Rotta di collisione: alla scoperta dell'Alan Vega solista

Perché nel tributare Alan Vega si parla solo del primo dei Suicide? Di dischi della madonna, in realtà, ne ha fatti parecchi. Ve li raccontiamo noi.
21 luglio 2016, 9:13am

C’è qualcosa di strano quando muore un’icona: che spesso ci si ricorda solo quello che si vuole. E va bene, d’altronde l’immaginario collettivo è sempre pilotato da qualcosa di diretto, che si stampa facilmente nei ricordi. Nel caso di Alan Vega, scomparso recentissimamente, la maggior parte degli omaggi verte sul suo lavoro con i Suicide. Ma neanche tutto: ci si concentra SOLO sul primo disco omonimo del 1977, in quanto seminale rispetto a tutto quello che verrà dopo in campo punk, synth pop, industrial ecc e bla bla bla. Siamo d’accordo, ma di dischi i Suicide ne hanno registrati CINQUE. Concentrarsi solo su primo che cosa vuol dire, che gli altri dischi sono una merda? Facciamo attenzione… Perché ad esempio i Kraftwerk nella loro carriera di pionieri vengono di solito valutati in blocco (cito loro perché di base sono degli zombie oramai, come se fossero già deceduti in vita). Dobbiamo davvero dare la colpa all’ingombrante peso del primo geniale disco del duo, come se avrebbero tranquillamente potuto sciogliersi nel 1977 stesso e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza?

E no cari: la verità dei fatti è che il resto dei dischi dei Suicide è ancora da studiare. Per dire, il seguito dell’omonimo pachiderma del ‘77 è uscito nel 1980 con un titolo quasi identico al predecessore, ovver_o Suicide / Alan Vega e Martin Rev_, è un disco eccezionale, di una classe unica. Tutto l’astio del primo disco è incanalato in un synth pop che farà scuola (vedi i Soft Cell), in un certo senso prendendo a modello (appunto) i Kraftwerk e trasformandoli in una serie di nenie malate basate su loop micidiali, ampliando il discorso della ripetizione intrapreso nel primo album e perfezionandolo per un possibile “gradimento” di massa. O meglio, un suicidio di massa come suggerito dalla copertina in cui un lavandino ospita una mano agonizzante e una bella colata di sangue, virata però in una versione pop art che la rende (ohibò) piacevolissima. Nonostante sia stato all’epoca fra i top album dell’anno, non successe assolutamente nulla a livello commerciale. Una costante che accompagnerà il duo praticamente per sempre: duri e puri non per coerenza ma proprio per destino da loser. Volendo, anche per il loro caos interiore: tipo che Vega decide di concentrarsi solo sulla voce e i testi lasciando al produttore (Rick Ocasek dei best seller Cars, altro geniaccio) e a Rev il resto.

Rev praticamente si fa dare tutta la strumentazione da Ocasek (da vero barbone qual era, figurarsi se la comprava) e ovviamente nessuno dei due è contento del risultato, lamentandosi della cattiva distribuzione o dell’orientamento “dance” della faccenda. Il terzo album dell’88, A Way Of Life, è invece quello maggiormente industrial: preceduto da alcuni live veramente massicci in cui vengono sfiorate addirittura la jungle e la drum & bass, si passa ai samplers digitali suonati ovviamente in modo rozzo e ripetitivo. Diciamo un invito a nozze per una pratica (quella del loop campionato), che loro avevano intuito molto tempo prima, praticandola senza averne i mezzi. A volte si sentono echi dei Clock DVA, a volte, come nel singolo “Surrender”, delle mega ballate anni Cinquanta per giovani nati vecchi (d’altronde Madonna, che due anni prima sparava True Blue, andava punita).

