Atlante musicale del "Fortino della Droga" di Milano

Uno dei vantaggi di vivere nel "Palazzo Mondo" di Bligny 42 è che ogni giorno le mie orecchie visitano un Paese diverso.
04 maggio 2016, 7:44am
L'autore insieme ai suoi dirimpettai.

Durante i primi mesi che ho passato nel condominio di Viale Bligny 42 (che potete chiamare anche "Palazzo Mondo", o "Fortino Della Droga") casa mia era un continuo via-vai di gente: quasi ogni sera una decina di miei coetanei attraversavano il varco del portone per poi voltare a destra verso la scala numero uno, osservati con curiosità antropologica e professionale dagli spacciatori che allora trascorrevano la notte appoggiati al cancello, più puntuali ed instancabili delle guardie di Buckingham Palace. Le prime rampe di scale erano per buona parte occupate da altri liberi professionisti dello spaccio, che tendevano a classificare i miei ospiti in due principali categorie di riferimento: "clienti potenziali" e "belle fighe". Ci sono volute diverse settimane prima che, messi in pausa i cellulari dai quali ascoltavano senza cuffie tutta la top 20 egiziana, i "sciao bela"/ "zio vuoi coca buonissima" si trasformassero in "tu vai da Francesco, quarto piano destra". Alle facce interrogative (e a volte un po' preoccupate) dei miei amici, replicavo divertito che "i miei vicini salutano sempre". Arrivati in casa diventava però subito chiaro a tutti uno dei vantaggi del vivere in B42, ossia che qui è abbastanza raro che ascoltare musica sia di disturbo a qualcuno: la prima volta che un vicino è venuto a bussare durante una festa non era per chiederci di abbassare il volume, aveva sentito che stavamo suonando, e si è presentato con uno djembe e un po' d'erba.

Fino a pochi anni fa sulla scala numero uno gli inquilini italiani si potevano contare sulle dita di una mano, e i suoi muri ignoravano quasi totalmente il panorama mainstream occidentale. Ancora oggi il grosso dei suoi abitanti viene dall'Egitto o dall'Algeria, fatto salvo per qualche famiglia sudamericana al primo piano e per i miei dirimpettai centroafricani (anche se non sono mai riuscito a determinare con certezza il loro Paese d'origine: sono abbastanza sicuro che due di loro siano liberiani, un altro continua a rispondere candidamente che lui è "un Mandingo"). I suoni che escono dai ballatoi di questa scala e dalle finestre degli appartamenti che essa ospita seguono uno schema fisso di poco sensibile a variazioni: gli ascoltatori arabi e nordafricani si dedicano essenzialmente all'ascolto delle hit dei Paesi dai quali provengono (su tutti Amr Diab, che è un po' il Nek egiziano, ora e sempre in cima alla Egypt iTunes Top 20). È un ascolto quasi privato, fatto per lo più dalle casse dei cellulari in orario notturno.

La playlist è diventata vagamente più varia da quando ho spiegato ai miei vicini come scaricare l'mp3 dai video YouTube. Il mio piano (il quarto) si è invece meritato il titolo di "Piano Giamaica" grazie agli ascolti dei miei dirimpettai: quando le giornate cominciano ad allungarsi, una cassa acustica tiene aperta la porta del loro monolocale senza bagno diffondendo per tutta la scala musica reggae. È (inevitabilmente) un ascolto collettivo, per nulla casuale (sono quasi tutti veri appassionati del genere, quando il Rototom era ancora a Udine ci andavano tutti gli anni) ma anche strettamente stagionale: il reggae—si sa—si sposa malissimo con il freddo, per cui il loro ascolto ha luogo, salvo rarissime eccezioni, solamente da maggio a ottobre. Lo scorso inverno hanno provato Virgin Radio, ma per fortuna non hanno gradito. Mi hanno detto che ascoltano anche Alborosie e che non è vero che (come spesso si sente dire) si sia inserito nella comunità giamaicana al pari degli autoctoni: sarà sempre visto dai locali come "un ragazzo italiano con i dread".

