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Powell sta in fissa con gli squali

A quanto pare, un pezzo techno per essere figo deve somigliare a una pinna dorsale.
21 marzo 2014, 4:15pm

La musica di Oscar Powell suona come se i membrie eroinomani e sfiniti di una punk band fossero stati ingabbiati in un mondo digitale e costretti sotto tortura a suonare techno con degli strumenti marci e arrugginiti. Una roba ruvida e pericolosa: funk svuotato dell'elemento umano ma anche della roboticità della techno normale o di quella dai suoni più industrial. Una specie di creatura inorganica che balla e fa ballare. Salito alla ribalta nell'ultimo anno grazie release su label poco matte come Death Of Rave, Oscar si è Fatto anche una reputazione di Dj eclettico e imprevedibile, capace di mixare i Creedence Clearwater Revival con tracce EBM e sounscapes ultra-rumorosi, e come manager di una label altrettanto eclettica, chiamata non a caso Diagonal, con cui ha pubblicato dischi accomunati solo dalla mentalità aperta, anzi totalmente sbracata, dove c'è posto per materiali sonori di ogni sorta. L'ho intervistato in vista della gitarella che farà domani (sabato 22 marzo) a Milano per suonare con Young Echo e Dracula Lewis nel club-non-club migliore d'Italia: la Buka

Noisey: Le tue tracce hanno tutte un suon molto spigoloso e ruvido. Si potrebbe dire che, mentre molta “industrial techno” suona come l’acciaio, la tua sa di ferro arrugginito. A volte sembra proprio attraversata da una corrente elettrica quasi che ad asocltarla si rischi di prendere la scossa. Cerchi volutamente di dare un tono “pericoloso” e aggressivo?

Oscar Powell: Non penso che la mia musica abbia niente a che fare con la “industrial techno”, per cui mi fa piacere che tu abbia sottolineato questa differenza. Detto questo: sì, mi piace molto il pericolo. E sempre stato così, da quando da piccolo ho trovato per caso la videocassetta de “Lo Squalo” in casa dei miei, e ho iniziato ad essere affascinato dalle cose in grado di uccidere la gente: principalmente animali, e in particolare gli squali. Faccio collezione di pubblicazioni naturalistiche, ultimamente me ne sono comprata una proprio bella sullo squalo più veloce di tutti, il mako. Sono dei cacciatori efferatissimi, e anche se prima d’ora non avevo mai pensato a questo parallelo tra animali predatori e musica, direi che come analogia funziona piuttosto bene. Gli squali sono sinistri, non aggressivi. Non attaccano alla cieca, anzi sono dei veri calcolatori, e la cosa più affascinante è che si protano dietro una gran carica di aggressività ma non sempre le danno sfogo. È un pericolo che emerge gorgogliando da sott’acqua, scrutando la preda in disparte. È questo che mi piace nella musica: che generi una certa tensione senza essere dura o oscura. Deve semmai essere paranoica, minacciosa e un po’ viscida. Credo anche sia questo che cerco di creare. Quando si raggiunge quel tipo di tensione è come vedere una pinna dorsale che spunta dall’acqua.

C’è anche un certo sarcasmo nella tua musica, a volte sembra quasi una parodia della techno, anche se rimane strettamente ancorata dancefloor. È una dicotomia che vorresti superare oppure ti interessa Mantenerla?

Mantenerla, assolutamente. Credo ci sia tanta musica molto seriosa in giro oggigiorno, tutta con lo stesso immaginario gotico e industriale. Ci sono molti artisti e molte label che stanno smuovendo le acque, che incarnano davvero quel tipo di roba e la vivono, ma intorno a loro c’è tutta una coltre di imitatori che finiscono per togliere vitalità alla musica. Io faccio musica dance, almeno per come la intendo io, per cui credo sia comunque importante avere senso del’umorismo e ricordarsi sempre cosa c’è alla base: energia, movimento e divertimento.

E come si coniugano la minacciosità di cui parliamo prima e il divertimento? Si risolve tutto nel divertimento o ti interessa costruire un’esperienza più forte nell’ascoltatore? Magari il tono provocatorio e dissacrante dei tuoi pezzi può servire a scatenare reazioni attitudinalmente simili?

La musica non è davvero pericolosa. Non può farti davvero del male. Però credo che quando la musica suona effettivamente minacciosa, questo la renda eccitante. Certo, tutto dipende da cosa uno intende per “divertimento” o “godimento.” In fondo siamo degli stramboidi, no? Ci sballiamo con la musica più bizzarra, per cui direi che in questo caso il divertimento non ha niente a che fare con roba “carina” o “allegra”. La musica che sono ingrando di godermi è quella che mi afferra di peso e mi trascina in posti nuovi, che mi provoca. Per cui cerco di fare lo stesso con la mia musica. Sì, voglio trascinarci la gente dentro perché ho qualcosa da dire e voglio che la gente ci abbia a che fare. Il che immagino che valga come esperienza forte. Voglio che la gente sia sorpresa, e anche sfidarli un po’, credo, ma soprattutto voglio che muovano i piedi in una maniera in cui non li hanno mai mossi prima.

