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Le idee dietro a ORCHIdee

Abbiamo intervistato Ghemon per scoprire come è nato ORCHIdee, poi per controllare se diceva la verità abbiamo parlato anche con Tommaso Colliva.
Mattia Costioli
Milan, IT
28 maggio 2014, 7:02am

Foto di Bianca Tabaton

Forse non lo sapete, ma ieri è uscito ORCHIdee, il nuovo disco di Ghemon, e io ci sto sotto già da due settimane, del tipo che lo sto ascoltando una media di due volte al giorno da quindici giorni (sì, quindici giorni, la vita è ingiusta, fateci i conti). Avevo assolutamente bisogno di condividere questa mia dipendenza, per cui da un lato sono sollevatissimo che il disco sia finalmente uscito e che ora possiate andarci sotto anche voi (a proposito, lo potete comprare qui), dall'altro ho preferito non esprimermi in alcun modo fino ad oggi, e in realtà penso che continuerò in questa direzione. Avrei potuto farvi una recensione dieci giorni fa, ma diciamocelo: sarebbe servita solo a farvi pensare 'perché lui può già ascoltarlo e io no?'; a questo punto della vita invece avete sicuramente modo di infilarvi questo disco nelle orecchie e pulirvi un po' l'anima, senza che io debba stare a raccontarvi di cose che non avete sentito, il guaio è che ormai è troppo tardi per la recensione (sì, questo pianeta gira in modo strano).

Come probabilmente saprete, questo disco è stato suonato da musicisti veri, e l'esperimento è andato così bene che alla prossima data di Ghemon troverete sul palco con lui alcune persone con strani oggetti ingombranti che si chiamano 'strumenti musicali' e servono a 'suonare', cosa abbastanza rara per un rapper. Per scoprire come sia avvenuta questa transizione artistica ho pensato di andare a disturbare direttamente Ghemon e, dopo di lui, anche il signor Tommaso Colliva, che insieme a Marco Olivi ha trasformato una bellissima idea in un bellissimo disco, quindi qua sotto potete leggervi i loro di sermoni, anziché i miei.

Ghemon in studio durante le registrazioni di ORCHIdee (foto via)

Noisey: Sai che ti ho appena sentito in radio?
Ghemon: Sì lo so, io invece stavo facendo un'intervista e a un certo punto non ho più sentito la domanda perché ho notato che stava uscendo la mia voce dalla televisione, ero un attimo sorpreso.

Ha fatto un po' strano a me, quindi non so immaginare come sia stato per te.
Già, poi è uscita fuori a sorpresa.

Quando ti sei reso conto che avresti voluto realizzare questo disco, con questo colore?
Credo che sia stata un'evoluzione spontanea, una cosa che tutti potevano immaginarsi. Quando sono tornato dall'America con Bassi abbiamo fatto un tour di quindici date e mi sono reso conto che da quel punto di vista avevo dato tutto. Forse è montata un po' la parte dell'adulto, e non potevo più rimandare un'evoluzione. La mia fortuna è stata incontrare Tommaso Colliva e poi Marco Olivi, anche solo quando ci siamo incontrati e abbiamo parlato a voce, ho subito capito che si poteva partire con questa cosa, e che sapevamo come farla. Spero di essere stato chiaro.

Sì, in più penso che tu abbia ragione, c'è stato un percorso interessante, ma coerente nella tua musica, quindi penso che la gente fosse in grado di capirne le evoluzioni anche senza le mie domande, in realtà. A proposito di Tommaso Colliva, siccome tra poco parlerò anche con lui, come è stato il vostro primo incontro? Vi siete capiti al volo?
Io ero arrivato un po' scettico all'incontro, non per colpa sua, ma per colpa mia. Non sapevo di cosa si poteva parlare e non sapevo che genere di idee poteva avere, e invece... Sono bastati un paio di riferimenti, ci siamo detti alcuni dei nostri dischi preferiti: dopo due minuti ero già sollevato e mi dicevo 'è fatta'.

