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Music by VICE

Black Job: dai Casino Royale a J.G. Ballard

Vi presentiamo il primo video dall'EP di Alessio Manna, che ci ha raccontato di Isola Nel Kantiere, dub e cinema.

di Virginia W. Ricci
24 settembre 2015, 1:23pm



La neonata etichetta Over Our Head aka OOH-Sounds parte già con il corredo genetico giusto: i suoi padri putativi sono il maestro di radio, mix e bass music Andrea Mi e Pardo (chitarra nei Casino Royale, solista come Backwords). Come se non bastasse, questa label è imparentata con Elastica Records, sinonimo di qualità per le produzioni elettroniche nostrane.

La prima uscita vinilica di OOH-Sounds è Dynamic Safety, EP—lo trovate qui—di Black Job, alias di Alessio Manna, lo storico bassista dei Casino Royale. Le sue radici stanno nel dub, nell'hip-hop, nel reggae e nell'epoca d'oro dei soundsystem italiani (presente Isola Nel Kantiere?) e questo nuovo progetto è permeato di tutto questo, oltre che di espliciti rimandi al mondo del cinema, da cui Alessio ha tratto ispirazione e, concretamente, sample sonori.

Il video che vi presentiamo è della tracccia "Cometa Music Hall" ed è diretto da Diana Thorimbert. Guardatelo e poi leggetevi l'intervista che abbiamo fatto ad Alessio, in cui ci racconta del suo percorso artistico dall'Isola Nel Kantiere a oggi.

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Noisey: Ciao Alessio, non credo ci sia bisogno di introdurre la tua figura e il tuo curriculum musicale, ma mi piacerebbe che mi raccontassi un po’ del tuo ingresso nella musica tramite Isola nel Kantiere e, più in generale, di quell’ambiente squatter bolognese.
BJ: Le vicende legate all'Isola Nel Kantiere, musicali e non, richiederebbero, probabilmente pagine e pagine... cercherò di essere sintetico.

Da Alessandria, città in cui sono tornato a vivere da alcuni anni, approdai a Bologna nel 1988, suggestionato dai racconti di Andrea Pazienza. Al tempo suonavo il basso in un paio di gruppi dell'alessandrino e frequentavo I'Accademia della Musica Moderna. A Milano ho appreso i fondamentali dello strumento, sotto la guida di Vittorio Bianco, al tempo bassista (tra gli altri) di Loredana Berté.

MI iscrissi al D.A.M.S. e da subito mi misi alla ricerca, più o meno consciamente, di persone e situazioni che potessero stimolarmi dal punto di vista musicale e non, e destarmi dal torpore della vita in provincia di quegli anni, che ricordo tendenzialmente bui; notai da subito, nel mio girovagare, la palazzina occupata in piazzetta S.Giuseppe e ne fui immediatamente attratto,ma ci volle un po' prima che vincessi la paura e la timidezza e, mi decidessi ad approcciare gli abitanti di quella coloratissima casa, un mondo per me allora sconosciuto.

In uno dei miei pomeriggi di sopralluoghi, mi portai al seguito il basso e, sentendo una batteria che suonava "incazzata", dietro la porta della sala prove... Mi decisi ad entrare. A suonarla (molto bene) era Simone Bellotti al secolo SBABASH, ora rinomato artista e scultore. Senza dir quasi nulla mi misi ad improvvisare con lui, che apprezzò molto il mio "slaap & pool" dell'epoca... Da quel giorno comincia a frequentare quasi quotinianamente, per suonare o per fare lavori vari, e naturalmente ad assistere ai fantastici concerti organizzati da quei ragazzi. Le esibizioni di gruppi come Black Flag, Fugazi, Scream, Jingo De Lunch e molti altri furono per me una rivelazione e una rinascita. Si preparava intanto l'occupazione di una palazzina situata in Porta Mascarella, dove si sarerebbero trasferiti anche alcuni abitanti dell'Isola. Partecipando attivamente a quell'iniziativa diventai ufficialmente "della famiglia". Formai quindi la mia prima band bolognese, in seguito al provvidenziale incontro con Riccardo Povero A.K.A. Papa Ricky, i Ganja Prophets. Cominciammo a girare per l'Italia tra centri sociali e piccoli festival.



Intanto, all'Isola venivano organizzate le prime serate hip hop denominate Ghetto Blaster, curate tra gli altri da Dee-Mo, writer, rapper e grafico. Era l'anno in cui uscì Fear Of The Black Planet dei Public Enemy. L'attenzione mia e di molti altri si spostò dalle sonorità punk rock americane a quelle dell'hip-hop.

Fu in questo contesto, sintetizzando brutalmente, che nacque l'idea di produrre un disco che rispecchiasse l'atmosfera e trasmettesse la nostra potente energia in quel momento: "Stop al Panico", produzione a cui ebbi la fortuna di partecipare come bassista, fu la prima release di Isola Posse Stars, in cui militavano anche Treable MC (Sud Sound System), Deda (poi Sangue Misto, Gopher D., Dee-Mo e Papa Ricky. La prima tiratura autoprodotta (2000 copie) fu esaurita in pochissimo tempo e la canzone divenne colonna sonora di alcune indimenticabili manifestazioni in strada. L'episodio "Stop al Panico" diede a tutti noi una certa visibilità, anche ai limiti del circuito underground, quindi nuove occasioni come musicisti. In seguito fui contattato da Alioscia dei Casino Royale, anche lui frequentatore di alcune serate all'Isola nel Kantiere per la realizzazione di un nuovo disco della band milanese Dainamaita.

