Paul McCartney ha risposto a tutte le nostre domande

In occasione dell'uscita del quadruplo CD "Pure" e del suo documentario in realtà virtuale, Sir Paul ci ha spiegato il senso della vita.
13.6.16

È un po' strano intervistare Paul McCartney. Si concordano un giorno e un'ora, tu lasci il tuo numero di telefono, e nelle settimane successive ne parli con i tuoi amici, lo scrivi su Twitter, ne parli nell'area fumatori del pub, ne parli con tua madre. Tutti conoscono Paul McCartney. Tutti amano Paul McCartney.

Ma non capisci esattamente di che cosa si tratta finché non ti telefona un numero sconosciuto, tu rispondi, e la voce dall'altra parte dice: "Hey Joe, sono Paul"—"Porca troia, sono al telefono con Paul McCartney". Stai parlando con un Beatle vivente, vincitore di ventun Grammy, una figura che nella storia della musica contemporanea è più importante del giradischi—e lui sta aspettando che tu dica qualcosa, e tutte le domande che ti eri preparato hanno appena abbandonato la tua mente salendo verso il cielo come anime morte.

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Se concepire queste domande è stato un lavoro difficile, scriverle lo è stato ancora di più. Nei giorni precedenti l'intervista, ho provato ogni ricerca possibile. Prima mi sono arrivati i quattro CD di Pure McCartney, la sua ultima compilation di 67 brani che comprende le migliori canzoni su cui abbia mai messo le mani—praticamente una bibbia della musica pop. Poi ho ricevuto un libro intitolato Paul McCartney: The Biography, scritto da Philip Norman. Con le sue 853 pagine, è rimasto per giorni sulla mia scrivania, tormentandomi silenziosamente e gettando la sua imponente ombra scura su ogni cosa nel raggio di cinque metri. Poi è stata pubblicata online un'intervista della BBC incredibilmente approfondita, in cui Paul e la sua carriera sono stati meticolosamente vivisezionati per un'ora. Infine, tanto per girare il coltello nella piaga, lui ha pubblicato un documentario in sei parti in realtà virtuale contenente aneddoti, riflessioni e racconti che coprono tutta la sua storia musicale. E questa lista si limita soltanto al 2016. Non vi annoierò citando ogni articolo di McCartneygrafia uscito da quando "Love Me Do" si è abbattuta sul mondo nel 1962.

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Che scopo può avere un'altra intervista con Paul McCartney? Che cosa posso chiedergli che non gli sia già stato chiesto un milione di volte? "Come hai scritto questa cosa?" No. "Come hai conosciuto John?" No. "Che cosa ne pensi della musica pop di oggi?" No. Una cosa a caso su Kanye West? No, no e no. Come ha scritto Adam Gopkin nel New Yorker di aprile: "Quello che c'è da sapere, si sa". Quindi? È giusto che la Gran Bretagna resti nell'UE, Paul? Ordini la pizza da asporto? Fissi mai le persone dal riflesso dei finestrini in treno? I fantasmi esistono?

Dopo due settimane con lo sguardo perso nel vuoto, le mie approfonditissime ricerche sono giunte a conclusione—non c'era più nulla di particolare rimasto da domandare a Paul McCartney. Così, ho pensato, la mia unica speranza era di riuscire a farlo parlare proprio di quello: niente di particolare. Se una conversazione con Paul McCartney riguardante niente di particolare potesse essere interessante o anche lontanamente pubblicabile, lo avrei scoperto presto.

Paul, 1979, di Linda McCartney

Noisey: Ciao Paul. Ti capita di pensare di non avere più nulla da dire?
Paul: Sì, senza dubbio. C'è una storia per ogni situazione. Lo faccio nei miei concerti. Mi metto a parlare e mi viene in mente un aneddoto. E penso: "Se qualcuno è già stato a un mio concerto, questa la sa già". C'è soltanto una storia di come ho conosciuto John. Posso inventarmene un'altra se vuoi, ma tutti sanno qual è la verità. Penso sempre: "L'ho raccontata un milione di volte".

