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Silent Servant non crede nelle utopie

Un'intervista allo sperimentatore techno Juan Mendez, in occasione de suo ritorno in italia
11.12.13

La prima cosa da dire su Juan Mendez è che non è un ragazzino. Tutto il contrario, ogni suo gesto artistico e ogni sua parola sono formate da un praticantato che dura da anni, e misurate da un’etica creativa inossidabile. Ha sperimentato in vari territori sonori, cercando sempre di sfruttarne al massimo le possibilità creative e di comprendere le meccaniche in modo da usarle poi per costruirci qualcos’altro. La sintesi è arrivata negli ultimi due anni, in cui il progetto Silent Servant si è conquistato un sound molto particolare, fatto in parti uguali delle sue esperienze con il collettivo techno Sandwell District di cui era originariamente una costola, e nei Tropic Of Cancer di sua moglie Camella Lobo. Un approccio tutto nuovo che si è manifestato nell’album Negative Fascination come nelle ultime uscite per Jealous God, label gestita insieme all’amico di sempre Karl O’Connor e a James Ruskin. Abbiamo capito tutti che non vuole limitarsi alla techno ma nemmeno a una pantomima delle sue radici post punk. L’ho incontrato all’epoca della sua ultima puntata in Italia, allo Spazio Aereo di Venezia, spazio polivalente e laboratorio creativo che ha fatto da perfetta cornice per il suo (abbastanza raro) live set.

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Ma Juan sta per tornare: sarà a Roma il prossimo 12 Dicembre e a Milano il 14 accompagnato rispettivamente da Samuel Kerridge e dal fido Ruskin. Una buona occasione, quindi, per pubblicare la chiacchierata che ci siamo fatti, partendo dalle sue radici per arrivare a tutto il resto.

Noisey: Anzitutto, mi piacerebbe sapere come hai cominciato a interessarti alla musica e suonare. Come può nascere una passione per la techno, crescendo a L.A.?

Juan Mendez: Be', se mi sono appassionato alla musica è stato grazie a mio fratello maggiore. Lui era fissato con.. uhm, potremmo dire la “new wave,” ma da bambini eravamo tutti skater per cui ascoltavamo anche roba da skater. Sai, Suicidal Tendecies e simili… Poi, ecco, mi ricordo distintamente il giorno che ho saputo che si erano sciolti gli Smiths, facevo la prima media. Erano la mia band preferita, ci ero arrivato tramite un altro paio di amici del giro skater che erano decisamente più goth, mi hanno educato all’ascolto di Cure, Bauhaus e, appunto, Smiths. Se non sbaglio il primo album che ho comprato da solo era di Echo & The Bunnymen. Poi, con gli anni Novanta arrivò lo shoegaze, e anche quello mi prese tantissimo. C’erano ancora programmi musicali fighi in tv, 120 Minutes su MTV e Request Video su KDOC. Poi sono arrivati i rave, ma la scena rave a L.A. era un bel po’ incasinata. O meglio, c’erano dei club niente male che passavano roba di Detroit o Chicago, ma sempre un po’ più orientati verso la house. Allo stesso tempo su 120 Minutes iniziarono a fare capolino video di Aphex Twin, e le label che seguivo come la Hut iniziarono a pubblicare dischi di remix fatti da gente come µ-Ziq. Per cui la routine del sabato sera dei miei diciassette anni, inizio ad essere concerto + ballare in club. Ai tempi a L.A. c’era una grossa scena di gente che suonava e organizzava after. Ma la mia vera passione era il giro Too Pure, Stereolab etc.

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Praticamente hai fatto solo nomi di band e artisti inglesi.

È vero. L’unica band di Los Angeles che ascoltavo erano i Medicine, che erano tipo la sola band americana ad uscire per Creation. Verso i diciotto annni, comunque, iniziai lavorare per i club dove si facevano i rave, facendo per lo più voltantinaggio, ma stavo già iniziando a lavorare come grafico e serigrafavo t-shirt per quel giro. Questo ragazzo, Marcus, che lavorava con me, mi passò una delle prime compilation R&S, con dentro Basic Channel, Carl Craig etc. Fu una folgorazione: quella roba mi piaceva molto di più di qualsiasi cosa avessi ascoltato fino a quel momento. Lui mi fece anche scoprire i Cabaret Voltaire e anche tanta musica ambient. Iniziammo a fare i DJ insieme e iniziai a produrre tracce, finendo per lavorare con label come Mille Plateaux . In realtà non mi fa molto piacere parlare di quel periodo. Voglio dire, non che la roba che facevo facesse schifo, ma ero davvero giovane, e molte scelte non le ripeterei.