Quali erano quei dischi preferiti?
Non ricordo precisamente, io in quel momento stavo ascoltando tanta musica cantata da donne, mentre ho sempre ascoltato principalmente uomini. C'era un momento in cui stavo ascoltando tanto questa cantante inglese che si chiama Lianne La Havas, io e Tommi ci siamo rivisti proprio al suo concerto, un paio di giorni dopo. Quella sera ci siamo fatti una chiacchierata e lui aveva già delle idee concrete da propormi, nomi di persone, posti; lì ho capito che si poteva partire, ero un po' elettrizzato e un po' spaventato.

È riuscito a capire subito quello che volevi?
In realtà c'è stato un bel dialogo tra noi, lui è un po' come un playmaker nella pallacanestro, distribuisce palloni e tiene insieme le persone. Tra i suoi grandi pregi c'è davvero questo, non distribusce gli assist a caso, se sa che nel mio disco il batterista deve avere un certo tiro chiama Rondanini e non chiama un altro batterista, e così per il resto dei musicisti. Sa inquadrare benissimo il progetto a cui sta lavorando. In più ci si può parlare, non è un produttore artistico che mette le mani e dice 'qua si fa come dico io', lui è in grado di capire la tua specificità. Ricordo, e lui può confermarlo, che eravamo in fase di mix e c'è stata la serata Blue Struggle, lui è venuto ai Magazzini Generali e il giorno dopo abbiamo cambiato l'orientamento del mix, perché lui si è reso conto di quanto spingono le cose che hanno un determinato stampo hip-hop, e noi non volevamo essere da meno solo perché il disco era suonato.

C'ero anch'io quella sera, ma tu mi stai dicendo che stavate ancora lavorando al disco? Praticamente avete finito l'altro ieri.
Abbiamo finito quando bisognava finire, abbiamo sfruttato fino all'ultimo giorno utile.

Voi avete avuto tanto tempo per lavorare, io ho letto che per lui è molto importante poter impostare il lavoro con delle buone tempistiche.
Lui ha un bel po' di cose da gestire. Poi io per fortuna ho potuto lavorare ancora prima che lui intervenisse con Marco Olivi, che è stato importante in tutte le fasi. Comunque ci siamo sgobbati nove mesi di lavoro dalla mattina alla sera.

Tu che rapporto avevi con i suoni con cui si esprime lui di solito?
Io sono super aperto, ed ero comunque fan dei Calibro. Ho avuto delle virate un po' particolari nell'ultimo anno e mezzo di ascolti, allargando un po' le mie visioni, che erano comunque già larghe. Questa è stata la cosa più importante che ho fatto prima di incontrare, insieme allo studio della chitarra e del pianoforte, che a Tommi ha facilitato tutto il lavoro, dato che non c'erano da 'tradurre' le mie idee, ma erano già pronte da spiegare ai musicisti. Diciamo che se non avessi avuto un pochino di preparazione di questo tipo sarebbe stato più difficile.

Secondo te questo è il modo ideale di lavorare? Senza pressioni di un direttore artistico, appunto, e con tantissime risorse a disposizione. Non hai paura che non capiti più?
No, anzi, dicevo l'altro giorno a Tommi che per me questo è un punto di partenza, adesso voglio abbattere le fondamenta e rifare il palazzo da capo. Certo, che sia stata fatta la squadra per vincere il campionato e fare il bel gioco è vero, perché io me la sentivo e tutti ci credevano, in più ho trentadue anni e forse ho capito i miei pregi, ma anche i miei difetti, per cui secondo me da qua in poi si può cominciare a ricostruire. C'è una band con cui ora inizierò a lavorare dal vivo, e anche questo mi stimola tantissimo. Poi come ti dicevo sono uno che divora tantissima musica, magari tra 3 dischi faccio un disco bossa nova, potrebbe succedere. Da qua in poi è tutto uno stimolo per porsi obiettivi nuovi e ricominciare a lavorare.

Il passaggio da un dj ad una band è stato tragico?
Sicuramente non è facile, perché comunque il corso di hip-hop non ti insegna come fare il domatore di sette o otto persone, con caratteri e orari diversi. Ognuno ha il proprio strumento e lo suona in continuazione, che è divertentissimo ma non è un cazzo semplice. D'altra parte mi trovo benissimo, perché sono convinto che questa sia la mia dimensione, e mi era già capitato con Al Castellana di suonare dal vivo. È bello perché capitano dei momenti di cazzonismo estremo, che prima erano momenti con del silenzio sotto, mentre adesso ci sono altre persone che possono seguirmi suonando. Sono molto contento, perché ci ho messo tanto per migliorare il mio live col dj e... si possono dire parolacce?