C'è un lato positivo a tutta questa documentazione su di te? Ti ha fatto venire in mente qualcosa che pensavi di aver dimenticato? O ti abbiamo letteralmente spremuto del tutto?
È una domanda interessante, ed effettivamente capita. Mi fa piacere quando succede. Qualche anno fa ho pubblicato un libro di poesie. Stavo preparando un reading, così ho chiesto al mio amico poeta Adrian Mitchell: "Che cosa faccio?" E lui mi ha detto solo di pensare a qualcosa da dire sull'origine della poesia. Avevo in programma di leggere "Blackbird", così ho ripensato a quando l'ho scritta. Era negli anni Sessanta, quando c'è stata l'esplosione della questione dei diritti civili in America—Arkansas, Little Rock e Alabama. Mi sono ricordato che avevo scritto la canzone pensando di portare speranza alle persone che stavano combattendo quelle battaglie. Non ci pensavo da molto, molto tempo. Ora, quando suono quella canzone, ricordo sempre al pubblico di che cosa parla.

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Sei famoso in modo assurdo da oltre cinquant'anni. Non ti sei mai messo in imbarazzo, non hai mai sbroccato, non hai mai dovuto combattere una dipendenza e non sei mai sparito misteriosamente per un decennio. Come hai fatto a sopravvivere a una cosa così mortale e imprevedibile come la fama?
È una cosa che mi sono chiesto molte volte. Penso che derivi tutto dalla mia famiglia di Liverpool. Tengono i piedi ben piantati a terra. Ogni volta che torno là, è come se non fossi famoso. Sono solo "il nostro Paul". È semplicemente: "Hey Paul, come va? Tutto a posto? Ok, fico". Ho imparato l'umiltà da loro. Una volta famoso, te ne ricordi. Sei soltanto una persona qualunque di Liverpool. Sì, la fama è un vortice, ma finché ti ricordi chi se…

[In questo momento ci sono stati un paio di colpi e botti sordi, e un urletto acuto di McCartney—poi è caduta la linea. Naturalmente, dopo circa dieci secondi, ho cominciato a pensare: "Oh no, com'è se ho appena sentito la morte di Paul McCartney?" Al dodicesimo secondo, percepivo la tristezza del mondo senza di lui. Immaginavo i notiziari, i tributi, i tweet, le processioni per le strade di Liverpool, i contenuti, oceani di contenuti, i concerti e il lutto (inter)nazionale. Al quindicesimo secondo, ho superato il lutto e ho cominciato a pensare egoisticamente alle interviste che avrei dovuto tenere: "Abbiamo parlato con l'uomo che era al telefono con McCartney al momento della morte". Dichiarazione tipo: "Non riuscivo a crederci. Stavamo parlando, e all'improvviso sbam". Poi il mio telefono ha suonato, ed era sempre Paul.]

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Paul: Scusa, ho fatto cadere il telefono e le pile sono volate via… Comunque, sono cresciuto con un'idea precisa di come mantenere le cose normali. Non ci sono riuscito sempre, ma per la maggior parte del tempo ho cercato di tenere le cose a livello terra. Prendo i mezzi pubblici, sto tranquillo.

Hai visto la fama inghiottire le persone che ti stavano attorno?
Certo. Capita. Quello è un altro modo per restare umili, vedere quello che la fama fa agli altri. Una volta che vedi la sindrome "Lei non sa chi sono io" a pieno regime, sai che tu non lo farai mai. Se lo fai, non appena lasci la stanza tutte le persone contro cui stavi urlando scoppieranno a ridere e diranno "Ma vaffanculo!".

Hai mai fatto da guida ad altri che si trovavano in difficoltà con la fama?
Ho cercato di aiutare alcune persone nel corso degli anni, di parlare con loro, ma non sono sempre riuscito nel mio intento. Alcuni di loro c'erano evidentemente molto sotto con le droghe. Io suggerivo di lasciarle perdere per un po' o di stare attenti. Ma non ha sempre funzionato, e alcuni di loro non sono più tra noi.

È diverso stare su un palco oggi rispetto a quando eri un teenager?
È diverso. All'inizio sei insicuro dell'opinione della gente. È la base dell'ansia da palcoscenico. Pensi: "Mi odieranno e andrà tutto storto". All'inizio ero molto teso. Ricordo che una volta, durante i primi tempi dei Beatles, pensai addirittura di mollare tutto.