Non ti facevi ancora chiamare Silent Servant, no?

No. All’epoca ero Jasper, e suonavo con un tipo di nome KIt Clayton in un progetto chiamato Detention. Avevamo anche una nostra label, Cytrax e, mi pare nel ’99 andammo anche in tour europeo con Pole, e abbiamo suonato al Sonar con lui. Furono belle esperienze, ma non sono del tutto contento della musica che facevo. Comunque, Karl O’Connor l’ho conosciuto così: gli avevamo mandato un po’ di nostri dischi e ci dava una mano a distribuirli in Europa. Ma integral, la sua distro, andò a puttane verso il 2001 quando ci fu un grosso crollo del mercato discografico, e vendere vinile diventò impossibile. A quel punto anche io mi presi una lunga pausa, finché il revival post punk intorno al 2004 non mi fece tornare voglia di suonare. E il ritorno di quei suoni mi fece riscoprire anche cose che mi ero perso, tipo i DAF. A quel punto iniziai a ragionare seriamente su come potevo canalizzare questo tipo di influenze, la techno di quel periodo era noiosissima e io volevo fare qualcosa di diverso. Da lì ho iniziato il percorso che mi ha portato a creare Silent Servant, Tropic Of Cancer e ovviamente, Sandwell District.

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Da dove viene il monicker Silent Servant?

Ah, è molto semplice: è una descrizione della mia attitudine a fare le cose invece che parlarne. Credo sia tutto frutto dell’ambiente in cui sono cresciuto, molto blue collar, una famiglia di lavoratori incalliti. Quindi vuol dire solo “dedizione e coerenza”, anche se altre volendo potrei dargli anche altri significati, un altro tipo di immagini che potrebbe evocare.

Il suono che hai ora è molto “organico” ed elettronico allo stesso tempo: sa davvero di elettricità e meccanica. È voluto?

Be’, negli ultimi tempi, dall’album in poi, ho voluto soprattutto affermare la mia identità rispetto al suono dei Sandwell District, con cui venivo associato. Quella musica veniva soprattutto dalla fusione di tre teste completamente diverse: me, Karl e David, con background molto diversi ma anche una passione comune per Basic Channel e Maurizio. In realtà non volevo fare un album techno e non voglio che SS rimanga un progetto techno. Quando è uscito tutti dicevano che era “industrial techno”, ma non ne sarei così sicuro.

No, infatti. Neanche io direi che è industrial… Semmai più genericamene “post-punk techno” ma, certo, fa sempre schifo etichettare la musica in maniera così specifica.

Infatti, infatti… Direi che il suono che mi ha sempre ispirato di più è quello dei Cabaret Voltaire. È difficile fare qualcosa di meglio di quanto abbiano fatto loro, davvero…

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Una cosa che hai in comune con loro è il modo in cui usi chitarra e basso in un contesto elettronico. Nei tuoi pezzi sono sempre suonate live, non è vero? Non usi campioni…

Sempre live, sì. Anche in Tropic Of Cancer suonavo chitarra e basso prima di lasciare il gruppo. Non credo di essere molto bravo, ma sono in grado di tirarne fuori qualcosa di abbastanza interessante. Mi piace molto suonare “davvero”, e vale anche per le tastiere. È per questo che il mio nuovo live set ci sono molti synth suonati dal vivo, e anche parecchia voce. Mi fa un po’ strano farlo, ma credo che una normale traccia techno acquisti parecchio valore se ci aggiungi degli elementi “umani” di questo tipo. Un bell’esempio è “Distant Dreams” dei Throbbing Gristle: la base spacca, ma quando si aggiunge la voce di Gen diventa qualcosa di davvero unico.

Ma ti prepari dei veri e propri testi, o usi la voce come fosse uno strumento?