Come no
E voglio che questo sia un live con le palle, non voglio, con tutto il rispetto, che suoni come musica leggera italiana, questa roba è funk, è rap, è soul, quindi i ragazzi devono suonare e pestare in un determinato modo. Man mano che si va avanti penso che troveremo 'la quadra'. Mi responsabilizza, però mi gasa anche tantissimo.

La paura più grande per i prossimi mesi?
Di non riuscire a stare tanto tempo a casa con la mia fidanzata, o di non riuscire a sentire tanto la mia famiglia al telefono. Loro sono un mio punto di riferimento e mi fanno stare in pace anche quando sto dall'altra parte del mondo. Questa è l'unica paura che ho, per il resto sono preparato, ne ho viste di cotte e di crude.

Bianca c'è tanto nel disco, vero?
Sì, lei è stata cruciale.

E qual è stato il momento più difficile?
Sai che faccio fatica a risponderti? In realtà non ce ne sono stati tanti, perché comunque il lavoro è stato diluito nel tempo e secondo me anche la tensione si è allentata di conseguenza. Forse l'ultimo mese, in cui avevamo il disco pronto, ma non potevamo farlo sentire a nessuno.

Ti lascio mangiare, dai.
Sì, che devo sbrigarmi e scappare a provare, e mi raccomando scrivilo che ho piluccato tutta l'intervista, perché mi dicono sempre che sono troppo magro.

Anche a me, ciao G.

Foto di Bianca Tabaton

A questo punto mi sono cucinato una banale pasta al tonno, poi ho chiamato Tommaso, per controllare la versione di Ghemon.

Noisey: Ciao Tommaso, piacere di conoscerti. Sai che ho già parlato con Ghemon, mi ha raccontato del primo momento in cui avete iniziato a parlare del progetto, mi racconti la tua versione, così controlliamo se ha detto la verità?
Tommaso Colliva: Il primo approccio è stato molto bello in quanto molto stimolante, è bello quando capita che un artista venga da me con, da una parte un'idea chiara di quello che vuole, con degli obiettivi precisi, e dall'altra una grande apertura e coscienza di 'non potercela fare da solo', ma in senso positivo, di non potersi avventurare in certi posti da solo. L'ho trovato un atteggiamento incredibile e ci siamo messi subito a pensare. Prima di tutto ho pensato che era una mezza follia fare quello che aveva in testa, soprattutto perché viene da un genere che, a livello di produzione, è più facilmente realizzabile, mentre noi ci siamo messi a fare un disco che ha richiesto tantissimo tempo, quasi un anno. L'abbiamo costruito veramente dalle fondamenta, perché era chiaro a tutti che se volevamo fare qualcosa di nuovo e originale, tutti i pezzi dovevano essere un po' studiati apposta. Siamo partiti da zero, chiedendoci 'come si scrivono le canzoni perfette per fare questo disco?' Un lavoro grosso è stato senz'altro assemblare il gruppo con cui realizzare questo progetto, la mia idea iniziale è stata di 'ingaggiare' Marco Olivi, ed è stato il primo incastro fondamentale che è andato benissimo, siamo riusciti a dare a Gianluca una struttura per fare più di quello che aveva fatto fin'ora ma senza assimilarlo completamente agli stilemi di un genere diverso, che non fosse quello dell'hip-hop. Siamo riusciti ad avere dei pezzi che secondo me rappresentano molto bene quello che è Ghemon. Poi, pezzettino per pezzettino, abbiamo aggiunto tutto, suoni, strumenti e musicisti. È stato bello scoprire dove inserire le radici di Gianluca nel lavoro, abbiamo capito che in certe parti inserire un pochino più di ripetitività andava bene ed era in linea, mentre in altre parti, ritornelli o special, si poteva osare un pochino di più. È stato un bellissimo viaggio.

