Come Livity Sound ha spaccato tutto andando oltre i generi

Storia di una label che ha influenzato tantissimo il suono club made in UK, e oltre.
20.5.16

La Bristoliana Livity Sound non è solo una label: è una forza. Nato nel 2011, il collettivo formato da Peverelist, Asusu e Kowton ha contribuito a formare il suono del clubbing inglese (e non solo) di oggi, identificandosi ben presto con una forma nebbiosa e scura di musica dance che si posiziona tra la techno e il lato più bassoso dell'area "post-dubstep". Il mese scorso, il co-fondatore e portacolori della label Kowton (Joe Cowton) ha fatto uscire il suo primo album, Utility, segnando l'ammaraggio dell'etichetta al formato LP, e il passaggio defintiivo da "progetto" a vera e propria realtà discografica.

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Per festeggiare questa release, abbiamo parlato con i capi della label, cioé il già citato Joe e Tom Ford AKA Peverelist, ma anche il loro collaboratore Asusu (Craig Stennett) e Hodge (Jacob Martin), che esce di fisso sulla label. Questa è quindi Livity Sound, a parole loro.

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Kowton (Joe Cowton).

L'inizio della loro storia è in realtà una fine: Tom aveva vissuto a Bristol, lavorando come manager del negozio di dischi Rooted Records, per quasi dieci anni, mentre gestiva la sua prima label, la dubsteppara Punch Drunk. "Avevo voglia di fare qualcosa di nuovo," ricorda Tom. "Anche Joe stava a Bristol e aveva altrettanta voglia di fare qualcosa di diverso. Stavamo entrambi producendo tracce nostre e coltivando un po' di idee." spiega Joe, "e vedere cosa sarebbe successo se le avessimo buttate fuori. Non c'era un vero e proprio piano."

E questa assenza di piani rimase il modo in cui Joe continuò a gestire le cose per un po'. Negli anni che separarono i suoi studi alla scuola di musica e l'inizio di Livity era tornato a vivere dai genitori, lavorando saltuariamente in un hotel e facendo musica quando gli capitava. Ma i suoi non vedevano l'ora di levarselo di torno, e allora decise di approfittare di una stanza vacante a casa di un amico a Bristol per ricominciare a studiare. Fu proprio tra le mura di Rooted Records prima e Idle Hands (il negozio aperto da Chris Farrell di Rooted dopo che quest'ultimo era fallito) che i due iniziarono ad architettare le loro malefatte. "Quando Tom mi disse che voleva lavorare a un po' di tracce io ero gasatissimo all'idea di poter uscire su Punch Drunk, che era una label importantissima, credo che appena abbiamo iniziato davvero a produrle fu abbastanza chiaro che non avrebebro funzionato lì."

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Così Joe e Tom stesero il primo progetto di quella che sarebbe stata Livity Sound e delle tonalità ibride che ne sarebbero diventate il marchio di fabbrica, ma questa non prese davvero forma fino all'arrivo di Craig. Sebbene lui e Tom si conoscessero già grazie a "serate passate o suonate assieme e vari contatti via internet" e Joe a "un paio di acquisti da Rooted," non gli aveva mai mandato musica sua fino al 2010, anno in cui gli inviò "un po' di tracce che finirono sul mio primo disco per Livity." Il trio si mise allora a l lavoro per sintetizzare le diverse sensibilità di tutti e tre in ambito live e, grazie a popolarissime session per Boiler Room e RA, e una notevole apparizione a Dekmantel, si stabilì il suono di Livity.

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Peverelist (Tom Ford).

È interessante notare che in ogni conversazione con Joe, Tom e Craig, si riferiscono tutti agli inizi di Livity come a un lavoro di gruppo. Per quanto fossero stati tutti battezzati alla chiesa di Subloaded, e fossero tutti cresciuti nella scena dubstep, tutti e tre sentivano il bisogno di sfuggire a quella che gli pareva oramai una moda morente. "Fu una morte lenta," ricorda Joe. "Se la golden age fu intorno al 2003/4 fino al 2006/7, nel 2009/10 le cose si stavano deteriorando, e tutti si sperticavano per trovare modi di mantenere la scena fresca." Tom concorda, ma il suo verdetto è più secco "stava crollando tutto," allo stesso tempo Craig ammise di avere "chiuso con la dubstep" nel periodo in cui mandò le prime cose a Tom e Joe.

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Lo stesso termine "Dubstep", non piace molto a Joe o a Tom. Per lo più a cuasa della tendenza dei giornalisti a definire il suono Livity come "techno meets dubstep" o, ancora peggio, "post-dubstep.". "Penso fosse davvero semplice definire certa musica 'eccovi un misto di dubstep e techno'" mi dice Joe, "Per la nostra generazione e quella subito successiva c'è ancora un forte reverenza nei confronti della dubstep perché è stata l'ultima scena davvero influente e importante, ma credo sia troppo semplice riportare tutte le cose a quell'influenza. Oramai da quel periodo ci separano quasi otto anni di lavoro." Tom, che era stato un pioniere del genere tramite Punch Drunk e uscendo per Tectonic, è altrettanto convinto che l'uso del termine sia spesso limitante. "È frustrante" aggiunge con decisione. "Ho fatto dubstep per un po', ma poi mi sono spostato altrove. Non vorrei che quello che facciamo venisse etichettato in una maniera specifica, non mi interessano i generi."