Tutto questo probabilmente non mi sarebbe successo se non fossi incappata all'Isola Nel Kantiere e non avessi frequentato in quel periodo i vari centri sociali, che come l'Isola, pur essendo politicamente attivi, priviligevano un approccio fortemente creativo ed artistico. tale circuito, fatto di luoghi e persone fu, in quegli anni una risorsa insostituibile per tutti noi!

Passando per il Link, fino alle forme odierne di “centro sociale”, come vedi queste possibilità oggi? Ci sono posti in Italia che permettono quello stesso tipo di humus creativo?
Riguardo alla fase successiva, quella legata alla fine dell'Isola e alla cessione da parte del comune di Bologna (e di altre città) di posti legalizzati o quasi non posso rispondere in modo del tutto approfondito: mi ero trasferito a Milano (sempre in una casa occupata, IL S. Antonio Rock Squat, una delle basi dei Casino Royale di allora). Lì incominciai la mia vita da musicista professionista, incentrando le mie energie ed attenzioni, trascorrendo quegli anni tra sala prove, studio e tour...

Fui contrariato quando a Bologna ci fu da decidere se accettare i locali dati in concessione dal comune, mi riferisco agli spazi che sarebbero diventati il LINK, forse per troppo romanticismo o semplicemente perché molto legato alla vita "pirata" dell'Isola nel Kantiere, più che per una precisa idea politica. Sta di fatto che il collettivo di cui facevo parte, L'Isolano, aveva dato molto e stava comunque entrando in una fase di distacco, di meritato riposo, in una Bologna le cui dinamiche stavano cambiando rapidamente. Con il senno di poi, penso che esperienze come il primo LINK siano state inevitabili e "biologicamente" continuative, l'apporto di quel posto in particolare, per quello che riguarda la musica elettronica in Italia è stato comunque fondamentale.

Esiste una forte componente di musica “nera” nei soundsystem italiani: come ti ha condizionato questa rete di influenze?
Tra le esperienze che mi hanno formato, quella dei sound-system, italiani e non, è stata sicuramente fondamentale, anche per come ha saputo spostare il "luogo" della musica dal palco e dai club in senso classico a posti più aperti a tutti, congeniali alla pratica dell'autogestione e dell'autoproduzione di cui sopra. Durante il mio soggiorno a Milano ho sempre abitato al San Antonio Rock Squat, la porta affianco a quella di Pergola Tribe, storico squat milanese che tra i primi ha importato in Italia il reggae e la pratica dei sound system; a quelle serate devo molto di quel che sò riguardo alla musica jamaicana, sempre stata per me fonte di ispirazione.

Qual è la forza del produrre e convogliare musica tramite circuiti non istituzionali?
Allo stato attuale penso che le "Associazioni", piccole o grandi che siano, nelle grandi città come in provincia, siano il modo legale o semi legale di portare avanti progetti musicali e non solo, avendo la possibilità di mantenere o quasi, le suddette attività. Restano comunque molti posti occupati che riescono a produrre intrattenimento ad un livello molto alto (il Laboratorio Crash a Bologna, per citarne uno) e in posti del genere personalmente mi trovo ancora molto a mio agio.

Come ti ha formato quel tipo di ambiente?
Oltre al percorso con i Casino Royale, dall'Isola Posse in poi ho sempre suonato accompagnando DJ (prima con Gruff e più recentemente i live con Suz). Suonare in simbiosi con macchine, dischi e sequenze elettroniche di vario genere è sempre stata una mia particolare predilezione dettata anche da motivi logistici-economici derivati dal fatto di doversi portare dietro ogni volta la batteria e un batterista, con cachet a volte ridottissimi. Questa affinità con le macchine mi ha poi portato alle prime esperienze con i software per programmare, nel 2012, grazie ai ragazzi di Original Cultures (tra cui figura Alessandro Micheli aka Paper Resistance, autore di tutti i miei artwork, sino ad oggi) ho pubblicato il mio primo EP, Trashdub, con il supporto di SUZ. Il dub lo sto parzialmente abbandonado, anche se è sempre stato per me (nella sua forma originale, quella dei primi anni Settanta e oltre) fonte di ispirazione, in quanto genere in cui il basso costituisce buona parte dell'armonia, nel creare tracce che, nella sua forma originale e datata, suonano "moderne" e minimali.

Parliamo del basso e delle metodologie compositive di un bassista: è ovvio voler arrivare al dub? Quali passaggi creativi hai affrontato?
Molti dei brani composti per i Casino Royale sono difatto costruiti su Bass-Lines che possono essere definiti dub.
Sono e resto un "musicista live", relativamente nuovo alla scena elettronica. parte del mio lavoro creativo di questi ultimi anni è stato cercare di tradurre la mia energia usando il computer ed il sintetizzatore. in questo mio DYNAMIC SAFETY ho scelto poi di farmi guidare da PARDO, molto più esperto di me in suoni e mixaggi, per ottenere un suono più potente e maturo rispetto al mio lavoro precedente: ritengo che il mio lavoro sia ben riuscito.