Lui mi ha detto che avete trovato dei riferimenti comuni, fin da subito. Avevi in mente qualcuno da usare come bussola, all'inizio?
L'ispirazione è stata abbastanza varia, e Gianluca non è il primo né a fare un disco di rap più melodico o a fare hip-hop suonato dal vivo. La cosa che era evidente era che mettersi lì a copiare un po' dai Roots, un po' Erykah Badu, un po' da D'Angelo e un po' da Robert Glasper non sarebbe servito a niente, e poi non saremmo stati in grado, dato che parliamo di geni assoluti. Diciamo che, se deve essere un abito sartoriale, sicuramente si ispira ad alcuni classici, ma è comunque cucito tenendo bene in mente che cosa è Ghemon e chi è Gianluca. Io ci vedo tanti riferimenti a un'anti-evoluzione di quello che poteva essere Neffa, o al secondo disco dei Casino Royale, ma avendolo fatto quasi vent'anni dopo, anche se fa un po' ridere dirlo.

Qual è stato il primo pezzo che avete messo insieme?
Non saprei dirtelo, Gianluca aveva già alcuni pezzi che aveva abbozzato con Fid Mella, ma poi c'è stato un processo di costruzione parallela su tutti i pezzi. Le prime registrazioni, ma potrei sbagliarmi, credo che siano state fatte su "Da Lei", perché era un po' archetipico per capire il tipo di suono, basso e batteria che volevamo.

Io ho letto in giro che per te è molto importante avere una buona quantità di tempo a disposizione per lavorare, per rifare le cose e tornare sui propri passi.
In realtà questo disco non è stato tra i più lunghi, diciamo che la mole di lavoro è stata sbrogliata in un mese e mezzo. Ci abbiamo messo un po' a capire e a ragionare su quello che volevamo fare, sull'indirizzo artistico del tutto. Una volta definite queste cose e scelti i pezzi su cui volevamo lavorare, siamo andati abbastanza spediti, non ci sono stati grossi cambiamenti o ripensamenti.

Cosa cambia tra lavorare con Ghemon rispetto a Dente, ad esempio?
È molto diverso, così come sono molto diversi ogni artista con cui lavori e le sue esigenze. Io sono portato, a livello attitudinale, a cercare di capire di cosa un artista ha bisogno per riuscire ad arrivare a quello che vuole fare, per aiutarlo ad evitare di commettere gli errori che sta commettendo. Una volta fatto questo per me la cosa è fatta, soprattutto quando parliamo di artisti che hanno effettivamente qualcosa da dire, e io sono abbastanza fortunato da lavorare praticamente sempre con artisti di questo tipo. Per seguire il tuo esempio, Dente è uno che arriva coi pezzi che fatti e finiti, quindi il lavoro è più mirato, perché comunque lui ha anche una sua band. Con Gianluca abbiamo dovuto costruire i pezzi dalle fondamenta, capire come scriverli, capire che band mettergli attorno, non soltanto nomi e cognomi, ma partendo proprio da quali strumenti scegliere, per avere un'unità di suono su tutti i pezzi. Il suo poi è un genere, se vogliamo, piuttosto nuovo e non visitato, soprattutto in Italia, non ci sono linee guida marcate e da seguire.

Forse hai avuto anche più spazio d'azione, tu stesso, a livello artistico.
Sì, c'erano meno sicurezze, e di solito quando è così il lavoro diventa davvero allettante, se ti ci immergi completamente.

Mi sembra di capire che tu ti sia divertito a curare questo progetto.
Ho un rapporto strano col divertimento quando faccio i dischi, io mi diverto quando i dischi vengono bene, se il disco viene male io non mi diverto molto. Questo è un disco che ci ha portato grosse sfide e grandi incognite, a volte si tornava a casa dallo studio, e io stesso mi dicevo 'ma questa cosa andrà bene?', mentre con altri dischi questo mi capita un po' di meno, perché ho una sicurezza più consapevole di quello che sto facendo. A volte dovevamo soltanto sperare che il mattoncino del giorno fosse quello giusto per costruire il risultato finale, ma a cose fatte direi che abbiamo lavorato bene.