Qualche tempo fa ho parlato con Stephen Bishop di Opal Tapes, che mi ha detto di essere itneressato soprattutto al tipo di techno che suona un po’ sbagliata, rotta, figlia di una certa inesperienza e ingenuità. È così anche per te?

Direi proprio di no. O meglio, ci sono parti di quel suono “rotto” che mi piace, ma non provo alcun interesse nell’ingenuità. Mi piace anzi l’esperienza. Mi paice quando in una traccia puoi sentire perfettamente tutto il sangue e il sudore versati per produrla… La pratica, la passione, l’impegno. È molto difficile produrre un disco techno che catturi e sorprenda la gente e abbia un suono originale, e io sto totalmente da quella parte: dedizione, non ingenuità.

E non pensi si possano impiegare impegno e capacità anche nella ricerca di quei suoni “rotti”? E nel noise?

Sì, assolutamente. Ero più concentrato sull’idea di ingenuità. L’impegno è fondamentale. Faccio il pubblicitario da otto anni e “impegno” è la parola che pronuncio più spesso anche in quel campo. È importantissimo, tutto sta in quanto sudore ci butti. È così che ti guadagni quel 10% aggiuntivo che ti separa da tutti gli altri e fa la differenza. Ultimamante vanno di moda le “single take jam”, io penso che siano fighe quando vengono bene, ma non siamo tutti Prince. Non mi viene naturale lavorare così, preferisco curare attentamente i dettagli. È così che cavo fuori la mia roba ma, certo, non tutti lavorano allo stesso modo.

Parlando di noise, è piuttosto palese il tuo amore per la No Wave: hai chiaramente assorbito qualcosa del suono funk brutalizzato che molte band di quella scena avevano, e hai tracce intitolate “Warthon Tiers on Drums” (in cui hai effettivamente campionato i Theoretical Girls) e "Oh No, New York". Come ti è nato questo interesse?

Credo sia più una questione di attitudine che di musica. La No Wave ha incasinato il punk. Lo ha portato in migliaia di diverse direzioni, e credo stia accadendo qualcosa di molto simile alla musica dance di oggi. È anche l’obiettivo che mi sono posto con Diagonal: voglio incasinare l’idea di club music. I club non hanno regole, eppure la gente si comporta come se ne avessero, o almeno, lo faceva quando i generi e la loro evoluzione era più lineare. Quindi sì.mi interessa quel tipo di attitudine. Amo anche quella musica, ma non ne sono un esperto. Non è l’unica cosa che ascolto, insomma. Sonoramente apprezzo il suono freddo e fragile di quei dischi, l’angoscia, la confusione, la provocazione. Tutto era permesso, e lo è ancora.

A proposito, ultimamente le attenzioni della scena sperimentale underground si sono molto spostate sulla musica da club, abbandonando un po’ il mondo lo-fi e noise rock (tipo la roba che usciva su etichette come Load e No Fun, per intenderci). Da alcune uscite Diagonal invece, mi sembra che a te interessi tenere vivo quel mondo. D**a dove viene il tuo amore per gli Shit& Shine, ad esempio?**

Craig, il principale titolare di quel progetto, è un appassionato di parrucche. Ha visto una foto in The Wire in cui ne indossavo una, per cui mi ha scritto una mail. Mi piaceva già molto la sua roba più rock e incasinata ma quando ci sono entrato in contatto si stava già spostando verso l’elettronica, mi ha mandato del materiale nuovo e mi sono subito innamorato del suo approccio irregolare. Sai, lui ha suonato quella roba lì con cui la band ha iniziato per un sacco di tempo, per cui non ha assolutamente lo stesso background della maggior parte della gente che produce musica dance. Ha una specie di attitudine spontaneamente punk, perché non si sente per niente legato alla storia o alle formule classiche di questo tipo di musica. Ha anche un senso dell’umorismo che trapela in ogni elemento del suo suono. È una cosa che adoro, è contagiosa, e io amo veramente tanto la sua musica. Farò uscire il suo nuovo album a giugno e spero davvero che la gente ne sia interessata perché lo trovo davvero un lavoro incredibile.

C’è un mood specifico che cerchi di creare quando fai un DJ set? Quanto è importante per te la varietà di stili?