È senza dubbio un passo in avanti, ma è con Why Be Blue? che i nostri due paladini tentano di fare a pezzi Stock, Aiten & Wakeman e l’eurodance, cogliendoli proprio nel momento del declino esplorando il lato più pop dei Suicide, ovviamente sbrodolandolo con schizzi di sperma nero. Casualmente, erano stati proprio i loro migliori pupilli, ovvero i Sigue Sigue Sputnik a servirsi del team SAW molti anni prima, ottenendo con quel sound un timido ingresso in classifica che invece i Suicide, ovviamente, non videro neanche col cannocchiale per la loro operazione di per se già retro-maniaca, avanti pur essendo indietro e con un leggero retrogusto di vendetta.

E poi l’ultimo album del 2002, American Supreme, controversissimo e totalmente kitsch, un allucinato viaggio nell’America della spazzatura, un disco fatto con resti di ossa di pollo fritto, una discarica di suoni e di stili veramente indigesti in qualche modo in linea con i vari collage sonori dei terroristi elettronici degli anni Duemila ma nel cuore c'è un flipper degli anni sessanta, ovviamente. Vidi il live di quel disco all’epoca e sembravano veramente due fattoni incapaci di reggersi in piedi: ovviamente fecero storcere più di un naso, qualcuno fra il pubblico apostrofava Vega come “A Renato Zerooooh”. Poi però i due geniacci erano capaci, tempo dopo, di altri live devastanti, da incorniciare fra i classici di sempre: ad esempio al Primavera sound del 2011 furono capaci di riproporre il loro primo album interamente MASSACRATO. Proprio per fare screzio a chi continuamente gli ricordava l’importanza di tale opera, la calpestarono letteralmente come una merda sotto degli stivaloni di noise inascoltabile, con clusteroni di tastiera a cazzo di cane e dei bassi da farti cagare nelle mutande. Purtroppo non diedero seguito su disco a questo meraviglioso esperimento, ma d’altronde i Suicide sono sempre stati una band da live, di strada: e questo è chiarissimo se vediamo la frequenza delle loro uscite, centellinate a più non posso.

Alla luce di questa riflessione, vediamo invece l'Alan Vega solista. Molto più prolifico da solo che nella band, ci ha deliziato con dei grandissimi capolavori che si distanziano moltissimo se non del tutto dal lavoro con i Suicide. Innanzitutto per lo stile, devoto a un rockabilly del futuro, e poi per l’approccio col pubblico. Se infatti i Suicide avevano in qualsiasi situazione un seguito “hardcore” di fans che applaudivano a qualunque loro scoreggia, Alan invece riusciva a creare stupore e disagio nell’audience, che il più delle volte sembrava non capire che cazzo stesse facendo il nostro uomo. Nelle varie performance live documentate, Vega è spesso spazientito da un pubblico che non balla, che sembra inebetito, mentre lui sta regalandogli del vero rock'n'roll e non del punk preinscatolato dall’industria o roba del genere, quindi s’incazza e gli sbrocca. Ed è verissimo: il suo primo album omonimo è un capolavoro assoluto in questo senso. Come un Elvis Presley proiettato nel futuro, Vega fa scivolare la sua voce mossa da onde pelviche su loop devastanti di rock'n’roll a volte minimalissimi, in un avvincente chiaroscuro, usando, a differenza dei Suicide pochissima elettronica e concentrandosi più sulla sensualità che sul malessere.