Le famiglie sudamericane del primo piano invece ascoltano musica ad alto volume solo la domenica pomeriggio o durante i compleanni dei bambini, occasioni per le quali la loro paylist si arricchisce dell'immancabile "Tanti Auguri a Te". E poi ci siamo io e Michele, dei quali io sono sicuramente il meno interessante: siamo gli unici della scala a possedere strumenti musicali—io un po' di chitarre e un pianoforte passato a malapena tra gli stretti muri del corridoio, lui una balalaika. Michele merita però qualche riga di approfondimento non strettamente inerente ai suoi ascolti: mi ha raccontato che tanti anni fa era un monaco buddista, che è stato cacciato dal suo tempio dopo aver fatto rissa con un altro monaco per storie di donne. Lo stesso gli è successo poco dopo con gli evangelici. Adesso si dedica ai tarocchi e a cercare abiti che soddisfino la sua passione di impersonare nel quotidiano i suoi personaggi storici preferiti (tra cui: Nostradamus, Rommel, "un monaco pellegrino spagnolo del XVI secolo in missione di evangelizzazione sulla Cordigliera delle Ande", un pompiere). Michele (purtroppo) non ha un impianto abbastanza potente per condividere con il resto della scala i suoi ascolti. Sopra il mio appartamento c'è poi la mansarda acquistata nel 2008 da Matteo Salvini, dal quale l'unico suono mai provenuto è quello dell'acqua che zampillava fuori delle tubature rotte per mancata manutenzione.

Gli inquilini di B42 pasteggiano insieme senza invitare Matteo Salvini. Foto via.

Davanti all'oriente c'è l'occidente, davanti alla uno c'è la "Scala Cattelan", così battezzata in onore dell'artista (Maurizio), che qui aveva il proprio atelier. È abitata per lo più da ragazzi italiani (studenti, artisti, lavoratori) e da anziani, inquilini del palazzo da almeno quarant'anni. Questa è la scala che prima di tutte ha corso il rischio di gentrificazione, fortunatamente disinnescato dallo spirito dei suoi nuovi inquilini, estremamente rispettosi del geist del palazzo: il fascino di vivere nello stesso luogo che Cattelan ha scelto per il suo atelier scivola via alla prima rissa che scoppia in cortile, se quello era l'unica ragione della tua fascinazione. Perché è così: B42 presenta alle persone che scelgono di trasferirvisi una specie di test attitudinale al quale chi è qui solo per darsi un tono da bohémien non sopravvive.

Non aspettatevi quindi lo stereotipo dello studente IED o NABA, fighetto, artistoide, molto informato, ma poco colto, con la congenita tendenza a non capire un cazzo. Gli studenti IED ci sono, ma sono—come tutti i ragazzi che scelgono di trasferirsi qui e che superano il test—persone profondamente appassionate della natura del palazzo, capaci di coglierne gli aspetti più profondi e rispettarli. Molti si sono trasferiti qui perché volevano fare un progetto sul palazzo, gli altri sono finiti per farlo comunque. La scala due più che una scala che suona è una scala che ascolta, che ascolta e rimedia ciò che ascolta. Una specie di ponte con il mondo esterno. E non è solo un'attitudine, ma anche una necessità dettata da un dato strutturale, dato che metà delle finestre si affacciano all'esterno anziché sul cortile (o su viale Bligny, troppo frequentato per far sì che i condomini lascino uscire dalla finestra ciò che ascoltano). Anche questa scala ha i suoi suoni, anche se decisamente meno presenti di quelli della uno: ci sono tanti cinesi che ascoltano soprattutto la radio, un po' di musica sudamericana e qualche ragazzo che suona (una cantante, un conservatorista).

Questa scala ha due singolari primati:

- Quello della musica a più alto volume mai sentito fra le mura del palazzo per il minor tempo possibile (un ragazzo ha sparato hardcore rap a volume altissimo finché la scala uno ha risposto a dovere: hanno alzato allo stesso volume Amr Diab finché la finestra del ragazzo si è chiusa, e l'hardcore rap è tornato nella sua tana)

- Il rifiuto più difficile da smaltire: qualcuno ha lanciato una pizza (credo quattro stagioni) sul tetto del ripostiglio attrezzi in cortile. È comparsa poco dopo che io mi trasferissi qui (quasi tre anni fa) ed è stata rimossa da pochi mesi.

La scala tre è la scala del mistero, ricordata a livello sonoro soprattutto per Spazio Nour, l'atelier dell'artista iraniano Mahmoud Saleh Mohammadi, che spesso ospita mostre o eventi che comprendono anche musica dal vivo. La numero tre è la scala che ospita un anziano signore che costituisce l'unico vero nemico dei suoni in B42, ma anche dei suono in generale: ogni volta che abbiamo allestito in cortile un evento che comprendesse performance musicali si è presentato puntualissimo ai primi vagiti di soundcheck ribaltando le aste dei microfoni e minacciando di morte e denunce i musicisti (non siamo sicuri se da attuare in questo preciso ordine). È così ligio al proprio dovere di Guardiano del Silenzio che è riuscito a tenere la stessa irremovibile condotta anche la volta che ad esibirsi in cortile era proprio suo nipote. Forse per questa ragione, se la scala due suona poco, la scala tre non suona per niente, ma anzi vive nel terrore di "morte e denunce". Le volte che i concerti in cortile sono stati portati a termine, questa era la scala con il maggior numero di persone affacciate alle finestre e sui loro volti c'erano gli stessi timidi sorrisi con i quali immagino che i nostri nonni abbiano ringraziato gli americani per le scatolette di tonno nel 1945.

