Fattore H è il libro che racconta come trovare la propria voce grazie all'hip hop
Vi facciamo leggere un intero capitolo del primo libro di Tyrone Nigretti, un ragazzo disabile che ha deciso di superare i pregiudizi che lo circondano.
Tyrone Nigretti è un ragazzo del '93 che si è avvicinato al mondo della scrittura attraverso il suo blog: "Ho cominciato a scrivere sul blog perché ho sempre amato esprimermi con la scrittura. Ad essere più precisi era il mezzo attraverso il quale riuscivo a dire delle cose senza essere interrotto". Nello stesso periodo in cui lui iniziava a scrivere in si diffondeva ovunque la musica rap, e insieme a quella una nuova cultura, dei temi e un modo diverso di far sentire la propria voce: un'attitudine.
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Fattore H è il suo libro d'esordio, edito da Rizzoli e rappresenta proprio un'attitudine, un modo affrontare le cose, una chiave di lettura della vita attraverso la sfrontatezza dell'hip hop. "Come spesso capita ho cercato anch'io prima di rappare e poi di fare beat, volevo lasciare un'impronta nel mondo ma, erroneamente, come tutti, volevo essere uguale agli altri, purtroppo non riconoscendo me stesso". Può sembrare banale, ma come racconta il libro ci sono alcuni pregiudizi che sono difficili da superare, uno di questi è l'associazione automatica che spesso intercorre tra disabilità motorie e deficienze mentali. Tyrone è affetto da tetraparesi spastica, ma questa è solo la condizione in cui si svolge la sua storia, che per ora non vi raccontiamo, sia perché non vogliamo rovinare la lettura, sia perché non saremmo mai in grado di raccontarla meglio di lui, anzi: come lui. È proprio il come che ci ha stupito della storia raccontata da Tyrone, una leggerezza naïf mentre vi sbatte in faccia una vita che ha fatto dei giri davvero vorticosi prima di riuscire a darsi un po' di pace."Il rap mi capiva ed io capivo lui, ecco perché Fattore H ha questo mood molto hip hop. Ho scritto Fattore H perché ero senza voce e la scrittura mi ha permesso di urlare nonostante questo. Per chi continua a chiedermelo… non faccio rap, no. Ma non devi fare rap per considerarti hip hop."Fattore H meriterebbe tutta la vostra attenzione, perché qui c'è qualcosa anche per voi. Qui c'è qualcosa che dovreste capire… Giusto per parafrasare i Cypress HIll. E, quando avrete finito il libro, qualcosa resterà, qualcosa si muoverà. Ve ne accorgerete senz'altro.
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Il brano che segue è tratto dal Capitolo 19 del libro, si intitola Arte e ipocondria e racconta di come un ragazzino sia riuscito a trovare la sua chiave di volta grazia alla musica e di quanto quella stessa musica faccia fatica a riconoscere il valore artistico al di là delle disabilità.
In qualunque forma d'arte, l'unico scopo dovrebbe essere quello di liberarsi dai sentimenti repressi; ovviamente questo non vale per la musica pop, che vende sogni di gioia e spensieratezza, spingendo cantanti - magari anche bravi ma senza alcun contenuto comparabile con la vita vera né materiale né spirituale - a parlare solo di sensazioni e non di emozioni.Amo la musica rap, specialmente quella italiana perché la capisco. Non so l'inglese, per ignoranza e stupidità non mi è mai interessato studiarlo (anche se ultimamente mi sto impegnando per impararlo, quantomeno le basi). Sarei dunque incoerente è stupido se ascoltassi qualcosa che non capisco, fingendo magari che mi piaccia solo perché è di moda.
Tuttavia non è detto che chi ascolta musica rap italiano capisca i testi e ciò che vogliono esprimere. Io mi sono avvicinato al rap dopo la morte di mio padre. Ascoltavo parecchia musica in quegli anni. A scuola andava forte Vengo Dalla Luna di Caparezza, come agli altri miei compagni, anche a me piaceva la melodia: né io né loro capivamo il senso del testo, quel testo pieno di significati che parla di uguaglianza, andando contro luoghi comuni e distinzioni che venivano e vengono fatte da persone comuni. Allora ero il diverso della scuola: ne conoscevo le parole, ma ero l'unico che non riusciva a cantarla per via di quei maledetti spasmi! Così venivo preso in giro a causa di una canzone che, senza saperlo, sarebbe potuta essere la mia arma.
D'altra parte eravamo piccoli. Alle elementari alcuni di noi si facevano ancora la pipì a letto, era leggitimo non capire un testo come quello. Ancora oggi, purtroppo, pochi capiscono i testi hip hop contenenti messaggi antirazzisti e propositivi verso il prossimo. Si associa l'hip hop solo a qualcosa da vestire, alla felpa WeSC figa da indossare, alla parlata volgare da fare, al nuovo da criticare aspramente.
