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La primavera di Caterina

Un disco strano, sovrarrangiato e melodico che, non a caso, fu anche l'ultimo dell'Ex-casco d'oro.
8.10.15

Come voi gentili lettori avrete notato, negli ultimi numeri della rubrica ITALIAN FOLGORATI si è dato largo spazio a personaggi femminili che hanno, di fatto, cambiato la musica italiana con la loro poderosa personalità. Non solo, spesso è anche dalle frizioni fra queste che sono nate le cose migliori. Avrete notato anche come sia stata citata più volte quella che, a tutt’oggi, è la donna più potente dell’industria musicale italiana: un vero colosso inossidabile, che di tali frizioni è la regina. L’ex casco d’oro, Caterina Caselli.

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Parlare di Caterina Caselli oggi come oggi, diciamocelo: è un rischio. Su di lei si dice di tutto e di più (anche gossip torbidissimi, poi vabè dopo che uscito che era amica di Craxi…), ma in sostanza la sua controversa storia è spesso blindata tanto che per recuperare dati biografici si sudano sette camicie. Inutile dire che è allo stesso tempo la donna più odiata e amata della Penisola, iceberg contro il quale, appunto, molte cantanti si sono artisticamente arenate (Giuni Russo, Rettore, Loredana Bertè): allo stesso modo altri colleghi maschili hanno trovato una salda celebrità (Enrico Ruggeri, Pierangelo Bertoli, Umberto Tozzi). Se parliamo del presente, è indubbio che i Negramaro, Malika Ayane, Bocelli e compagnia bella debbano innalzarle un monumento. Certo, pare che le condizioni poste dalla sua etichetta non siano proprio favorevoli, anzi rischiose (c’è chi parla di anticipi di tasca degli artisti): tanti salgono in cima ma altrettanti, se non la maggioranza, mangiano la polvere e il prezzo è quello di perdere la propria verve di artista. Senza entrare nelle voci di corridoio, concentriamoci invece sulla Caselli musicista e cantante, perché, in effetti, è da lì che parte una vera e propria rivoluzione, nel bene e nel male (anche nel look molti le dovranno tantissimo, ad esempio la Rettore).

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Rampolla di una famiglia abbiente, Caterina inizia a cantare a scuola e, incoraggiata dal padre, prende lezioni di canto e chitarra, strumento per il quale ha una passione sfrenata. Fin qui tutto a posto, normale iter di molte famiglie upperclass: poi però il terribile dramma che precede la svolta. Il padre fa degli investimenti sbagliati, tanto che la famiglia è costretta in quattro in una stanza per molti anni, e nel 1960 si toglie la vita. Da questo momento terribile nasce Caterina Caselli, una vera forza della natura. Caduta in miseria, senza il padre a sostenerla e con una madre che vuole per lei un lavoro vero, da donne (anche perché non riesce neanche a comprarsi le calze), Caterina decide che la musica sarà la sua unica via, costi quel che costi. Abbandona gli studi a soli tredici anni, s’impiega in un’azienda e si paga le lezioni con le sue forze e i suoi soldi. Insomma, ha due ovaie così. Da questo momento la sua gavetta sarà incredibilmente breve ma intensissima: basti pensare che nel 1963 è già in finale a Castrocaro, e nel 1965 fonda il gruppo Gli Amici in cui non solo canta con la sua voce ficcante, ma suona anche il basso. Non uno qualsiasi, bensì un Fender Bass a sei corde (per essere chiari, quello che i Cure usano per tutto Disintegration). È la prima ragazza in Italia a darci giù con uno strumento simile. In questo stesso periodo si taglia i capelli nel caschetto color oro che le frutterà il famoso soprannome.

Messa sotto contratto, incide una cover dei Them con la Compagnia Generale del Disco: ancora non sa che ne diventerà presidentessa (embè). Ad ogni modo, nel 1966 fa il botto con "Nessuno mi Può Giudicare", inno beat, e poi a raffica “Perdono”, “È la Pioggia che Va” dei Rokes e “Tutto Nero”, cover di "Paint It Black" degli Stones. Insomma, non la manda certo a dire.

Da questo momento si circonda di grossi autori, come Guccini che, in sostanza, le scrive tutto il repertorio, proponendo cover di livello (tipo "Mellow Yellow" di Donovan) e soprattutto mette in risalto Paolo Conte, che le scrive la geniale "Insieme a Te Non Ci Sto Più". Il cambiamento è sottolineato dal casco, che da oro diventa nero: da antologia il tandem con Giorgio Gaber con cui conduce la trasmissione Diamoci Del Tu in cui i due mostrano precocemente il loro piglio di talent scout presentando perfetti sconosciuti come Guccini e Battiato. Non male per una ragazzetta di Sassuolo: le sue conquiste hanno il sapore della riscossa e il suo personaggio è una continua trasgressione delle regole che vogliono le donne a fare la calzetta (come reciterà un suo brano futuro). Non solo: politicamente si schiera a sinistra con inni tipo “Biciclette Bianche”, dedicato al movimento olandese dei Provos.

