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Valerio Tricoli: il canto dei fantasmi

Nonostante faccia musica sperimentale, Valerio Tricoli si considera un cantautore. Ci abbiamo parlato di case infestate e di cosa suonerà nel bosco di Terraforma.

di Francesco Birsa Alessandri
11 giugno 2015, 2:29pm

In Ubik, il classico di fantascienza di Philip K. Dick, il Moratorium è un’istituzione in cui i morti che se lo sono potuti permettere sono tenuti in uno stato di sospensione, con la loro ultima scintilla di vita ancora intatta isolati dal mondo circostante in un complesso di sarcofagi. Grazie alla tecnologia di quel possibile futuro, questi morti possono ancora parlare coi vivi, che si recano regolarmente a visitarli per le ragioni più disparate, ma tutte in qualche modo legate allo smarrimento e alla solitudine. Questo rende quindi il moratorium che ha come funzione vera e propria quella di essere volutamente infestato dai loro spettri, attivati e disattivati a comando come fossero delle macchine.

Mentre ci chiacchiero, Valerio Tricoli mi confessa che per lui quel luogo è “il non plus ultra dell’idea di acusmatica” la manifestazione per eccellenza del suono che viene da un completo altrove, in questo caso una voce che dall’altro mondo racconta la propria storia con una voce sempre più flebile e sempre meno afferrabile. Abbiamo iniziato a parlare di Dick perché l’album a cui Valerio ha appena finito di lavorare, racconta lui, oltre che “più elettronico, nel senso che contempla più suoni di sintesi” è anche “più fantascientifico, molto Dick ultimo periodo e molto mistico.” Un passo nuovo, quindi, ma in qualche modo anche una prosecuzione del lavoro fatto in Miseri Lares, lo scurissimo e ostico LP uscito lo scorso anno per PAN. Anche quello era pieno di spettri, di suoni che attraversavano lo spazio delle composizioni solo dopo essere stati privati del loro corpo originario. Il titolo stesso, evocando una versione triste degli dei latini del focolare, si pone come contenitore di questi spettri, come casa infestata. Dice Valerio, però, “rappresentata più da Cassavetes che da Poe”.

Anche quell’album, a sua volta, aveva rappresentato uno scarto fondamentale rispetto al passato, la disciplina è la stessa che si è formato nelle esperienze passate in solo e coi 3/4HadBeenEliminated, ma il modo di applicarla è oggi più radicale che mai, e anche più ambizioso. La forma è sempre completamente astratta, libera, le evoluzioni del suono sono completamente intuitive e la materia sonora con cui lavora resta largamente grezza, non affinata. Ma se nei 3/4 questa si formava, ovviamente, nel gioco di affinità e contrasti tra i corpi creativi di tre improvvisatori, ora Valerio ha trovato gli strumenti per comporre da solo una narrativa aperta in diverse direzioni, ma dentro un unico umore. Quello che abbiamo sentito da lui negli ultimi tempi è un rimpasto ambient di elementi densi, un pieno di rumore grave e di spirito tragico, con pochissimi vuoti.

Nel suo lavoro, l’approccio ai “suoni trovati” e al campionamento, per quanto tecnicamente simile a quello classicissimo della musica concreta, si trasforma in qualcosa di diverso proprio grazie a questa necessità di mettere in campo dei “personaggi” sonori. Gli spettri, appunto, e il loro effetto perturbante: ne riconosciamo il volto, ma il fatto di vederlo nel posto “sbagliato” li rende spaventosi. I suoni concreti, infatti, sono tutti elementi che solleticano parti della memoria che ci permettono di catalogarli come qualcosa che conosciamo, ma non sappiamo mai esattamente cosa, siamo smarriti dall’incapacità di dare loro un nome. Dice Valerio “Nel caso di Miseri Lares, questo effetto perturbante, che io arriverei anche a definire horrorifico, è certamente voluto. Una buonissima parte di quei suoni non sono riconoscibili, ma vengono interpretati come tali perché ce ne sono altri riconoscibilissimi. C’è roba quasi didascalica: donne e bambini che piangono, voci mostruose, porte che sbattono temporali… Sono molto importanti in quel disco perché danno un set a tutti gli altri suoni. La mia idea era proprio quella di, diciamo, perturbare con chiarezza”.

Quello che manca è, ovviamente, un finale, una risoluzione del discorso “La dimensione narrativa per me è una spirale, non c’è una conclusione. Per metterla in un altro modo: per me la funzione della musica è anzitutto di modificare, poi di infestare la mente. Il concetto di opera aperta per me è alla base di tutto: la narrazione deve essere chiara ma enigmatica, un rebus insolubile ma i cui elementi sono assurdamente chiari”. Quello che è impossibile, quindi, è capire il perché di questo riaffiorare degli spettri nell’aldiquà sonoro. Siamo dalle parti dell’idea di hauntology, e più precisamente da quella sfumatura dell’ossessione per la memoria condivisa descritta da Mark Fisher in Ghosts Of My Life non tanto come una nostalgia del passato quanto piuttosto come un’incapacità di dare un senso al presente. Con la memoria personale, allora, è permesso a questo punto solo un lavoro forense, un’archeologia del proprio io che non ottiene mai dei risultati certi.

