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Dove metteremo la musica underground nel 2015?

Una riflessione su dove e come fare musica in Italia senza essere spappolati dal mercato. Perché è ancora possibile.
20.1.15

Per la musica underground in Italia, il 2014 è stato un anno davvero strano. Ci sono tanti aspetti da considerare al momento di tirare le somme di cosa è cambiato in dodici mesi, molti dei quali sembrano andare gli uni in aperto contrasto con gli altri. Soprattutto pare faccia abbastanza specie, in special modo tra gli addetti ai lavori, ammettere e considerare che alla fine dei conti c’è una quantità di aspetti positivi non indifferente. Chiaro: mi sto implicitamente riferendo a quanto si è mosso entro i confini che conosco, tipo non ho idea se sia stato un anno buono per la scena tango italiana (esiste, lo giuro). Ad ogni modo, questa non-voglia di ammettere quanto lo scenario presente sia solido potrebbe avere essenzialmente due cause. La prima è un atteggiamento passivo-distaccato diffuso globalmente che non è neanche più nostalgia né snobismo, ma una specie di disillusione protettiva che diffida poco intelligentemente di qualsiasi entusiasmo. L’altra ha invece molto più senso: ha a che fare, come si diceva, con quei disagi dell’apparato musicale nazionale che non si sono ancora tecnicamente risolti.

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Non è detto nemmeno che siano fenomeni esclusivamente locali, se non per il fatto che alcuni, come Il dibattito sugli spazi nonché la effettiva battaglia che li riguarda, hanno una faccia molto specifica in questo paese. Non so, infatti, se la causa possa attribuirsi un virus nato da queste parti e diffusosi in giro per tutta l'Europa, però pare proprio che siano tanti i paesi a presentare sintomi simili a quelli di cui lamentiamo da anni. Questo mentre la situazione italiana pare, almeno parzialmente, orientata verso il cambiamento. Facciamo i debiti scongiuri per evitare che queste siano le proverbiali parole famose e chiariamoci anche subito: siamo comunque ancora in situazione semi-tragica, ma è forse proprio a partire da anni e anni di noia e sfondamenti di palle che abbiamo iniziato a sviluppare degli anticorpi un minimo efficienti. Un minimo.

Personalmente non sono mai stato un tipo ottimista da questo punto di vista, né ho mai avuto intenzione di tralasciare quelli che possono essere i risvolti più negativi di un dato fenomeno. È infatti indispensabile considerare quanto questo lieve miglioramento nasca in realtà dal declino di un altro stato di cose, e che proprio il diffondersi della “crisi” di cui si parlava sopra potrebbe in qualche modo avere addirittura influenzato l’andamento delle cose da queste parti. L’esempio più eclatante è Londra: UK i locali stanno chiudendo uno dopo l’altro, con il Plastic People a rappresentare solo il caso più eclatante di un paese in cui le autorità locali si stanno rilanciando in una guerra totale col mondo della musica in generale, in particolare col clubbing notturno. Ci sono fior fior di articoli che i nostri colleghi di lì stanno pubblicando proprio in questi giorni per iniziare quantomeno a porsi il problema, in una città che sta perdendo sia i suoi club da ballo che molte delle venue più strettamente concertistiche delle quali andava fiera.

