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Music by VICE

Sono un cantante, ma se arriveranno i russi diventerò un soldato

Siamo stati a Kiev per incontrare i musicisti rivoluzionari ucraini che hanno rischiato la vita per suonare in Piazza dell'Indipendenza.

di Peter Culshaw
30 giugno 2014, 8:29am

Tutte le foto sono di Volodymyr Shuvayev

C’era uno strano tempo in quel di Kiev, cielo limpido e soleggiato. Poi, di colpo, raffiche di vento e una bufera inconsueta, come apparsa dal nulla. Mi trovavo al Cafe Arbequino, un tranquillo bar in stile mediterraneo a un isolato di distanza dal Maidan—il luogo simbolo della rivoluzione di Kiev: è qui che il popolo ha spodestato il presidente Yanukovych a febbraio. In questo periodo le cameriere della caffetteria indossano un’elegante divisa mimetica, quasi in segno di solidarietà. Sono finito a discutere di sentimenti con una psicologa junghiana incontrata ad un concerto dei Dakha Brakha, si è parlato di come la paura e l'euforia risultino essere pressappoco la medesima emozione. Il suo nome, mi ha detto, si sarebbe potuto tradurre come “Viola”. "Allora il tuo nome è sia quello di un fiore che quello di uno strumento musicale?"—la galanteria, che a Londra non mi sarei mai azzardato a sfoggiare, qua sembra funzionare.

Pensare a paura ed euforia come sensazioni simili è una considerazione decisamente illuminante. Questa città ha un senso distorto dei tempi comici e, proprio mentre stavamo parlando, un’imponente folata di vento ha sradicato un albero proprio di fronte al bar, l'albero è piombato su un’automobile, ne ha ammaccato il tetto e ha fatto scattare l’allarme. Ha abbattuto la schiera di lampadine di fronte al bar e i cavi scoperti, crepitando, sono venuti ad adagiarsi temibili accanto al nostro tavolo. È stato proprio così, spaventoso ma eccitante al tempo stesso. Ci è sembrato allora di essere gli sceneggiatori della nostra stessa vita: parlare delle cose era stato sufficiente per farle accadere, ci avevano pensato gli avvenimenti a dare sostanza alle nostre idee.

Come mostrato dai media, l'Ucraina è costantemente in balìa degli sconvolgimenti politici. Da quando, durante la Rivoluzione Arancione del 2004, i sostenitori del movimento democratico si sono opposti all’elezione manipolata di Viktor Yanukovych, Kiev ha continuato ad essere teatro di significative agitazioni pubbliche. Nel 2010, quando il Presidente Yanukovich (questa volta eletto) ha deciso di prendere pubblicamente le distanze da un accordo commerciale e di cooperazione con l'Unione Europea, schierando l'Ucraina al fianco della Russia di Putin in cambio di gas a buon mercato proveniente dalla Russia, gli abitanti di Kiev si sono ammassati lungo le strade circostanti Piazza dell’Indipendenza per proteggere il loro Paese. Il resto è storia recente: scontri crudi e sanguinosi, che sono sfociati nella destituzione di Yanukovich e in una sempre più violenta guerra, a tutti gli effetti civile, per la sovranità della Crimea.

Kiev rimane una pericolosa zona di conflitto. Qui però, per i giovani, le vicende politiche coinvolgono profondamente la vita quotidiana. Sono rimasto sorpreso dal numero di piccoli bar e caffetterie molto curati sparsi per la città, come il bar Paravoz in cui, lungo un'intera parete, viene proiettata una pellicola, con la sensazione di viaggiare veloci su un treno degli anni Sessanta. Kiev mi ricorda la Berlino successiva alla caduta del muro, la si potrebbe quantomeno ipotizzare come una nuova Berlino, intesa quale centro artistico, luogo della sperimentazione elettronica più bizzarra e della sregolata vita notturna.