Ma se non è dubstep, cos'è? Forse la cosa che gli è effettivamente più vicina dal punto di vista musicale, è la techno. Craig è certamente di questa idea, convinto che i primi vagiti della label fossero proprio motivati dal rispondere alla dubstep con ritmiche techno. "Fu una specie di fuga per me, provare a mettere giù dei beat più lineari." Per Joe si trattava di abbracciare una forma di techno molto tipicamente britannica "Socialmente parlando, molti dei nostri amici erano in una situazione simile: uno come Pangaea fa techno, ma è una techno molto molto inglese. Stessa cosa per Blawan. Lui non ha mai fatto dubstep, ma la sua techno è comunque decisamente UK." Un suono che descrive come potente e caldo "colpisce duro e ti tocca dentro, in maniera molto diversa dalla techno tedesca o da quella di Detroit".

Tom, dal canto suo, è meno partigiano della techno: "la gente prova sempre a incasellare la musica di oggi dentro categorie anni Novanta, cosa che secondo me non va bene." Non sono le parole di un artista offeso che vuole attaccare qualcuno, ma il frutto di una genuina convinzione che quanto prodotto dalla sualabel sia il risultato di una libertà creativa che la rigidità dei generi può solo corrompere.

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Asusu (Craig Stennet).

Comunque la vogliate definire, la chiave per comprendere il suono di Livity è di pensarlo appunto, come una forza, un'energia, la cui fonte principale è proprio Peverlist, di cui Joe, Craig e Jacob erano tutti fan molto prima di poter collaborare. Craig ricorda che nei suoi primi anni di università la sua sacra trimurti era "2562, Peverelist, Pinch," mentre Jacob ricorda di avere incontrato Tom a Subloaded e da Rooted Records, dove lo pregò di dargli la sua mail per poi inizare a bombardarlo di demo. Craig è abbastanza convinto dell'importante ruolo che Tom ha giocato nel costruire il gruppo Livity. "È molto umile, ma credo che un sacco di gente a Bristol lo veda come una figura chiave, dai tempi in cui gestiva Punch Drunk e lavorava da Rooted." Spiega ridendo, "ma è un tipo davvero modesto".

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Com'è prevedibile, a Tom non va molto di vedersi come una figura chiave, ma ammette che sapere scovare e coltivare i talenti più giovani è una cosa per lui molto importante. "Secondo me è questo che una label deve fare. Io son entrato nel gioco da fan, è stata quella la mia iniziazione e non credo le cose siano cambiate poi molto." Joe è leggermente più enfatico sull'orecchio del suo label-partner per il talento "Credo che Tom senta molta più soddisfazione quando si tratta di far fiorire il talento della gente. È in grado di ascoltare una demo, pensare 'questo tra un anno spacca' e prenderci. È una cosa molto utile quando gestisci una label che lavora molto sul supporto ai giovani."

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Hodge (Jacob Martin).

È questo genere di incoraggiamento che ha generato Utility, il debutto sulla lunga distanza di Kowton e primo LP di Livity Sound. È una roba fresca e forte, che se ritrovata tra cento anni in una capsula sarà perfettamente in grado di rappresentare le profondità oscure di un club britannico del 2016. Al posto della sterilità precisa della techno da superclub berlinese, sceglie uno sferragliare dissonante e confuso. "Credo che lo spazio sia molto importante" aggiunge Joe, "Se vuoi sfumare è molto importante saper acquietare la stanza o farla rimbombare a palla". A sorpresa, su questo argomentoi è Tom che prende la parola più di Joe. "Voglio dire una cosa importante sull'album di Joe. La gente parla in continuazione di cosa dovrebbe contenere un album di musica da ballare. La mia opinione personale è che dovrebbe essere uno statement di una particolare epoca. Credo che Joe ci sia riuscito: questo tipo di musica dance contiene tutta la sua personalità."

Mi chiedo se con questo commento Tom non abbia anche riasssunto tutto quello che si dovrebbe pensare dell'approccio Livity: anziché lavorare secondo le direttive rpecise di un genere, il loro suono è il risultato dell'identità che hanno costruito collettivamente. Un modello che ha molto più a che fare con il creare qualcosa assieme secondo la propria personalità che non col seguire i dettami di una scenal. Se oggi siamo davvero in un'epoca in cui i generi stanno via via scomparendo sempre più, forse questa piccola crew di Bristol può dare un'esempio di tanti diversi affluenti che si riversano in qualcosa di coeso e coerente. Lo dice già il loro nome: "livity", per la cultura rastafariana, vuol dire proprio forza, energia.

Noisey Italia