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La differenza oggi è che posso semplicemente dire al mio promoter: "Metti in vendita i biglietti per un concerto e vediamo come va". Lui mi richiama dicendo: "Abbiamo fatto il tutto esaurito a Chicago in due minuti!" Questa è una bella botta di autostima. Oggi mi sento più sicuro del fatto che le persone vogliano venire a sentirci suonare.

C'è un posto al mondo in cui la musica non ti ha portato e in cui vorresti andare?
La Cina. Non sono mai stato in Cina. Tanta altra gente sì, ma io non ci sono mai stato. Mi piacerebbe molto. Magari nel futuro prossimo. Sarebbe fico, no?

Ti sei mai sentito disamorato della musica?
La amerò per sempre. Prima di chiamarti, stavo strimpellando una delle mie chitarre. La prendo su e suono qualcosina. All'improvviso stai scrivendo una canzone e non stai più strimpellando a caso. È quella la parte esaltante; puoi magicamente costruire una cosa che non esisteva. Dà dipendenza.

Dov'è quel momento di soddisfazione? Quando crei? O quando suoni sul palco davanti a migliaia di persone?
Ci sono vari momenti. Uno è il momento in cui crei. Un'altro è il momento in cui registri. E poi, quando la suoni davanti alla gente per la prima volta. Queste sono le tre soddisfazioni.

Paul, 1991, di Linda McCartney

Che cosa hai imparato nel corso della tua vita?
È una domanda difficile. La prima cosa che mi viene in mente è: non sottostimare nessuno. Se tu vedessi la mia famiglia di Liverpool, penseresti che si tratta soltanto di una manica di scouser [termine dispregiativo per la classe bassa di Liverpool, N.d.T.]. Ma se li conoscessi, scopriresti una grande profondità in loro. Uno dei miei cugini—più vecchio di me—compilava tutti i cruciverba del Times, del Guardian e del Telegraph. Saranno i tre cruciverba più difficili del mondo.

Senza dubbio.
Ed è solo uno scouser come gli altri. Non lo si nota in mezzo alla folla. Non gli daresti una lira. Non sembra nessuno. E invece. È per questo che mi piace parlare con tante persone diverse. Chiedo sempre "Da dove vieni?" e "Che cosa fai?". Sembra che stia facendo il ficcanaso, ma voglio solo conoscere le persone. Perché a volte si scoprono cose sorprendenti. Il mondo mi ha insegnato a non dare mai per scontato che qualcuno non sia nessuno. Rischi di sottostimare completamente la gente.

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Che cosa diresti a Paul McCartney sedicenne se potessi?
Non entrare nel music business.

Wow.
No, scherzo. Che cosa gli direi? Sta' attento, figliolo. Prendi le cose con calma. Sii sincero con te stesso e goditela.

Quindi non cambieresti nulla?
Tutti hanno dei rimpianti. Momenti nella vita a cui ripenso e mi rendo conto che non ho affrontato la situazione nel modo giusto, o non sono stato molto gentile con una certa persona. Ma così è la vita. Quando si è giovani non si è sempre sensibili. Ma a parte quello, rifarei tutto da capo.

Che cosa ti spaventa?
Direi il fatto che non si può mai capire definitivamente la vita. Cresci con questa idea che se impari abbastanza cose e ricevi la giusta istruzione sarai in grado di azzeccare la vita. Capire esattamente che cosa sta succedendo. E invece scopri che gli obiettivi cambiano in continuazione. Cambiano le regole. Cambia il mondo. Quando succede ciò, ti rendi conto di non averne proprio un'idea. E resti scioccato. Pensi: "Non ho le informazioni che mi servono per affrontare questa cosa". Ciò mi spaventa.

Mi capita molto spesso. Penso: "Quando avrò letto questo libro… Quando avrò finito questo progetto… Se vado a correre per tre mesi… Dominerò la vita". Non la domino mai.
Poi leggi quel libro, finisci il progetto, e qualcuno cambia le regole. Adesso si tratta di questo libro, di quest'altra cosa. È l'imprevedibilità della vita. A parte quello, non me la cavo male. Non ho molta paura nella vita.