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Però non dite che siete hip hop se non avete nulla da comunicare, se volete solo demolire il prossimo, se guardate qualcuno dall'alto in basso per vedere la marca delle scarpe che porta; l'hip hop di sicuro non è questo. Credo che la musica rap sia un potentissimo mezzo di comunicazione. E l'hip hop è sinonimo di comunicazione. Vestirsi con indumenti hip hop da fighi e non andare ai concerti o non comprare i dischi è come andare allo stadio a guardare le riserve in panchina bere il Gatorade, disinteressandosi della partita. La vedo così.
Qualcuno magari mi dirà: "Ma anche i rapper famosi si vestono da fighi ed è normale che pure noi ne sentiamo il bisogno". Avete mai sentito parlare di sponsor? Un rapper che sponsorizza una marca viene pagato per farlo: non li compra lui i vestiti. Ovviamente non ve lo dicono apertamente i diretti interessati, non potrebbero andare contro chi li paga, ma ce lo fanno capire.Oggi fare il rap sembra essere diventato uno scopo di vita per tutti i giovani, sembra che aldilà di quello nessuno si sappia inventare altro (lo dico perché anch'io sono stato vittima di questa corrente di pensiero). È come un virus: ora che sta prendendo piede, che sta conquistando lo spazio che merita, i conformisti che non sanno di che parlare e pensano basti rappare per essere hip hop.Dopo la morte di mio padre mi sono avvicinato al rap perché era l'unico genere musicale che usava parole simili alle mie. Mi ero stufato di Paolo Meneguzzi che canta: "Non capiva che l'amavo"; gradivo e gradisco di più ascoltare un Fabri Fibra che dice "Non guardi mamma mentre piange e lacrima dagli occhi". Diffido di chi fa canzonette pop che si basano su testi infarciti di emozioni a random e che non raccontano nulla di concreto.
Nonostante i miei parenti abbiano provato a starmi vicino, non hanno mai colmato i dolori più profondi: quando mia mamma piangeva sul letto perché sentiva la mancanza di mio padre, solo io sapevo realmente che cosa stesse vivendo, solo io ero lì a guardare mamma mentre piangeva e lacrimava dagli occhi. Lei quasi non si occupava più di me, tanto che mi permetteva di stare fino a tarda notte davanti al pc, cosa che prima non faceva. Il suo non era un atteggiamento permissivo, era un arrendersi alla vita, come se nulla avesse più importanza: lo percepivo… Allora mi sentivo solo e il rap era il mio unico amico.
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Anche nel rap comunque ci sono gli idioti. Molti MC, quelli che cantano il rap, vogliono per forza dire qualcosa sebbene siano consapevoli che probabilmente dalle loro bocche escano solo un mucchio di stronzate. Allora cosa fanno? Si mettono in rete, su YouTube, e cominciano a scrivere commenti sulla concorrenza, che magari, al contrario di loro, vuole tentare di creare qualcosa di costruttivo. Alcuni per esempio si scagliano contro chi, come me o altri che lo fanno da più tempo, cerca di elogiare e promuovere artisti meritevoli, scrivendo articoli o raccogliendo interviste che sono piene di messaggi positivi e caratteristici della cultura hip hop.
Una cosa è sacrosanta: chi sa poco della vita, chi si crede al di sopra di tutti, difficilmente si può considerare hip hop. E un artista che non soffre non è un artista, è un ipocondriaco.Gli hater sono invidiosi e criticano gli artisti rap. Sentono il bisogno di essere notati. Non solo chi insulta l'artista è un hater, anche chi insulta a ruota lo è. Solitamente utilizzano un linguaggio scurrile senza argomentare. A parer mio sporcano il rap. Vedo commenti del tipo: "Chi insulta Fabri Fibra è handicappato".
Io sono handicappato, eppure a me Fibra piace e non lo insulto.Mi sembra che anche in questo giro, in Italia, si proceda per luoghi comuni: come se un handicappato non potesse capirne di rap o di hip hop. In America, per esempio, sono molto più avanti: 50 Tyson è un rapper del Minnesota, affetto da autismo, per cui il rap è stato il migliore logopedista. Cantava davanti allo specchio e, quando è diventato bravo, ha caricato i suoi pezzi su YouTube. A poco a poco, si è trasformato in "50 Tyson, quello che ce l'ha fatta". In America è possibile.
Un altro esempio è Signmark, un rapper sordo che canta grazie alla lingua dei segni.La situazione in Italia? Ci sono degli MC disabili, ma preferiscono scrivere testi generici sulla politica senza esporsi sulla disabilità. Hanno paura di non essere accettati. Come i cantanti pop che parlano di storie d'amore con delle donne, e tempo dopo si scopre che sono omosessuali. Siamo anni luce indietro.