Sicuramente molto importante. Tutti quanti abbiamo ascoltato un sacco di set techno in cui le tracce si amalgamano alla perfezione, ma credo che la gente ne sia stanca. Non sono mai sorprendenti, mentre io voglio energia, imprevedibilità, che il set sia una prova fisica anziché un viaggio impeccabile. Quando sono in un club mi piace ascoltare robe diverse, mi piace quella sensazione che si prova quando non hai idea di cosa potrebbe succedere dopo ma comunque funziona tutto alla perfezione e le tracce stano bene una di fianco all’altra. Ultimamente ho iniziato ad avere un approccio più feroce in termini di cambi e cut, provando a usare i piatti e i dischi in maniera diversa. È sempre l’attitudine “No” di cui parlavamo prima. Quando ti rendi conto che puoi confondere le idee della gente, fare il DJ diventa qualcosa di completamente diverso. A volte funziona, a volte no, ma quando va ti fa sentire benissimo, cazzo. È una droga, più lo fai più ne vuoi. Lo adoro

E di live set ne hai mai fatti? Ti interessa farne? Nel caso, in che modo struttureresti un set?

No, mai fatti, ma ci ho pensato. Finora non ci ho provato per due motivi fondamentali. Prima di tutto, la mia musica non nasce in maniera “live”. Uso diversi strumenti, ma finisce comunque tutto nel computer e uso la tecnologia che ho a disposizione per manipolare ogni singolo suono che ho creato e generare l’effetto che voglio. Credo abbia a che fare con il modo in cui sono cresciuto, a Londra: si riduce tutto a procurarsiun computer e lavorare con quello. Viaggiando mi sono reso conto che altri paesi, in particolare l’America, usano un’ottica diversa, per cui prima c’è la performance e poi la registrazione. Invece da noi è più importante produrre tracce e spingerle nei club. Non c’era bisogno di fare live set perché il DJ set stesso era una performance. Ce l’ho nel sangue e sarebbe difficile liberarsene. La seconda è che penso che oggi sia più interessante che mai fare il DJ. Col fatto che la gente produce così tanta musica diversa e i generi sono scomparsi, un DJ può davvero mettere di tutto, e vedo che questa mentalità si sta diffondendo. La gente vuole roba diversa, cazzo, non voglio farmi scappare questa opportunità.

Ma preferisci switchare brutalmente tra un genere e l’altro o fare passaggi più graduali?

Entrambi, a dire il vero. Fare passaggi radicali può funzionare per contrasto, per spingere la gente fuori da quello a cui sono abituati e li forza a prestare attenzione a quello che gli sta succedendo attorno. Ad ogni modo, passare gradualmente da un’area all’altra è ugualmente divertente, dipenda dall’umore della serata. Prima pianificavo molto ma ho imparato che va meglio se ti basi più sull’atmosfera del momento. Se ti lasci trasportare puoi finire a suonare roba che non ti saresti immaginato. Per dire, io non avevo mai schratchato in vita mia, ma ieri l’ho fatto su un disco noise che avevo messo insieme a un altro beat. Magari qualche orecchio allenato l’ha trovato orrendo, ma ogni tanto qualche stranezza nel club ci sta, e fare un po’ gli scemi aiuta.

In questo senso, quanto è importante per te suonare vinile?

Per me molto, ma non sono per forza contrario all’uso dei laptop. C’è una fisicalità immediata che senti quando suoni i dischi e non si può replicare con un computer. No, inr ealtà non è vero, Russell Haswell ha creato un software per DJ set insieme a Sean Booth degli Autechre, con un crossfader che fa un sacco di effetti strani quando passi da una traccia all’altra. Lui lo usa in maniera veramente brutale, il che è un’estensione naturale del suo stile, ed è un po’ il dj set del ventiduesimo secolo. Comunque, io amo il vinile anche se spesso uso anche i cd, per le tracce che non sono ancora uscite, e sto in fissa con la “dubplate culture” di Londra. Mi piace l’Idea che un DJ possa avere dei dischi che nessun altro ha perché glieli ha passati un amico che ha una label etc. È il lato bello dell’essere un DJ, costruire un giro intorno a una label e scambiarsi i dischi, ma non lo fanno più in molti.

A proposito di Haswell: nelle note del suo album 37 Minutes Workout, che è uscito per Diagonal c’è scritto che lo hai fermato per strada per chiedergli di fare quel disco. È vero?

Sì. Mi stavo prendendo un caffè a un chiosco per strada e lui mi è passato di fianco, l’ho riconosciuto e lui mi ha guardato un po’ strano, tipo “so che tu sai che io so” ma ci siamo allaontanati senza parlarci. La sera stessa però ci siamo beccati a una serata random a cui eravamo andati entrambi e siamo stati a chiacchierare per ore. È un grande.

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