No no, ci sono sempre stati dei testi… ogni volta che ho usato la voce in un mio pezzo. Solo che magari è molto effettata e non si capiscono, hehehe. Gli argomenti che uso sono parte delle mie ossessioni personali. Non voglio comunicare delle idee precise, piuttosto costruire immagini con cui modellare un’atmosfera. È come raccontare i sogni, voglio semplicemente tirare fuori quello che ho in testa. Mi ha dato molto la lettura di The Third Mind, in cui Burroughs e Gysin spiegano come hanno creato la tecnica del cut up. In generale, sia coi testi che con la musica, preferisco fare le cose in maniera semplice ma creativa. La semplicità è onestà, è una cosa a cui tengo molto.

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E durante un live, vuoi che l’attenzione sia concentrata su di te? Su quello che suoni e come lo suoni?

No. Anzi, ci tengo che le proiezioni siano il più avanti possibile, e che non ci siano luci puntate su di me. Mi piace confondermi con i video, e comunque non suono così spesso live. Di solito faccio DJ set, perché preferisco che il live sia organizzato in contesti in cui posso avere tutto come si deve, e ci sono molti club in cui non si può fare. Voglio che sia un’esperienza completa di musica e immagini. Non concentrare l’attenzione su di me perché non sono neanche granché come frontman.

È una delle conquiste della musica elettronica, secondo me, il fatto che il pubblico si possa concentrare sull’esperienza e non sulla figura di chi sta suonando.

È vero ma spesso questa cosa del non avere volto ha portato tanta gente a impigrirsi dal punto di vista della performance. Bisogna trovare un equilibrio, e sempre stabilire una presenza forte, creare qualcosa di personale.

C’è sempre un certo livello di violenza introspettiva nella tua musica. Una certa austerità, anche. Da dove vengono?

Potrà sembrare stupido ma, be’, sono uno che ascolta un casino gli Smiths, hehehe… In realtà sono tutte mie riflessioni sono personali, ma spaziano sulla cultura in generale. Non sono una persona triste, ma quando faccio musica o anche quando lavoro ai miei artwork, voglio dare un’impronta precisa. Credo che abbia tutto a che fare col potere che c’è dentro un certo tipo di estetica. L’esempio perfetto sono le immagini in bianco e nero: il contrasto crea un’energia molto forte. Contrasto e tensione sono molto importanti per me, vorrei effettivamente fare cose più “colorate,” musicalmente e graficamente, ma sempre mantenendo quel contrasto. Mi rendo conto che un certo tipo di estetica sta diventando di nuovo un cliché, è uno sviluppo ciclico.

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E pensi che queste atmosfere e immagini possano creare qualcosa di artisticamente più profondo?

Onestamente, io non mi considero un’intellettuale, in nessun senso, ho davvero un background troppo blue collar. Credo che artisticamente l’importante sia stabilire un punto di vista, qualunque esso sia. Per me è soprattutto una riflessione su me stesso. Penso che la gente faccia tutta più o meno schifo, e devi imparare a riconoscerlo e affrontarlo. Mi interessa riflettere sul fatto che tutte le situazioni sociali, specialmente le più utopiche, prima o poi collassano perché l’elemento umano porta a dei disastri, spesso a causa delle motivazioni che spingono davvero la gente, ego e potere, cammuffate da buoni propositi. Cerco però di non farmi ossessionare troppo da queste cose, e di analizzarle per trarne quello che posso, come crescita personale.

È difficile mantenere il tuo punto di vista dovendo anche fa ballare la gente?

Sì. Quando fai il DJ, ad esempio, hai un compito specifico. È per questo che continuo a alvorare come Art Director, non riuscirei mai a campare facendo il DJ e non voglio nemmeno provarci. Deve essere molto stressante. Mi è capitato spesso di suonare in posti per cui quello che facevo era troppo poco party, o magari troppo pesante, e sono davvero contento di non doverlo fare tutti i weekend. Posso permettermi di scegliere i posti giusti in cui suonare, non voglio andare in posti in cui la gente non ha voglia di ascoltare quello che metto. Live, invece è diverso… ne ho fatti davvero pochi finora, e in quel caso non mi interessa far ballare la gente. Anzi, sto sperimentando anche con dei tempi più lenti, cercando di non perdere comunque potenza.

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