Proprio come a Berlino, ci si chiede da quale parte si schierino musicisti, artisti e bohémien in genere. Il coinvolgimento dei musicisti nella rivoluzione ucraina è diventato questione assai dibattuta. Le scelte fatte dai gruppi musicali hanno avuto ripercussioni sui gruppi stessi. Alcuni artisti, dando il loro sostegno alla causa della rivoluzione, hanno visto crescere la loro popolarità, come la rockstar Slavik Vakarchuk, la cui band Okean Elzy è stata fra i primi sostenitori delle proteste di Euromaidan del 2013. Il gruppo hip-hop TNMK ha programmato numerosi concerti per promuovere la causa dei manifestanti, mentre altri singoli artisti hanno preso parte alla questione ancor più direttamente: il leader dei Boombox, Andriy Hlyvnyuk—dotato della miglior voce pop-soul ad est di Parigi—ha collaborato in qualità di medico e di autista. "Non ho più voglia di suonare", ha dichiarato il pianista jazz Ilya Yeresko, della band di musica salsa Los Dislocados. In questo lasso di tempo, ha rinunciato al suo arduo incarico di riformatore della musica latina per donare un aiuto concreto perché, dice, "ho scoperto per la prima volta l’esistenza di qualcosa di più importante della musica".

Altri, però, scegliendo di non aderire, hanno perso la cosiddetta "street credibility" (forse un raro esempio in cui tale termine, ormai superato, continua a significare qualcosa). Oleh Strpka, leader dei Vopli Vidoplyasova, mi ha spiegato perché abbia scelto di non suonare in occasione del concerto per il Maidan: "ho temuto potessero concretizzarsi episodi di violenza e non volevo invogliare i miei fan a venire e magari essere ritenuti responsabili di eventuali morti." Questa sua decisione ha provocato critiche da chi sostiene che non sia stato in grado di prendere il coraggio a due mani, o addirittura che aspettasse di vedere chi avrebbe avuto la meglio, prima di prendere una parte.

Ad ogni modo, la musica ha giocato un ruolo di primo piano nel rendere coesi i manifestanti, così come nel fomentarne gli animi. La maggior parte dei gruppi che si sono esibiti durante la Rivoluzione sapeva quanto sottile fosse la linea che separa entusiasmo e paura. Le Dakh Daughters, divenute vere e proprie eroine della rivoluzione, hanno deciso di diventare resident band di Piazza Indipendenza.

"Ci siamo esibite spesso sul palco, ma di certo sono state memorabili le volte in cui abbiamo cantato proprio a ridosso dei blocchi delle barricate " afferma Tanya Hawrylyuk, pianista e fisarmonicista delle Dakh Daughters. "Ci sono capitati giorni difficili, in cui la gente moriva, comprese persone di mia conoscenza; in qualche modo però siamo riuscite a scongiurare la paura." Il video della loro esperienza ad EuroMaidan, postato su YouTube, le mostra intente a cantare in mezzo alla folla in delirio, mischiate con la massa di schieramenti militari e della polizia.

Le componenti del gruppo usano vestire con pregiate pellicce, solitamente indossate dai pastori abitanti le montagne dei Carpazi, e si truccano abitualmente il viso di bianco. Fanno parte della tradizione burlesque Ucraina, che Oksana Forestina—direttrice di una rivista ucraina di letteratura—mi ha rivelato essere riconducibile ai tempi in cui Kiev era una realtà piuttosto anticonformista, in cui vigeva una certa libertà religiosa. Pare esista addirittura una teoria secondo la quale sono stati proprio gli ucraini a trasferire l’ambiente del cabaret a Parigi.

Il sound delle Dakh Daughters risulta a dir poco astruso: lampi del compositore minimalista inglese Michael Nyman vanno a scontrarsi con i richiami al compositore tedesco degli anni Cinquanta Carl Orff, accompagnati dalla ricca orchestrazione tipica dell’esuberante musica popolare ucraina, con un tocco di quello che viene chiamato "freak-cabaret," il tutto condito dall’energico vigore punk. L’ispirazione è tratta anche dall’apprezzamento per l’andamento distopico legato alle composizioni liricheggianti del trio di culto britannico Tiger Lillies. Un discorso simile va fatto per i testi, che certamente non mancano di originalità, con parole prese in prestito dagli ambiti più allettanti fra quelli che ritengono adeguati per il loro stile. Uno dei loro successi (anche se non è mai uscito un loro disco) è una rielaborazione del Sonetto 35 di Shakespeare, con un ritornello eseguito in inglese e versi quali "Tale è l’interna lotta fra il mio amore e il mio rancore" che sono stati rimaneggiati come "La Rosa del Bacino di Donec" (luogo in cui, alle recenti elezioni, i miliziani indipendentisti hanno impedito alla gente di votare).