La scala tre è popolata in modo molto simile alla scala uno, anche se mentre noi possiamo suonare e ascoltare ciò che vogliamo al volume che vogliamo, loro si limitano (probabilmente) ad invidiarci. Mi immagino gli egiziani costretti a comprarsi le cuffie per ascoltare Amr Diab, un altro me che mai s'azzarderebbe a suonare e famiglie peruviane che cantano "Tanti Auguri a Te" sussurrando.

Nonostante questo riesco a provare un certo affetto, perché è proprio la scala tre ad avermi offerto l'opportunità di fare lo scherzo forse più divertente che mi sia mai riuscito di fare, mentre stavo ospitando un'amica svizzero-tedesca, per la prima volta in Italia. Era già abbastanza scioccata dal fatto che qui un sacco di gente butti per terra i mozziconi di sigaretta, quindi vi lascio immaginare le sue reazioni a B42. Ebbene, durante una tranquillissima cena a casa mia, proprio da una finestra della scala tre qualcuno ha lanciato un petardo. L'idea geniale: dire impassibile "sì, sai, qui ogni tanto sparano". Mentre lei si appiattiva contro il muro temendo un proiettile vagante io ho continuato a mangiare il mio piatto di pasta proprio come avrebbe fatto Don Vito (ricordate quello che dicevo sul test attitudinale per venire a vivere qui?).

Bambini fanno il girotondo tra una sparatoria e l'altra.

Se per quasi tutto il resto del palazzo regna la scala Frigia maggiore (altrimenti nota come "scala araba"), niente meglio della sua nemesi musicale potrebbe chiudere il proverbiale cerchio. Quando parlo de "la nemesi" mi riferisco a una persona in carne e ossa, nella fattispecie una cantante lirica, che quasi ogni mattina spande dalla scala quattro i propri gorgheggi per tutta la corte, con un volume che non ha nulla da invidiare a quello di un discreto impianto audio. Così La Traviata, le messe di Bach, Rossini o Verdi si adagiano sullo sfaccettato tappeto sonoro circostante, donando al palazzo il tassello finora mancante per rendere davvero appropriato il titolo di "Palazzo Mondo". Assieme al "Gran Vals" di Francisco Tárrega, che forse voi conoscete come "la suoneria del Nokia" e si sente uscire spessissimo dagli altoparlanti degli anacronistici telefoni degli inquilini del palazzo, questo è l'unico altro frammento di musica classica che può capitare di sentire in B42. Altro elemento sonoro da segnalare e proveniente dalla scala quattro è l'impianto di uno sconosciuto, grande fan della tech-house, che ha inspiegabilmente eletto come momento preferito per dedicarsi all'ascolto della sua musica preferita quello dell'ora di pranzo.

Visti i notevoli divari fra le inclinazioni musicali di ciascuno e la tendenza abbastanza diffusa ad ascoltare ciò che si vuole al volume che si preferisce e notato infine che nessuno ha mai avuto da ridire sull'attività di ascolto del proprio vicino, potremmo dire che se per "integrazione" intendiamo il raggiungimento di uno stato di quiete nel quale soggetti diversi per provenienza geografica, cultura, religione ed estrazione sociale godono degli stessi diritti e posso esercitare in egual misura le medesime libertà, allora la gestione degli esotici ascolti di Viale Bligny 42 costruisce sicuramente un modello esemplare.

La verità è che in B42, la musica è rimasta, oltre che un fatto artistico e privato, un fatto sociale, di natura pubblica e di rispetto nei confronti di qualcosa che non è solo un prodotto da intrattenimento che incontra il nostro gusto, ma anche il risultato di una cultura specifica, l'espressione di un sentimento che punta ad essere condiviso ancor prima che compreso. Non si può provare ostilità nei confronti di un atteggiamento simile, forse, fastidio, interesse, piacere... Anche indifferenza, ma non ostilità. Questo modo di pensare è molto chiaro a tutti gli abitanti di Viale Bligny 42 e ha permesso che si stabilisse un equilibrio acustico in cui il palazzo fluttua tuttora. L'unico suono ostile che si può ascoltare da queste parti è quello delle gocce d'acqua al piano di sopra, responsabili delle macchie di umidità sul soffitto di camera mia.

Francesco scrive e suona. Non ha Twitter. Se sei una sua stalker seguilo su Facebook.