Una delle strade da loro indicate, quella che gli sembra almeno più sensata e razionale, è la costituzione di un qualche tavolo di lavoro con le istituzioni, come avviene in almeno un paio di capitali Europee, nelle quali il mondo del clubbing ha trovato la possibilità di entrare in municipio a far valere le ragioni della notte quanto quelle del giorno. Amsterdam e Parigi hanno il proprio sindaco notturno, e Berlino ha da tempo istituito un consiglio cittadino di 125 club. Però viene pure da chiedersi quanto queste iniziative abbiano davvero a che fare con la musica, con la sua dimensione culturale prima ancora che di intrattenimento. Anzitutto ci si dimentica—sempre più spesso, oggigiorno—che “clubbing” e “musica” non sono sinonimi, nonostante ci sia stata una larghissima sovrapposizione del mondo della musica da ballo e quello genericamente indipendente, aspettarsi che un club venga gestito con un progetto culturale in mente e passione per l’arte nel cuore è oggi qualcosa di tendenzialmente irreale. Qui sta in parte lo scarto tra l’Italia e il resto d’Europa: se in paesi come UK, Germania e Olanda è effettivamente un dramma la diminuzione di situazioni di questo tipo, dalle nostre parti non c’è davvero nulla di cui disperare, i luoghi nati e cresciuti con quel progetto e quella passione sono sempre stati un numero infinitesimale e durati una frazione di tempo altrettanto infinitesimale, durante la quale vedevano per di più la sfiga accanirsi su di loro in maniera immane. Sfiga che il più delle volte agiva per mano delle istituzioni stesse, quindi non stiamo a raccontarci cazzate sul chiedere loro supporto. Per sopravvivere, troppi locali hanno dovuto ripiegare su cose che alla fine ne inquinavano di brutto gli intenti, tipo sbandando il proprio core business sull'alcool a poco.

A mia memoria, comunque,posso contare un numero davvero esiguo di location Italiane che hanno dimostrato di sapere cosa stavano facendo e non sopravvivere come grossi contenitori di roba a caso. Senza fare distinzioni, è un discorso che vale per centri sociali, squat, grosse discoteche, locali da concerti “rock” e teatrini/gallerie d’avanguardia. Nel caso dei luoghi “a fini di lucro”, la difficoltà riscontrata da queste realtà è stata sempre quella di possedere consapevolezza e la coerenza avendo comunque la necessità di attirare nuovi clienti verso quella stesso spirito di cose. È una roba che in Italia è andata quasi sempre a finire male, ma sta andando a finire male anche altrove, anche dove le cose sembrano bellissime.

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Le tanto decantate mecche berlinesi, ad esempio, si stano lentamente trovando a dover fare i conti col proprio giro di business che, volenti o nolenti, hanno quintuplicato nel giro degli ultimi cinque anni e che li sta progressivamente allontanando dalle radici che ancora sbandierano con orgoglio. Non ci sono cazzi, per quanto certe favolette sulla purezza vengano ancora ripetute con la stessa forza mantrica, si è di fatto prodotta una mediocrizzazione dell’underground attraverso il suo stesso mito, che oramai alimenta soprattutto il mercato: la musica ne sta risentendo, in modo graduale esponenziale. Non è solo colpa dei soldi o di agenti esterni: sono dieci anni che tutte le scene underground del mondo si raccontano di avere a cuore i propri valori, ma poi non sono in grado di farti un disegnino serio spiegandoti cosa dovrebbe differenziare chi sta “dentro” da chi sta “fuori”, in che modo questo ha intenzione di stare al mondo e quali idee emozionali nutrono i suoi interessi. Ciò rende piuttosto difficile essere disciplinati al servizio di questa fantomatica militanza, troppo superficiale per avere qualcosa da dire sul proprio mondo. Al che è automatico che si costituisca una semplice versione in piccolo dell’industria dell’intrattenimento. Che, peraltro, rischia pure di doversi scontrare con industrie più remunerative per la città.

È una banalità dire che il tarlo è sistemico per il semplice fatto di dovere avere a che fare con il mercato, ma questo non la rende meno vera: in fondo i club sono delle aziende, e il rapporto che hanno col pubblico alla fin fine non può che essere indiretto: si fa loro una proposta artistica e/o commerciale, e questi devono rispondere da clienti. Un “pubblico” fatto di “clienti” è per definizione una massa, e se come tale lo tratti, come tale questo si comporta. Risponde a dinamiche basilari di attenzione che non esisterebbero se l’organizzazione della cultura non fosse più un dialogo tra due parti ma somigliasse a un dibattito aperto. Si dice spesso che i club vanno vissuti, che frequentarli vuol dire consegnarsi e contribuire alla costruzione di uno spirito comune. È un processo che però ha un limite, determinato proprio dalla distribuzione dei ruoli.