Le Dakh Daughters hanno in repertorio anche i canti popolari delle donne ucraine: "Canti sul femminino sacro, canti sulla natura, di morte e di rinascita. Le forza e la bellezza delle donne sono la risorse più preziose di questo paese". Altre canzoni ancora rosicchiano e attingono da altre fonti, dal poeta beat Charles Bukowski a scrittori ucraini di spessore quali Taras Shevchenko. La direzione artistica è nelle mani di Vlad Troitsky, una sorta di “erogatore” di forme culturali nuove: oltre ad essere il responsabile del Gogol Festival, è l'ideatore di una forma di teatro sperimentale e il direttore artistico dell’altra entusiasmante band di Kiev: i Dakha Brakha. Le Dakh Daughters sono state soprannominate, in maniera forse un po’ azzardata, le "Spice Girls della rivoluzione", ma, come precisa il “direttore artistico” Vlad Troitsky, sono "più che altro delle Pussy Riot che sanno fare buona musica. La faccenda delle Pussy Riot si è affievolita proprio perché la loro musica non richiama interesse”.

L’entusiasmo per la deposizione dell'odiato e corrotto presidente Yanukovych in febbraio è stato smorzato dall’intervento dei cecchini, che hanno ucciso un centinaio o più di manifestanti. Poi, trascorso un inverno molto rigido, in cui la gente sperava di poter finalmente tornare a una vita normale, c’è stata la perdita della Crimea, fase di insurrezioni e disordini nella parte orientale. Ora a Kiev c'è un’esposizione artistica essenzialmente composta da vari oggetti del palazzo presidenziale, tra cui icone religiose ed altri articoli di cattivo gusto. Il palazzo era una proprietà dai terreni alquanto estesi e includeva un campo da golf privato, uno zoo, una pista d’atterraggio per elicotteri ed altri simpatici accessori.

Putin è parso un po' più accondiscendente nelle ultime settimane, sebbene il livello della tensione si mantenga elevato. Troitsky fa riferimento a Cechov: "Se, nel primo atto, appare una pistola sulla parete, questa verrà utilizzata nel terzo"; in altre parole, 40.000 milizie russe piazzate nei pressi del confine, che siano o meno ritenute “truppe di pace,” costituiscono una seria minaccia di invasione, fatto che provocherebbe uno scontro militare di più ampia portata. Ad est sono invece già in corso scontri fra i separatisti, sostenuti dalle “milizie volontarie” russe, e il nuovo governo.

"Siamo già in guerra", dice Oleh Skrypka, che dirige il festival popolare Kraina Mrij (Terra dei Sogni) di Kiev e ha una band chiamata Vopli Vidoplyasova (che ha mosso i primi passi sperimentando un nervoso ska-punk per poi cimentarsi con sonorità psichedeliche e con la musica popolare ucraina). Sostiene che un buon motivo per il quale si dovranno contrastare i russi è che, in caso d’invasione, l’avanzata non si arresterà alla parte orientale, ma si spingerà fino a Kiev. "Di professione faccio il cantante, ma se i Russi dovessero arrivare, imbraccerò le armi, proprio come faranno tutti", mi dice. Ha fatto riferimento a quel profondo sentimento di libertà che è intimamente ucraino e cosacco per tradizione. Skrypka è nato in Tagikistan ma anche lui, come molti altri che ho incontrato, dice di aver "fatto una scelta esistenziale nel diventare ucraino".


Dakha Brakha: "Kiev può essere il fulcro di una nuova civiltà."