Come mai hai scelto di chiamarti Black Job? Mi daresti un quadro delle suggestioni musicali con cui sei arrivato a questo sound?
Il suono di Black Job (la scelta del nome è quasi puremente casuale, mi piaceva il suono di queste due parole), è ispirato sia dal dub che dall'hipo hop americano degli anni Novanta, ma anche dal rhythm&sound e dubstep, (il primo Pinch di Underwater Dancehall, per citare un disco su tutti). Black Job resta anche per me difficile da definire come genere in quanto "calderone" di tutti i generi diversi che ho avuto la fortuna di conoscere e praticare. Anche se a volte compongo tracce con una struttura molto semplice, ossessivamente ripetitive, mi piace molto lavorare, quando ne ho l'occasione, partendo da voci e cantati, essendo legato molto alla "forma canzone". Lavorando con Pardo ho imparato a sviluppare le mie tracce considerandole brani strumentali.

Che rapporto hai con Pardo e Andrea e con la neonata OOH-Sounds?
Il mio rapporto con Pardo è principalmente di profonda amicizia, considerando anche le nostre comuni indelebili esperienze coi Casino Royale. Conosco Andrea da molti anni, è sempre stato presente ai concerti dei Casino Royale e compagno di vacanze (tempo fa) negli anni d'oro del Salento. Mi ritengo fortunato ad averli ri-incontrati nel momento in cui organizzavano le cose per il progetto che ora è la OOH-Sounds, questo per dire quanto mi senta in famiglia.

Una domanda tecnica: qual è il tuo setup e come hai intenzione di comportarti per portare live questo progetto? Sono previsti anche visual?
Il mio set-up consiste in un computer, una discreta scheda audio, un Roland SH-2, un Korg D50 che uso spesso per filtrare ed effettare il mio basso elettrico, un Roland D-10 per i suoni più "puliti", una Roland TR-808 e il mio P-Bass. Per questo disco ho però remixato tutto nel ben più attrezzato studio di Pardo, sotto la sua scrupolosa supervisione.
Durante il live invece suonerò il basso e la mia TR-808 e manderò alcune sequenze dal computer. Spero in futuro di aggiungere altri componenti "meccanici" e un batterista. Mi piacerebbe anche molto l'apporto di visual, spero per questo in una ulteriore futura collaborazione con Pardo, che ne ha già creati di bellissimi per le occasioni in cui ci siamo esibiti.

So che per quest’album hai raccolto una serie di campionamenti cinematografici: perché hai scelto di raccontare la storia di “Dynamic Safety” tramite voci del cinema? Vuoi parlarmi nel dettaglio di cosa hai campionato e cosa volevi ottenere?
Campiono spesso da film e affini, la letteratura e la cinematografia americana sono le mie passioni. Spesso campiono rumori e ambienti e su questi costruisco buona parte delle mie tracce; per quello che riguarda le voci e le parti cantate, vengono da me scelte in maniera abbastanza inconscia e casuale. Quando guardo un film mi capita di isolare una frase o una parola e sento che finirà in una mia traccia, cerco poi di farlo succedere.
Anche nei miei mixtape sono spesso presenti campioni presi da film, per citarne alcuni: Kill Bill 2 di Tarantino, The Deer Hunter, American Gangster, The Warriors.
Ci sono campioni presi dai film anche dentro Dynamic Safety: un frammento di Cadillac Records ha generato "Dope Harvest", mentre il "Don't Give Up" di "Outback" è stato isolato da Grand Budapest Hotel di Wes Anderson.

Parliamo del video: l’inizio è un po’ “Strade Perdute” di David Lynch, e “Cometa Music Hall” ha lo stesso tiro incalzante di “I’m Deranged” di Bowie, è casuale? I riferimenti immediati che mi vengono sono quello e “Crash” di Cronenberg. Sono sulla strada giusta?
Il video di "Cometa Music Hall", realizzato da Diana Thorimberg—giovane filmaker che risiede a Berlino—è stato suggerito all'autrice proprio dall'artwork di Paper Resistance. La composizione fatta da disegni di Ingegneria automobilistica, autovetture e manichini per i crash-test, hanno riportato alla memoria proprio il libro di J.G. Ballard (soggetto su cui Cronenmberg ha costruito il suo Crash), al punto che Diana ha direttamente utilizzato degli spezzoni di un corto che lo stesso Ballard realizzò intorno a Crash per la BBC. Sull'onda di questi stimoli Diana ha poi girato del footage autostradale notturno, ha letteralmente 'rubato' online i crash-test delle case automobilistiche e ha sapientemente montato il clip. I collegamenti a David Lynch e Bowie da te citati sono, con il senno di poi, parecchio azzeccati: erotismo e perversione sono elementi che hanno sempre attratto questi due artisti.

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