Il modo in cui per anni in Italia ci siamo riparati da questi “rischi” è stato—non senza un velo di ipocrisia da parte di alcuni—appoggiandosi ai centri sociali, quindi provando almeno sulla carta l’autogestione e l’autorganizzazione di tutte le cose poteva e doveva comprendere anche la musica, fornirgli una libertà che le permettesse di entrare nella quotidianità delle persone senza compromessi. È una descrizione quasi totalmente idealizzata di quello che succedeva davvero, me ne rendo conto, e anzi, il più delle volte non era nemmeno quello lo spirito: anzi, si dava la precedenza a una cultura (di nuovo) “militante”, come se raccontarsela sulle stesse posizioni fornisse effettivamente qualcosa alla gente. Proprio a causa di questo, in quel mondo c’è stato per anni un buco gigante che ha iniziato a ricolmarsi solo di recente.

Insomma, come si diceva prima, di movimento in Italia ce n’è parecchio e pare che risposte che si possano dare non siano molte, specialmente dal momento che il modello dei club di cui sopra sembra tutto tranne che esportabile, sia perché non ci sono i soldi sia perché, appunto, chiedere di avere fede in qualcosa in cui non si è coinvolti del tutto, culturalmente qua non dura. Un po’ è quella stessa abitudine bruttina a considerarsi abitanti di un posto una volta che ci hai messo il culo più di tre volte (e non volere più pagare per entrarci), che però ha anche un riflesso totalmente positivo: cioè ci interessa partecipare attivamente alle cose una volta che ci si sente davvero coinvolti da quello che producono. Questo solo per dire che non c’è bisogno di andare tanto lontano con l’utopia per cercare soluzioni alla crisi che non passino per il mecenatismo delle multinazionali, ma basta applicare con forza una mentalità che già esiste e di cui appare necessario ritrovare sbocchi pratici. Non so voi, ma io inizio ad avere le palle piene di ritrovarmi invaso di loghi di brand vari durante eventi musicali di ogni tipo. Ben venga se per evitarle ho bisogno di passare per l’illegalità o per la semi-illegalità, per le location improbabili, per le collette, per le associazioni culturali e il recupero di spazi, per le riunioni in 25 persone, per le domeniche passate a spaccarsi la schiena tirando su la monnezza post-festa.

Insomma, il punto a cui voglio arrivare è che sembra che in Italia stia rimontando in qualche modo l’idea di riprendersi la musica senza doversi fare piovere nel culo le pretese del mercato. Potremmo trovarci di fronte a un momento in cui l’autogestione si sta riaffermando come esigenza spontanea, nata dalla fame di chi si sta anche scrostando di dosso le forzature ideologiche di un tempo—rimanendo comunque un fatto decisamente politico. Anche qua, starò forse parlando sull’onda di un entusiasmo adolescenziale malriposto, ingigantendo qualcosa che non sta succedendo da nessuna parte fuori dalle mura protette di un piccolo mondo di città. Non fa niente: ci sta pure che un articolo come questo funzioni semmai da appello per tutti gli incerti. La situazione italiana è, in qualche modo, eccellente: in fatto di musica indipendente non abbiamo un vero business da proteggere né un vero settore produttivo a rischio, non c’è nessuna unione degli imprenditori a reggere la flebo a un gigante in coma tentando così di reggere le fila di un gioco facendosela con le amministrazioni comunali. Il gigante è morto tempo fa ed è già piuttosto avanti con la putrefazione.

Sia chiaro: Non sto necessariamente predicando un ritorno alle occupazioni a tutti i costi né alla belligeranza alternativa gratuita, ma semplicemente spiegare come siano più interessanti quelle situazioni e quegli spazi in cui si è provato a sperimentare con l’orizzontalità e con una gestione il più possibile collettiva degli sforzi. A tutti i livelli: sia sulle robe più pratiche che in quelle di vitale importanza come la ricerca artistica. Non è difficile, non è impossibile. Che si duri una stagione sola, una settimana o dieci anni, soprattutto, non abbiamo niente da perdere.

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