Il giorno dopo mi sposto in Piazza Indipendenza (ai più nota con il nome di Maidan) insieme ai Dakha Brakha, protagonisti dello WOMAD Festival di luglio. Alcune delle barricate, di fronte alle quali le Dakh Daughters amavano esibirsi, sono ancora lì, costruite con sacchi di sabbia, segnali stradali, cumuli di pneumatici, scarpe e altri detriti assortiti. Una vasta gamma di senzatetto vive ancora nei tendoni posti in piazza. Le fotografie dei "Cento del paradiso"—morti sotto i colpi dei cecchini—ricoprono le pareti, e per una questione di rispetto il gruppo non indossa il brioso cappello a forma di tubo da stufa, che è ormai diventato il loro marchio di fabbrica.

Nonostante la situazione di tensione e pericolo, molti fra quelli con cui ho parlato sono mossi da ideali forti. E la situazione non si riduce a quanto è stato espresso finora, con un paese scisso semplicemente in due fazioni, quella pro europea e quella filo-russa. Molte persone pensano di poter andare oltre tale bipolarismo, come Vlad Troitsky, che ha lo stesso geniale e visionario orientamento sovversivo di un giovane Malcolm Mclaren. L'avevo già incontrato qualche anno fa, era dotato di una straordinaria forza di volontà: fino al momento in cui, in tempi recenti, una grave malattia l’ha colpito, avrebbe potuto nuotare ogni mattina nel fiume Dnepr che attraversa Kiev, anche a costo di aprirsi un varco nel ghiaccio.

Troitsky riconosce con serenità che "mentre ci si dovrebbe dedicare a far fronte al collasso economico, noi abbiamo 40.000 truppe russe sul nostro confine; la situazione dell’Est è decisamente instabile". Egli però crede altrettanto fermamente che "Kiev possa divenire il centro propulsore di nuovi stimoli, di una realtà culturale innovativa." Secondo Troitsky, l'Europa è portatrice di una "idea di cultura fiacca e obsoleta", mentre la Russia dal canto suo “sottostà all’autorità di Putin—vedendo così affievolire la propria vitalità e il proprio spirito di libertà". Egli pensa dunque che sia possibile, anzi quasi indispensabile, promuovere una società più trasparente, più democratica e più libera, in equilibrio fra mondo occidentale e orientale, e dunque più ponderata di entrambi. È un punto di vista interessante, condiviso da molti dei musicisti e degli artisti che ho incontrato a Kiev, sebbene i più si chiedano se, trascorso il prossimo inverno, tale vento di speranza soffierà ancora.

È stato rischioso? Mi hanno chiesto gli amici. Be', trovarmi ad ascoltare musica techno ucraina in un’autorimessa, sede di una discoteca abusiva, alla cui consolle hanno suonato artisti del calibro di EVA-05, è stato alquanto inquietante, così come l’odore di benzina e la cappa di fumo in un ambiente con una sola uscita. Ho passato momenti di angoscia quando l’auto, in cui viaggiavo insieme ad un gruppo di sconosciuti, è schizzata a tutto gas nella notte, diretta ad est per 45 minuti finno a giungere ad una festa privata in un appartamento, posto proprio al limite della città, in uno di quei blocchi caratteristici dell’imponente brutalismo sovietico.

Kiev sta cambiando. Si respira un’aria nuova, tipica di un ambiente stimolante che è occasione per nuove opportunità, con una realtà musicale che si sta rivelando un elemento centrale per dare un compimento concreto a tale potenziale d’ispirazione. Un pensiero grigio aleggia però di sottofondo: la preoccupazione che tutto possa andare per il verso sbagliato.

Qualche anno fa ero in Siria, ad Aleppo, una delle più belle fra le antiche città del mondo, ormai quasi completamente rasa al suolo. Come scrisse Wordsworth all’indomani della Rivoluzione francese, "Essere vivi in quell’alba era una gioia purissima, ma essere giovani era un vero paradiso". A Kiev, oggi, il fervore post-rivoluzionario si propaga come un rumore di fondo, che pare inudibile ma le cui autentiche vibrazioni custodiscono in sé la forza potenziale per cambiare la realtà.

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