La comunità LGBTQ supererà la tragedia di Orlando a passo di danza

Siamo gente che resiste, perché abbiamo sempre dovuto farlo: l'attacco di un bigotto assassino non basterà a far tornare la paura.

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14 giugno 2016, 9:25am

I newyorkesi ricordano le vittime della strage di Orlando depositando fiori davanti allo storico Stonewall Inn di Cristopher Street. Foto di Emilie Friedlander.

Sabato scorso sono stato a una festa per il Brooklyn Pride all'Analog BKNY—una piccola discoteca a Gowanus, una delle aree industriali meno abitate del quartiere. I piccoli gruppi di persone che andavano e venivano dal locale erano l'unico segno di vita per svariati isolati. C'era una guardia fuori dal posto, e una seconda guardia subito al di là della porta, entrambe vestite classicamente di nero, con l'auricolare. Nessuna delle due armata.

Sono rimasto fino alle tre del mattino e sono andato a letto poco dopo le quattro, stanco ma felice di aver passato qualche ora a fare festa con la mia famiglia allargata del club. Il giorno dopo, mi sono svegliato con la notizia della sparatoria al Pulse, una famosa discoteca gay di Orlando, Florida, in cui sono rimaste uccise 50 persone e 53 ferite. La consapevolezza che questo accadeva mentre io stavo ballando e celebrando il Pride qui a New York ha peggiorato lo shock e il terrore—sarebbe potuto capitare a me.

La notizia mi ha colpito come un pugno allo stomaco. Per quanto i recenti attacchi terroristici nei locali di Bali e Parigi mi avessero inorridito, non percepivo un senso di disperazione così profondo dal crollo delle Torri Gemelle. Si è trattato di un attacco diretto, mirato—non solo contro i poveretti di Orlando, ma contro l'intera comunità dance e LGBT. La mia comunità. Da uomo gay che ama ballare, e che scrive di nightlife gay da decenni, sono rimasto colpito, paralizzato a casa mia.

In altre parole, quello che è stato definito il più grave attacco terroristico sul territorio americano dall'11 Settembre e la più grossa strage da armi da fuoco nella storia della nazione è stato anche, letteralmente, un attacco diretto alle istituzioni più antiche del mondo LGBT: i nostri bar e le nostre discoteche. Come ha dichiarato il presidente Obama pubblicamente domenica: "Il responsabile ha preso di mira un locale in cui le persone si ritrovavano per stare tra amici, per ballare e cantare, per vivere. Il posto dove sono stati attaccati è più di una discoteca—è un luogo di solidarietà e comunità in cui le persone si sono ritrovate per farsi notare, esprimere se stesse e reclamare i propri diritti".

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Pulse non è la prima discoteca gay americana ad entrare nel mirino di chi vorrebbe distruggerci. Prima di Orlando, il peggior attacco avvenne nel 1973, quando un piromane diede fuoco all'Upstairs Lounge di New Orleans, uccidendo 32 persone. Ce ne sono stati molti altri, come quello del Ramrod, un bar di Christopher Street, vicino allo Stonewall Inn, nel Greenwich Village, in cui un uomo armato uccise due persone e ne ferì sei nel 1980. Nel 1997, qualcuno fece scoppiare una bomba fatta in casa all'Otherside Lounge di Atlanta, ferendo cinque persone; nel 2000, un cecchino uccise una persona e ne ferì sei al Backstreet Cafe di Roanoke, Virginia.

Prima di questo, nel 1990, una bomba tubo esplose all'Uncle Charlie's, sempre Greenwich Village. Un'inquietante parallelismo con i fatti di Orlando è che emerse un collegamento tra il colpevole e una cellula terrorista islamica. Seppure in questo caso i legami con il terrorismo internazionale siano meno stretti, è chiaro che certi valori affini a quelli degli estremismi religiosi abbiano avuto un ruolo cruciale.

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Un giovane siede davanti a un memoriale improvvisato sulle sponde del lago Eola a Orlando. Foto di Dylan Flynn.

Fin dal XIX secolo, il bar gay è stato un luogo d'incontro vitale per chi viveva nel terrore di dover nascondere l'aspetto più importante della propria vita: le persone che amava. Prima della rivolta di Stonewall, i bar gay non erano soltanto gli unici posti in cui socializzare, ma servivano anche per organizzarsi; per decenni, hanno spesso avuto il ruolo di far scoprire a tanti uomini e donne che, sì, c'erano altri come loro. Erano i nostri punti di ritrovo—e in molte piccole città, hanno ancora questa funzione. Anche in un'epoca di centri LGBTQ, luoghi di culto, confraternite universitarie gay e sindacati, la loro centralità nelle vite di gay e lesbiche contemporanei permane.

Io scoprii il bar gay dopo aver fatto coming out, quando mi trasferii a New York per l'università a metà anni Settanta. Ma capisco l'emozione che la reporter dell'L.A. Times Noelle Carter provò quando—negli anni Novanta, già più che ventenne—entrò nel suo primo bar per lesbiche. "Ero molto tesa e stupefatta guardandomi attorno", scrive. "Era il primo bar per lesbiche—in generale, il primo posto apertamente gay—che avessi mai visto, pieno di donne uguali a me. Non dimenticherò mai quell'emozione".