“I miei dischi sono tutti autobiografici, non sono delle rappresentazioni effettive di fatti della mia vita ma di moti dell’anima in certi momenti, devo dire che non vedo questo assolutamente dissimile dal lavoro di un songwriter”, racconta ancora Tricoli, ma nel tempo è cambiato il livello di coinvolgimento in questi scavi, l’attitudine si è fatta via via meno analitica e molto più esistenzialmtente necessaria. “Dischi miei più vecchi come Metaprogramming From Within The Eye Of The Storm lavoravano sulla memoria in maniera più distaccata. Il titolo voleva dire proprio quello: c’è una grande tempesta di memorie e di influenze, per cui uno sta nell’occhio del ciclone e da lì la riorganizza. Quel disco è più… brutto, anche per me.”

Ecco allora che il maggior coinvolgimento fa emergere, come dice lui stesso, tutto il “cantautore” che c’è in lui, facendo dello studio e delle macchine la corporeità di una voce “reincarnata” dall’altro lato, ma contrapponendola sempre alla sua stessa voce. È però impossibile non notare come, paradossalmente, la sua capacità di esprimersi come un vero e proprio cantante si manifesti molto meno nei suoi lavori da solo che negli ultimi episodi dei 3/4HadBeenEliminated, in particolare nello splendido ma poco considerato Oblivion. Spiega lui stesso: “Con 3/4 era proprio un po’ quella la faccenda, no? Mescolare songwriting a musica concreta e sperimentale di vario tipo. Inserire del songwriting così netto nei miei lavori solisti, invece, è qualcosa che avrei sempre voluto fare ma che per vari motivi non mi è mai riuscito. Ho un sacco di canzoni vere e proprie che non hanno ancora trovato una collocazione. La voce per me è comunque qualcosa di fondamentale, un disco senza voce è un disco senza personaggi. I personaggi sono fondamentali. Mi piace vederli come persone letteralmente intrappolate negli speaker”.

Ancora spettri, ancora spazi infestati. “Quando ancora vivevo a Bologna”, racconta ridendo “con un mio amico abbiamo tentato tantissime volte o di registrare la voce di qualcuno che dice da dentro lo speaker ‘venitemi a salvare, sono intrappolato qua dentro’, come se venissero davvero da dietro la superficie dello speaker, cercando di rendere la cosa in maniera il più realistica possibile. Non ci siamo mai riusciti. È una cosa a cui penso ancora, nonostante sia un gioco di quando avevamo vent’anni”. La liberazione è nell’ascolto: “il mondo intrappolato negli speaker magicamente si libera nello spazio, anche se nella realtà forse resterà sempre intrappolato. La casa si infesta con l’ascolto”. Come i morti e le presenze che, ancora in Dick, tornano da un incomprensibile aldilà futuro e alieno lungo tutta la trilogia di Valis.

Questi atti di evocazione, al momento di suonare live diventano per Valerio dei momenti di raccoglimento molto intensi, allineati alla religiosità carnale e astratta che sta nel suo lavoro da sempre. Perché si possano consumare, infatti, solitamente Valerio ha bisogno di condizioni particolari “solitamente suono al buio, chiedo pochissima luce, possibiilmente solo una piccola luce da palco che poi spengo una volta che so orientarmi”. Sarà difficile quindi riportare lo stesso processo sul palco di Terraforma, all’aperto e sotto il sole pomeridiano di sabato 13 giugno: “Richiederà un set molto particolare, non ritengo sia il caso di farmela facile. Ho preparato del materiale ad hoc, cosa che non faccio molto spesso ma in questo caso è necessario.” Di fatto, suonando questo genere di musica e avendo a che fare con l’improvvisazione “bisogna sempre creare un rapporto col contesto naturale in cui ti trovi, c’è un livello di site specificity con cui bisogna confrontarsi sempre”.

In fondo, tutto il suo lavoro, la spiritualità che lo anima e la sua natura fisica, non sono altro che espressioni di “una volontà di potenza alchemica, che consiste nel prendere materiale trasformarlo e renderlo qualcosa che non era prima”. Ebbene, se volete vedere come sarà in grado di trasformare il parco di Villa Arconati e tutti i suoi spettri, il nostro consiglio è di venire a sentirlo a Terraforma, nonché di rimanere per ascoltare il resto dell’incredibile line-up che il festival offre anche quest’anno.

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