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Se non ci volete morti, dateci il diritto di essere dei drogati

Basta cazzate: per evitare che il consumo scriteriato di MDMA faccia altri morti, bisogna rifiutare la cultura della repressione e ripensare la club culture.
29.7.15
dj aniceto

I segni ci sono tutti: sta ritornando il moral panic da droghe sintetiche. In una versione abbastanza sciatta e poco aggiornata, ma non per questo meno pericolosa, anzi: il fatto che i giornali stiano lanciando l'allarme ecstasy con linguaggi e modalità praticamente uguali a quelle di vent'anni fa lo rende, a mio parere, decisamente più deleterio. Ma più che il solito carrozzone speculativo dei media, che per fortuna nel 2015 non è in grado di reggere più a lungo di due settimane, a preoccupare è quando si affronta il problema "seriamente", la cultura con cui si propone di "combattere" il problema dello "sballo in discoteca".

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Insomma, che, successivamente la morte di Lamberto Lucaccione sia piovuta una valanga di notizie riguardanti l'ecstasy è "normale": è bastato dare più enfasi a fatti di cronaca che avvengono piuttosto regolarmente. D'altro canto, è piuttosto difficile pretendere da certi media di rispettare, da un lato, il fatto tragico della morte di un ragazzo, dall'altro di affrontare i fenomeni con la complessità che gli sarebbe dovuta. Meno, ovvio, sono stati i punti di vista differenti, che provavano a mettere in prospettiva la pericolosità dell'MDMA, quelli che considerano una concausa nell'atteggiamento ipocrita degli imprenditori di settore, politica, servizi sociali etc etc. Anche secondo questi punti di vista, però, lo sballo è anzitutto un problema. E non solo, anche il suo "contenitore", il mondo dei locali notturni, è ancora una questione irrisolta. Lo è quasi ovunque, figuriamoci da noi.

Hanno giustamente scritto che i locali, attuando una politica che sulla carta è repressiva e che nei fatti non è davvero un cazzo di niente, chiudono gli occhi e fanno finta non accorgersi che COMUNQUE i ragazzi si drogano, bevono, che sballano. Questa cecità opportunistica fa sì che non gli venga offerta la possibilità di ridurre il danno. Tanto per cominciare, è sempre difficile sapere per certo cosa le sostanze contengono, e l'aumento della domanda degli ultimi tempi ha portato sia a un amento del taglioschifo che della concentrazione dei principi attivi. Analizzarle i in loco è illegale e l'unica scappatoia legale possibile, l'offerta di kit per test, è complicata e costosissima. È quasi altrettanto complicato, proprio perché osteggiato dai gestori e dalla polizia, che si lavori per diffondere una consapevolezza del come e quando assumere le sostanze, di come reagire ai modi diversi in cui la botta ti può salire, di cosa fare quando stai male.

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I club, soprattutto in estate, dovrebbero dare acqua gratis e fornire strutture adeguate per risolvere i problemi nel momento esatto in cui si presentano, mentre invece la tendenza è "l'acqua la metto a tre euro se no nessuno mi compra alcool" (parole che ho effettivamente sentito in bocca al gestore di un locale). Le mani dei localari, delle autorità e di chi fa propaganda proibizionista si possono considerare più sporche di sangue di quelle degli spacciatori, e chi ha lavorato davvero a contatto con questo ambiente lo sa bene.

È comunque difficile, dicevo, che chi spiega le cose in questo modo non parta dal presupposto che comunque sarebbe meglio non drogarsi. Questo dimostra che in Italia, la demonizzazione in toto del—per così dire—clubbing non è limitata solo alle frange più conservatrici della società, ma diffusa anche in categorie "illuminate" e insospettabili. Queste continuano infatti a guardare con un certo snobismo e una certa disapprovazione un mondo che contiene. In senso culturale, questo problema ha messo un grosso freno (eliminato solo parzialmente negli ultimi anni) alla dignità estetica della musica dance, e fa la sua parte per tenere la questione tutta dalla parte del pericolo, del rischio privato e sociale. Sono cose fortemente connesse, e le conseguenze sono più o meno sempre le stesse da anni, ovvero che abbiamo un sistema di club che si regge praticamente solo su una forma-carrozzone da intrattenimento, in cui il divertimento non è e non può essere un'esperienza multi-livello, e che nega l'evidenza, dichiarando con una certa fifa che non c'è alcun legame con la condizione chimicamente alterata, si può benissimo viversela in maniera "sana". Questo è moralismo puro, non più subito ma perpetrato: non è che i poveri gestori di club devono sopravvivere e quindi si piegano, oramai sono loro stessi portatori di questa stessa ipocrisia.

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Capiamoci: per me non c'è niente di male nell'ammettere che il clubbing è un mondo fatto di una indissolubile trimurti "musica-ballo-droga", è anzi necessario ammetterlo per iniziare a capire davvero quali siano i problemi e quale sia invece la rilevanza sociale, la "dignità culturale" di cui sopra. Il punto è che, invece, ci troviamo di fronte a un mondo che ne mette costantemente sotto il tappeto una parte finendo paradossalmente per enfatizzarla molto di più ed esserne disperatamente dipendente. Le discoteche non vogliono rappresentare qualcosa in sé, non puntano alla costruzione di un esperienza unica costruendosi un'identità personale a partire dalla musica. Sono luoghi asettici e tutti uguali che presuppongono un consumo standardizzato delle ore e un ricatto ansiogeno al "divertimento" a tutti i costi, che se non passi una serata della madonna hai sprecato i soldi (tanti) che hai pagato per l'ingresso. Eppure non vieni messo in condizioni di trasformare la serata in qualcosa di unico, di partecipare, collettivamente a tutti i presenti, a una "scoperta" emozionale estroflessa, di condividere un arricchimento personale.