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Pensi che Internet abbia migliorato o peggiorato la tua vita?
Non mi dispiace. Particolarmente nella musica, fare le cose secondo il metodo tradizionale dell'industria discografica era diventato molto noioso. Pubblicare un disco era diventata la parte peggiore del fare un disco. Lo hai composto—un lavoro d'amore—, lo hai suonato nel modo migliore che potevi. E poi improvvisamente diventava come aver finito un tema d'esame e dovevi aspettare che l'insegnante ti giudicasse. Non faccio musica per essere giudicato, lo faccio per passione.

Non credo nemmeno di riuscire a ricordarmi l'industria discografica prima di Internet.
Uno dei cliché più divertenti era quello di "andare a Colonia". Ti mandavano sempre a Colonia, e invitavano tutti dalla Francia, dall'Italia, dalla Svezia, dalla Svizzera e dalla Germania. Facevi una serie di interviste ed era la cosa più noiosa dell'universo. Cosa dicevamo prima sul raccontare sempre le stesse storie in risposta alle stesse domande? Be', erano intere giornate di quello. "Di che cosa parla questa canzone?" E io rispondevo. [Imita l'accento tedesco] "Hey, di che cosa parla questa canzone?" E ripetevo la stessa cosa. Ricordo che dissi: "Non tornerò mai più a Colonia". La sindrome di Colonia.

Ma per rispondere alla tua domanda, mi piace il fatto che Internet abbia aperto i giochi. Ogni cosa che apra i giochi è un bene. Internet lo fa. Ciò detto, non credo pubblicherei mai un disco a sorpresa.

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Ti faresti mai Snapchat?
Yeah! Sicuro! Ma non sono un'esperto di tecnica. Ci capisco poco anche di chitarre. A volte la gente viene da me e mi dice: "Hey Paul, ho una L130" e io non ho assolutamente idea di che cosa stiano parlando. Potrebbe anche essere un treno per quel che ne so io. La stessa cosa vale per il computer e il mondo di Internet. Guardo le cose sull'iPad e faccio foto con l'iPhone, ma non sono, sai… un gamer.

Pensi che diventerai mai un gamer?
Sarebbe bello, se avessi tempo. Ma ho sempre qualcosa da fare. Come questa intervista. Se non mi stessi intervistando, chissà, forse starei game-ando.

Hai imparato qualcosa diventando nonno che non avevi già imparato diventando padre?
Ti torna semplicemente tutto in mente. Penso che la questione sia che i nipoti sono diversi dai figli. È passato del tempo. Ora stanno sempre davanti a uno schermo. È giusto che i bambini stiano sempre davanti a uno schermo? C'è della roba nuova che i miei figli non avevano. Per cui è questo che impari diventando nonno… impari a usare il computer.

In un episodio del tuo nuovo documentario in realtà virtuale hai detto di aver scoperto il significato della vita una sera, in una stanza di hotel, insieme a Bob Dylan, e di averlo scritto. Il giorno dopo, hai trovato un foglietto che diceva solo: "Ci sono sette livelli". Prima domanda: ti eri drogato, Paul?
Ok, prima risposta: sì! Penso fosse la nostra prima esperienza con l'erba. Sì! Risposta: sì! Prossima domanda.

Seconda domanda: la tua interpretazione del significato della vita è cambiata da allora?
Non ho mai capito che cosa intendessi quella sera, ma la cosa strana è che ho incontrato persone che mi hanno detto di averci capito qualcosa. Si sono messe a studiare le scritture e i testi antichi, robe così, e a quanto pare ci sono altre persone che parlano di livelli. Tutto quello che so è che mi era parso molto chiaro in quel momento. E visto che era la mia prima esperienza con l'erba, il mio primo pensiero è stato di dirlo a tutti quelli che conoscevo. Sai come funziona, no? Quando fai qualcosa di fantastico, non vedi l'ora di parlarne con i tuoi amici. Tipo: "Sono appena stato nel tal posto!" o "Ho appena incontrato la tal persona!" o "Sono appena stato a Disneyland!" Be', pensavo di aver scoperto il senso della vita, quindi non vedevo l'ora di dirlo a tutti. Chissà… Magari "Ci sono sette livelli" è giusto. Di sicuro sembrava giustissimo quella sera.

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