Per la comunità omosessuale, il ballo è sempre stato fondamentale: è veicolo di quella sensazione di appartenenza, oltre che della tanto desiderata libertà di esprimere le proprie emozioni come si vuole. Un anno fa, ho scritto su questa pubblicazione di come il diritto al ballo con persone dello stesso sesso sia stato una delle cause scatenanti della rivolta allo Stonewall Inn di New York City nel 1969, rivolta largamente considerata il primo passo del moderno movimento per i diritti dei gay. "Era l'unico bar in cui potevamo ballare i lenti", mi ha detto Thomas Lanigan-Schmidt, un veterano della rivolta. "Era una cosa totalmente rivoluzionaria. Essere in grado di ballare con qualcuno dello stesso sesso cambiava completamente la tua considerazione di te stesso. Perché potevi avere un momento di affetto che ti faceva sentire umano".

Nel corso degli anni, la vita notturna gay si è espansa accogliendo frequentatori di ogni tipo. Negli anni che ho passato a scrivere della comunità dance gay internazionale, ho assistito in prima fila alla transizione dei locali gay da loft semiclandestini a famosi locali alla moda. Allo stesso tempo, mi sono spesso trovato a difendere e a tentare di definire l'importanza di trovarsi in una grande sala con tante persone come noi a condividere un'esperienza gioiosa. Il mio articolo del 2002 sul Village Voice a proposito del Black Party, una celebrazione della sessualità maschile che si tiene ogni anno a New York, diede adito a polemiche tanto nel pubblico etero quanto in quello gay perché riportai fedelmente l'atmosfera di sesso sfrenato, e spesso non protetto, della festa.

Alcuni dei critici più accaniti di quell'articolo—e di tutto il calendario di megafeste gay che si tengono ogni anno, conosciuto come "il Circuito"—furono uomini gay, convinti che contesti come quello celebrassero gli aspetti peggiori del mondo gay, come l'esplicito uso di droghe, il sesso promiscuo e la superficialità. Ciò che questi osservatori non riconoscono, però, è il ruolo di questi ritrovi nel creare un senso di comunità. Molti anni dopo, in un altro articolo su THUMP, ho descritto che cosa intendevo quando parlavo di "spiritualità" del Black Party e di altri ritrovi come questo: quella peculiare sensazione di trascendenza che emerge quando ci ritroviamo a celebrare la nostra identità sessuale e la nostra sessualità.

Forse il mio entusiasmo per la parte più erotica e divertente della scena gay mi ha impedito di notare che nell'ombra tramava un onnipresente spettro di odio. Domenica mattina un mio amico ha postato questo status su Facebook: "Sono costernato, scioccato, ma non sorpreso". Questa frase mi ha fatto davvero capire che, con la crescita di visibilità e progresso, arriva anche il pericolo. In risposta agli attacchi, il sindaco di New York ha annunciato che assicurerà una maggiore "presenza della polizia davanti alle istituzioni chiave della comunità LGBT" nei prossimi giorni—la protezione che le sinagoghe e gli altri luoghi di ritrovo della comunità ebraica ebbero dopo l'11 settembre.

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Una veglia improvvisata a Orlando domenica. Foto di Dylan Flynn.

In un'intervista con il New York Times, un abitante di NYC ha riassunto il pensiero di molti americani LGBTQ al momento. "I bar gay dovrebbero essere le nostre isole felici", ha dichiarato. "Non mi sono mai sentito in pericolo qui, e ora devo guardarmi le spalle". Il nostro aggressore l'avrà vinta? Sarà riuscito a incuneare la paura nei nostri luoghi di ritrovo preferiti? Ritorneremo ai tempi del nastro adesivo nero sulle finestre, delle parole d'ordine per entrare, dei locali sotterranei? O avremo così tanta paura da non uscire nemmeno?

Col cazzo. Siamo gente che resiste, perché abbiamo sempre dovuto farlo. Già domenica, mentre io ero vicino alla disperazione totale, hanno cominciato ad arrivarmi notifiche da vari eventi Pride. Per quanto la festa benefit per il Centro GLBT per la Florida Centrale di Orlando prevista per venerdì prossimo sia stata comprensibilmente annullata, Brett Henrichsen e Justin David Presents hanno entrambi annunciato che le loro feste Pride a LA si terranno come previsto. A New York, un portavoce di Heritage of Pride ha detto a THUMP che la gigantesca manifestazione Pride Pier Dance si terrà senza dubbio come previsto il 26 giugno. Le veglie e manifestazioni saranno fondamentali per affrontare il lutto collettivo per quello che è successo lo scorso weekend, ma altrettanto fondamentali saranno le feste piene di uomini e donne che si ribelleranno al ricatto terrorista affermando il proprio diritto a stare insieme e fare festa.

Dopo Orlando, forse più che prima, il semplice gesto di uscire a ballare ha la portata dell'atto politico. Gli uomini gay e i loro alleati sono sopravvissuti a ondate su ondate di odio, e che ci venga un colpo se lasceremo che a fermarci sia un bigotto assassino.

Che cosa fai il prossimo fine settimana? Sai dove trovarmi: sul dancefloor.