Sì dai, direi che ti sei divertito, dal mio punto di vista.
Anch'io, sono molto contento.

Ma tu ce lo vedi Gianluca a Sanremo?
Io ho un atteggiamento aperto sulla questione, sicuramente lo vedrei molto bene, ma io credo che Sanremo vada pensato con una progettualità che vada oltre il festival, per cui se si ha una cosa che può sfruttare Sanremo come vetrina addizionale, allora ben venga, mentre se bisogna andare a Sanremo col solo obiettivo di partecipare, allora penso che non ne valga la pena.

Prima ho fatto una domanda a Ghemon, ma non è riuscito bene a rispondermi, vediamo se tu ci riesci. Quale è stato il momento più difficile di questo lavoro?
In realtà neanch'io so dirti un momento specifico di difficoltà o di crisi. Non abbiamo avuto nessun grosso problema, avendo lavorato in parallelo su tutti i pezzi. Siamo riusciti a valutare tutti i momenti e incastrare bene le nostre energie, anche se sicuramente ci sono state tante incognite. No, nemmeno io riesco a trovare un momento di difficoltà particolare.

Meglio così. Prima mi ha anche raccontato che la tua visione delle cose è cambiata dopo la serata Blue Struggle, che cosa è cambiato e perché? Era una novità per te?
In realtà io ho un background da B-Boy, sono cresciuto ascoltando soltanto rap, soul e funk, ma quando sono andato a La Spezia ho capito che avevo bisogno di cambiamenti, e c'è stata una cesura netta col mio passato. Io ho una grande conoscenza dell'hip-hop dal 1994 al 2001, dopodiché ho smesso di aggiornarmi, se non sulle cose che mi stavano davvero a cuore. Io da parte di Gianluca percepivo una gran voglia di cambiamento, ma mi sono reso conto di quanto fosse solida la sua personalità sul palco a fare certe cose, quindi abbiamo dovuto controbilanciare le due cose, riportando in superficie delle solide foundation affinché tutti gli aspetti potessero essere rappresentati. Quindi diciamo che è stata un'illuminazione più su Gianluca che su un genere musicale. Per farti un altro esempio, l'altro giorno sono stato al RedBull Music Clash, e Gianluca ha chiuso la sua performance cantando il ritornello di "Adesso Sono Qui", riuscendo a trasformarlo da un pezzo melodico in un giro quasi da fighta, non credo che sia una cosa da tutti.

Senza pensarci, qual è il tuo pezzo preferito del disco?
Se la giocano "Da Lei" e "Fuori Luogo Ovunque".

Il mio è "Da Lei", se può interessarti
Io in "Da Lei" mi sono subito innamorato della chiarezza del messaggio nel testo, mentre "Fuori Luogo Ovunque" è un pezzo che è cresciuto così tanto, ogni volta che aggiungevamo uno strumento, che ci dicevamo 'wow, questo pezzo sta venendo una figata', mi ci sono affezionato, ecco.

Ora il processo di cambiamento di Ghemon continuerà, pensi di farne parte o vi dite addio?
Io spero di farne parte, perché ci siamo fatti un culo talmente grosso su questo lavoro che sarebbe un peccato non sfruttarlo. Per tanti aspetti questo disco è stato rivoluzionario per Gianluca, abbiamo proprio cambiato i paradigmi con cui lui era abituato a lavorare: cantare, scrivere, registrare, abbiamo cambiato tutto. Penso e spero che questa rivoluzione riesca a gettare le basi per la sua prossima evoluzione, in cui sarà sicuramente più conscio di avere tra le proprie mani determinati mezzi.

Secondo me più che fare un gradino ha preso l'ascensore, si è fatto un paio di piani di corsa, e ora ricomincerà a superare scalini.
Sta giocando ad un altro gioco, che pretende un altro allenamento, ma che credo e spero possa comunicare qualcosa a più persone rispetto a quelle verso cui si rivolgeva prima.

In quest'ottica cosa ti aspetti dal suo nuovo live? Sarà una figata?
Sono curiosissimo. Andrò a vedere la band in sala prove per la prima volta tra un paio di giorni.

Beato te, ti ringrazio per la chiacchierata, a presto.
Ciao!

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