Il clubbing, mitologia a parte, sarebbe invece nato così: con la musica a costruire il centro di un'eccitazione dei sensi che fosse tutto tranne evasione, ma che diventasse invece la base per far nascere idee nuove su come mettere in relazione i desideri, i corpi, le necessità. Una musica strana, emozionante, radicale per ambienti in cui si poteva e doveva costruire un'alternativa sociale pre-ideologica, tutta urgenza. Mi spiace, ma la droga (MDMA soprattutto), ha un posto in tutto questo: mettersi in condizioni mentali ed emotive che non fanno parte della routine quotidiana vuol dire aprire le porte a nuove interazioni con gli stimoli che ci vengono offerti: la musica, lo spazio, gli altri corpi, le parole, le idee. Se proprio vogliamo chiamarlo "edonismo" facciamolo pure, ma a me sembra assolutamente limitante, a me pare semmai una forma più complessa di psichedelia.

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Sarà una banalità da dire, ma la trasformazione di tutto ciò in un puro settore di mercato ha, come avviene sempre, costituito modelli estetici ripetitivi e statici che seguono solchi prevedibili. La musica, in quest'ottica, non è che un bombardamento di stimoli da seguire seguendo un allenamento psichico già introiettato con tutti i tipi di media. Arriva il drop e ti gasi, su le mani, mettici l'ultimo, dov'è la cassa? Lo spazio è controllato e standardizzato, lo sballo clandestino ma subdolamente incoraggiato. E non parlo solo della droga illegale ma pure dell'atteggiamento ambiguo che viene tenuto nei confronti dell'alcool: scadente, propinato a litri e a prezzi esorbitanti, dato per necessario e allo stesso tempo demonizzato. In questo scenario, diventa un atto slegato dal gioco estetico, fine a sé stesso, inaccompagnabile a qualcosa che non sia evasione totale, l'unico modo di riempire il vuoto esasperato dell'essere nulla più di un semplice consumatore.

Questo era di fatto l'unico modo di fare entrare nel sistema qualcosa che, continuando a esistere secondo i suoi presupposti, avrebbe letteralmente messo in discussione alcuni assunti sociali. Il fatto che il clubbing sia in sé la sintesi di varie problematiche legate all'uso dei piaceri rende più interessante osservarlo ma anche più chiaro quale sia l'atteggiamento della società nei confronti di questi stessi piaceri (la droga come la musica stessa). Non permettendogli di integrarsi con altri aspetti della vita, li isola e criminalizza, ma li tiene paradossalmente in vita come zombie svuotati della propria essenza proprio grazie a questa stessa criminalizzazione. Li rimuove per riproporli come semplici gesti di acquisto e consumo a cui non hai il diritto di dare un valore culturale e nel quale non hai nessun diritto di essere tutelato come essere umano consapevole.

Ecco, quindi, io voglio il diritto di essere un drogato, voglio che mi si riconosca la possibilità di mettermi in certe condizioni psicofisiche senza venire inculato dalla meschinità di chi ci lucra sopra, che sia uno spacciatore o un localaro. Non voglio vedermi succhiate le possibilità di trovare del buono nello sballo da qualcuno che mi costringe a un consumo acritico (della musica come di tutto il resto) e finire per questo a rischiare più di quanto mi fossi messo in testa di fare. Voglio potere sapere cosa prendo, quanto ne prendo e in che modo interagirà con le mie particolari condizioni psicofisiche. Invece si punta tutto sull'ignoranza e la chiusura mentale: invece di offrire stimoli si offre una ripetitività di modi che coinvolge anche la droga, intrappolata in una routine che finisce per essere mortale. Fondamentale è non credere mai alle favole della prima volta, del bravo ragazzo attirato e schiacciato da demoni tentatori. Anche quelle fanno parte dello stesso linguaggio di rimozione.

Di soggetti che facciano attivismo per cambiare le cose c'è un bisogno disperato. In Italia fronti che si opponevano radicalmente al clubbing commerciale, tipo i rave illegali e chi qualche anno fa proponeva forme di non-clubbing alternative nei centri sociali, sono belli che collassati, impigriti dal punto di vista dei concetti che alla lunga ha spinto quasi tutti dalla parte dell'abuso fine a sé stesso, dello schifo più schifo senza integrazioni di senso. E della musica demmerda, ovviamente. Fabrizio De Meis, ex-patron dimissionario del Cocoricò, si è difeso dicendo che il suo locale era stato l'unico a proporre un "Daspo delle discoteche", una cosa schifosa, nazista quanto la silent disco, un procedimento disciplinare che rende i club ancora più simili a delle carceri. A questo punto spero sia inutile spiegare perché questo atteggiamento è ancora più perverso e disgustoso ed è, per fortuna, una voce che non ha avuto eco se non tra i cripto-sbirri più accaniti. Intanto questa cultura della negazione e della rimozione continua a fare vittime e a funzionare come sedativo collettivo per i cervelli più giovani, non si sa mai che magari la paura di morire gli faccia un giorno accendere un cero a Papa Giovanni.

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