Questa è la cosa più spiazzante del disco, come se si trattasse di un caldo robot degli anni Cinquanta che si ritrova a confrontarsi con la freddezza dei computer. I già citati Sigue Sigue Sputnik gli copieranno ahimè il concept, perfezionandolo ma comunque plagiando (ascoltate "Kung Foo Cowboy" e poi "21st Century Boy" e ditemi se non è vero), e lo stesso Adam Ant sa chi ringraziare per la sua "Apollo 9". Il disco d’altronde riceverà una bella nomination fra le migliori uscite del 1981 segnalati da NME, ma a questo favore della critica non corrisponderà alcun successo commerciale, come prevedibile. Il nostro non si dà per vinto e l’anno dopo si ripete con Collision Drive: qui il suo rock'n’roll mutante si orienta verso lo psychobilly in una maciullata versione di "Be Bop A Lula" che pare un mashup con Peter Gunn (gli Art Of Noise più tardi ringrazieranno…). Anche qui si produce tutto da solo: la voce sembra cercare la trance kitsch cavalcando le chitarre gonfie di chorus distorti e batterie ossessive che saranno d’ispirazione per altri epigoni del genere, conducendo all'apice commerciale del revival rock'n'roll anni Cinquanta / Sessanta, nel 1986. Ci regalerà però anche un brano proto noise/doom, l’allucinata "Viet Viet", che sa di Doors presi rallentati e tagliuzzati con le lamette dal riverbero e dai feedback.

Tecnicamente una formula vincente del genere non andrebbe cambiata: e invece con Saturn Strip dell’83, il nostro eroe torna all’elettronica, pur continuando col R'N'R ossessivo. Il risultato è eccellente: Alan usa la New Wave smontandola a suo piacere con chitarre metalliche e organetti stile Stranglers naufragati nello spazio: alla produzione c'è il solito Rick Ocasek, ma soprattutto Al Jourgensen dei Ministry che co-firma e partecipa al singolo "Saturn Drive" (non è chiaro se compaia anche nelle altre tracce dell'album o no), coadiuvato dal batterista Stevo George. Solo che i Ministry sono ancora nella fase new romantic e si sente, però Alan, con la sua voce spappolata, metterà su un ibrido inedito riequilibrante che potrebbe essere considerato anche la risposta di Vega a Zombie Birdhouse di Iggy Pop. Lì i Blondie, qui i Ministry: Alan scomette sicuramente più del suo collega nel futuro, c’è da dirlo.

Forse anche troppo: tant’è che sulla scia della meravigliosa e ultrapop “Je t’adore”, il successivo album Just A Million Dreams dell’85 vedrà una produzione troppo puntata sullo sdoganamento prima del tempo. Il "colpevole" è Chris Lord Alge, già remixatore di Bruce Springsteen, come ben sappiamo grande fan e coverizzatore dei Suicide da tempo immemore (ascoltate Nebraska e vi accorgerete di alcuni “omaggi” al duo). Il nuovo produttore non è certo un cretino, ma il tentativo francamente improbabile di far fare il botto a Vega e di ripulirlo dalle asperità si trasformerà in un’implosione. Sembra quasi il Mick Jagger di “She’s The Boss” solo un po’ più stordito e sintetico. Nonostante questa grossa pecca, che vedrà Alan disconoscere il prodotto, i pezzi ci sono, O almeno, se vogliamo dirla tutta, ascoltando tutti e quattro i dischi di fila si diventa completamente deficienti: quindi anche se non piace da solo, Just A Million Dreams preso nel blocco risulta anzi una via d’uscita necessaria in un tunnel spesso e a zig zag. Qui finisce l’avventura solista di Vega: non citiamo i suoi successivi album per motivi di spazio ma soprattutto perché collaborazioni, sebbene preziose: con Liz Lamere, Rick Ocasek, Alex Chilton, Marc Hurtado, Lydia Lunch e soprattutto grandissimi dischi con i Pan Sonic. Il suo tentativo di uscire ed entrare dall’underground e la sua sperimentazione a trecentosessanta gradi anche e soprattutto nei testi intrisi di cattolicesimo marcio, romanticismo e passione cocente, morte disastro e luce, non ha eguali. Ma appunto non ricordiamolo come una “one hit wonder” per piacere. La prima volta che ho ascoltato Power On to Zero Hour del ‘91, ad esempio mi sono detto: qui ci sono tutti gli anni Nvanta e oltre. Poi è arrivato lo Zoo TV Tour e purtroppo non c’era nei credits Alan Vega. “Sucker”, come direbbe lui.

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