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Lasciate in pace Earl Sweatshirt

"Doris" di Earl Sweatshirt è un grande album. Ma potete apprezzarlo solo mettendo via aspettative e pregiudizi.

Se Hank Hill fosse un appassionato di rap, non sarebbe entusiasta all’idea che Earl Sweatshirt non è il primo cantare nel suo stesso album. Non che ci sia niente di fondamentalmente sbagliato in questa scelta, ma è una di quelle scelte che non andrebbero mai prese, porca merda! Non aprire il proprio album è un indice di insicurezza, di poca voglia di mettercela tutta. Se stai incidendo il tuo maledetto album dovrebbe essere naturale che tu voglia esserne il protagonista, e per esserlo è implicito che debba essere tu il primo a rappare. Qualsiasi altra eventualità è semplicemente, be’, BWAA!

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Prima di essere noto come Earl Sweatshirt—che è un nome in egual misura ridicolo e regale e che sarebbe più o meno come si sarebbe chiamato il signore del casato di Felponia, se fosse mai esistito—il soprannome del ragazzo era Sly Tendecies ["Tendenze subdole", ndt.] Doris è soprattutto questo: subdolo. Il disco non si spreca in qualche evoluzione stilistica per provare la brillantezza dell’autore, non ci sono ritornelli o strofe di assolo esaltanti, non si sta sforzando per farsi includere in qualche sottogenere o corrente musicale, e non cerca di piacere né di attirare l’attenzione di chi l’ha degnato soltanto di uno o due ascolti frettolosi. Doris non ammicca alla classifica dell’anno di nessuno, e senz’altro non è stato registrato pensando ai miei o a tuoi gusti. È quello che è, Puoi provare a capirlo o lasciar perdere, ma se decidi di dargli un’occasione ti rivelerà la sua sottile e cangiante acutezza.

Ci sono canzoni brutalmente disincantate; ma anche momenti in cui Earl fa lo splendido e, insieme a Inspectah Deck, si impegna a ficcare le parole una dietro l’altra in modo che le rime interne ai versi si sprechino. Per le prime sette tracce Earl alterna momenti in cui parla in modo inquietante e oscuro, a fasi in cui si esprime in modo diretto e aperto, e per questo meriterebbe un applauso, considerato che quelle parole vengono pronunciate da una persona così giovane. I pezzi riflessivi suonano più diretti, Earl espone tutte le sue insicurezze più crude e le sue ferite aperte, mentre i pezzi più cazzoni sono anch’essi riflessivi, a modo loro—anche se probabilmente non si parla di nulla di nuovo, Earl riesce a mostrare che ha davvero a cuore qualcosa, anche se quel qualcosa è soltanto la sua arte.

Anche se il suo cammino (passato per lo più in esilio) per divenire il più misterioso membro della casa del rap-n-mayhem Odd Future gioca un ruolo fondamentale della storia di Sweatshirt, Doris manca dell’energia cinetica e della demenzialità teatrale tipiche dei migliori lavori del gruppo. Il disco sembra un’allucinazione da febbre, un gruppo di amici molto unito che fa freestyle in un garage da qualche parte, lontano da tempo, spazio e dai capricci del mercato. È insulare, a suo modo è marchiato dalla nuova scena underground tipica di Los Angeles, che, guidata da artisti come Mac Miller, Ab-Soul e Earl stesso, sta diventando così onnipresente che gli aggettivi “stramba” e “underground” minacciano di starle stretti: si stanno appropriando di una bella fetta del panorama musicale rap, e lo stanno rimodellando a loro immagine e somiglianza. Ma solo perché una produzione non rispecchia le vostre aspettative non significa che sia priva di valore. Ha semplicemente un valore differente, che probabilmente non avevate considerato. Doris è un come un groviglio intricato: da parte dell’ascoltatoreci vuole un po’ di tempo e di pazienza per sbrogliarlo, ma quando l’avrete fatto diventerà quasi una parte di voi.

La traiettoria percorsa da Doris si rivela chiara con la sua ultima rima. “Young, black, and jaded / Vision hazy, strolling through the night.” Doris è, più di qualsiasi altro disco, un lavoro di ricerca del senso delle cose: di quali siano le capacità di una persona, i suoi obiettivi, la sua voce, il suo posto nel mondo, i suoi rapporti—professionali, romantici, platonici o famigliari—e la sua identità. In questo momento Earl—un talento generoso e stupefacente, sia per quanto riguarda la tecnica che per quel che concerne la lirica—non ha ancora finito il suo percorso di maturazione. Questo, in fin dei conti, è il vero motivo per cui Doris suona nella maniera di cui stiamo parlando: è un riflesso delle sue sensazioni più vere e profonde, un fermo immagine calibrato e di grande impatto su quale sia lo stato attuale del suo percorso di crescita, plasmato solo e unicamente dai parametri che Earl stesso si è imposto.

State pur certi che, quando si parla di Earl, non c’è niente di lasciato al caso: nemmeno lasciar rappare qualcun altro per primo sull’album. Quindi no, non è Earl Sweatshirt ad aprire la prima traccia nel suo album di debutto. Ma, se riuscite a ricordarvelo, non l’ha fatto neanche Ghostface Killa in Iron Man, e le cose sono andate comunque abbastanza bene.

È la prima volta che Drew Millard cita King Of The Hill. Lo trovi comunque su twitter - @drewmillard