di essermi perso qualcosa, sicuramente c'è qualche pezzo dei KT, più o meno recente, che non ho ascoltato e che scoprirò troppo tardi.

Anche perché Dome Flame e LeleBlade, che hanno oggettivamente degli aka davvero stupendi, hanno una carriera solista degna d'altrettanta attenzione e che, forse, ha saputo intrattenermi di più di quella in gruppo.

La loro carriera solista è anche una scusa per aprire una velocissima parentesi sui produttori napoletani. Gli ultimi due singoli dei due rapper sono infatti prodotti dallo stesso ragazzo, Yung Snapp. Non sono io il primo a scoprire il suo talento, tanto che Antonio, questo il suo vero nome, fa già parte della Dogozilla Empire, però, per quanto velocemente, era necessario focalizzare un attimo l'attenzione sui suoi beat.

Per rimanere in tema di produttori, non posso non citare The Essence, che conobbi due anni fa con un pezzo che rimane per me uno dei migliori del rapper avellinese Ghemon.

Con il tempo ho iniziato a seguire le sue produzioni, fino a scoprire anche qualche rapper che è sotto la sua “ala protettiva”. Parlo di Eden & Ganje che, per quanto ancora molto grezzi, promettono molto bene. “Oro Nero”, il loro ultimo EP, è un prodotto meritevole di un paio di ascolti, su tutti il brano “Resta”.

Restando in tema di producer, non si può non parlare di D-Ross, che attualmente è uno dei più in forma della scena campana, ma non solo. Per parlare di lui ci vorrebbe un articolo a parte, quindi ho deciso di usarlo come espediente per arrivare a un altro emergente molto valido, che, grazie alla collaborazione con D-Ross, ha sganciato una bomba vera.

Ho scoperto entrambi insieme, un annetto fa, con “Delirio al TG”, andando poi a riscoprire tutto il loro passato insieme (vi consiglio di farvi un giro tra le loro collabo).

Prima di andare avanti, credo sia d'obbligo una nota metodologica. Vi sarete resi conto che in questa lista mancano parecchi nomi, in particolare quelli più famosi, tipo Clementino o Paura, o quelli più “underground”, come Oyoshe e Nazo. I motivi sono i più vari, ovviamente non vuol dire che non esistano, che non siano degni di nota, ma se per qualcuno la fama parla per lui o è già finito su queste pagine, per altri mi sembrava di commettere un torto maggiore a parlarne senza conoscerli bene.

Chiudo il mio excursus sui produttori parlando di Geeno, una figura-ponte con cui arriverò a uno dei miei rapper preferiti (e secondo me sottovalutati) della scena—non solo napoletana.

Mentre ancora smaltivo la sbornia da “So Frisc” su internet uscì un EP che mi folgorò. Non aveva nessuna sonorità incredibilmente innovativa, però riempì le mie giornate davvero a lungo.

Mi piaceva questo gusto per il cantato, alternato al rap che sapeva essere anche “crudo”, come il collettivo per il quale usciva.

Quel misto di acredine, delusione e zarria era un mix letale per me che ero pronto ad uscire da un liceo che mi aveva fatto cagare, ma con l'arroganza di sapere cosa fare dopo. Anche io ero un mix di delusione, acredine e zarria.

Nel tempo la mia passione per Corrado si è acuita, specie per il concetto della volpe e l'uva: a parte piccole apparizioni su lavori altrui, questo rapper è letteralmente scomparso. Ogni sua apparizione creava in me un hype incredibile. Mi ricordo per esempio il mio entusiasmo quando uscì il suo featuring con MadMan, parallelo all'annuncio del suo ingresso in Roccia Music.

Sembrava l'occasione perfetta per ascoltare un progetto definito, maturo, di uno che, come dirà più tardi, migliora sempre ogni pezzo che fa—anzi, che è quasi come stesse sempre debuttando.

Ed effettivamente ciò che mi affascina di Corrado è proprio questo suo continuo rimescolare le carte, senza però mai stravolgersi. In “Vivo Per Questo” rimane quel gusto per il cantato alternato al rap schietto, fatto di extrabeat e incastri.

L'impressione è che questo sia il momento buono per vedere finalmente compiersi la tanto attesa maturità artistica di chi sul finire del 2011 scriveva di non volere la fama ma soltanto un giorno in più.

Mentre scrivevo queste righe stavo per citare già il fascino di tutti i brani sopra riportati. Fascino determinato, la maggior parte dei casi, da raccontare quel mondo difficile fatto di ghetto intorno, quasi fosse Bologna notte e ggiorno. Poi mi è sovvenuta alla mente un’intervista di Luché in cui sognava di andare in radio senza dover necessariamente parlare di Gomorra e ho capito che il fascino di tutto questo non sta nel racconto di ciò che vedono ma nell’eterno scontro tra la necessità di raccontare e la voglia di scollarsi di dosso tutte le etichette e tutta la curiosità sterile sui fatti che accadono.

Quando parlo di “rap napoletano come rap straniero”, per quanto sia brutto autocitarsi, è un passaggio fondamentale: il rap di Napoli mi (e ci) affascina proprio perché è un qualcosa che a Milano, a Roma non potrebbe mai uscire. Va oltre la lingua, è un discorso di cultura, vita vissuta. Forse per questo la scena di Napoli, così autonoma, indipendente e "reale" è una delle più interessanti, se non la più interessante, tra quelle italiane.

Tommaso fa parte de Lo Swagghetto, scrive su varie riviste online, lo puoi trovare su Twitter: @TommiNacca