Ma appunto, il casco nero rappresenta anche una fase calante della sua carriera. Caterina, per quanto sia ancora amatissima e riesca a piazzare un paio di hit (pensiamo a “Viale Kennedy” o a “Ninna Nanna” con i Dik Dik, “Tu Sei Mio Padre”, che vede come autore un giovanissimo Giorgio Moroder, e “Che Strano amore” di Califano) non riesce a bissare il successo degli esordi. Normale, l’Italia sta cambiando: il beat lascia il posto al progressive e ad altre diavolerie, ma la cosa più importante è che Piero Sugar, figlio del presidente della CGD, la prende in moglie nel 1970, e nel 1972 le nasce un bebè. A questo punto il rapporto col mondo della canzone cambia, talmente tanto da produrre quell’ingombrante e assurdo disco chiamato Primavera, l’ultimo album d’inediti e il testamento artistico di Caterina Caselli. Italian folgorati è, al solito, pronta a togliere i sassolini dalle scarpe giacché molti si rifiutano di farlo.

L’importanza di “Primavera” all’interno della storia della musica italiana è quasi nulla, ma in realtà nasconde degli inquietanti presagi che potrebbero portare fino ad oggi. Alla compressione estrema degli standard di masterizzazione, ad esempio… O a un caos cosmico ben interpretato dal japannoise dei C.C.C.C, se vogliamo, anche qualcosa che ricorda l’armolodia di Ornette Coleman, tutto ovviamente in versione ultramelodica, ultrazuccherosa, con arrangiamenti assurdi in cui l’ansia di mangiare tutto il disco affogandolo in strati e strati di orchestra e cori a caso lo trasforma in un mattone che distrugge il vetro di una macchina della polizia. Ci vuole fegato per ascoltarlo dall’inizio alla fine, è un’esperienza estrema. E dire che il tutto sommato ascoltabile (ma inosservato) singolo che lo anticipava sembrava un pop a cavallo fra i Collage e i Pooh periodo sinfonico, tanto smieloso e discutibile quanto dinamico, roba che i Blur avrebbero potuto rubare per i loro successi anni Novanta. Non a caso abbiamo nominato i Pooh: il testo è di Valerio Negrini, che, come sappiamo, è il deus ex machina della band. La produzione pure è in mano al produttore dei quattro birbanti, cioè Giancarlo Lucariello. E qui casca l’asino.

I Pooh, nel 1974, si stanno godendo una pausa di riflessione che porterà a uno dei loro dischi top (Un Po’ Del Nostro Tempo Migliore) quanto a una crisi di vendite con conseguente allontanamento di Lucariello, reo di stare in fissa con una specie di wall of sound delirante in cui l’orchestra è a mazzetta e il resto può anche sparire. Ad ogni modo, nessuno ha la palla di vetro, per cui i Pooh rimangono a quei tempi fra i più venduti del catalogo CGD, nonché quelli che maggiormente cercano di portare il rock sinfonico in zona pop. Caterina, in cerca d’innovazione ma anche di cash, si affida anima e core a Lucariello che, privo di freno, in fase di produzione sperimenta tutti i modi possibili per creare un “blocco unico” kitsch, che se lo senti ad alto volume ti sposta via tipo uragano Katrina.

Come la palla rossa di copertina, gli arrangiamenti sono di marmo. Curati dal sedicente Danilo Vaona, che praticamente riempie la partitura di note come in un delirio mistico dopo grosse assunzioni di LSD. La title track ci porta nel buco nero totale, sembra di sentire rifiuti di musica classica sparati nel cosmo, tipo satelliti impazziti. Ma nel formato canzone non accennano a spegnersi: “Momenti Sì Momenti No" il singolo scritto da Daiano (che scrive un po’ tutto il disco), ha un arrangiamento distopico in cui gli strumenti sono sfasati, il timing è un optional e gli echi sono abissali. Per trasformare in musica il concept album di un amore che finisce e ricomincia, Lucariello prevede una specie di proto shoegaze all’amatriciana, con in mente il Phil Spector di Across The Universe in cui la voce caratteristica della Caselli sparisce, ammazzata dagli strumenti (pesante fardello dell’amore?).

Se è vero che non si capisce un cazzo nel missaggio, è anche vero che la batteria è l’unica cosa che si distingue nel marasma, ed è stranamente “metallara”, per non dire punk. In “Desiderare” l’andazzo melodico caria i denti, insostenibile ma vero. Certo, immaginato velocizzato e cantato dai Ramones sarebbe stato un capolavoro. In questo momento, la protagonista del disco non riesce a mollare il suo lui, quindi Lucariello le mette la voce dentro una specie di chorus come in una stasi robotica. Poi ok, chili di riverbero (era famoso per usare riverberi naturali di stanze, cessi, e roba simile: gli outboard più avanzati non erano a portata delle tasche di allora).

“Il Magazzino Dei Ricordi” non fa a meno delle sviolinate, ma l’intro ricorda stranamente qualcosa di Bjork, con tanto di batteria quasi “machine”. Sicuramente uno dei pezzi migliori a livello di atmosfera, con strani organi "retroattivi". Qui il ricordo amoroso di lei prende il sopravvento: momenti che non torneranno mai, trasformati in un modo che ricorda Mia Martini. Stacchi continui che, in effetti, ti chiedi se l’arrangiatore non sia impazzito.

Capire le parole non è importante per Lucariello, questo in qualche modo lo pone nella grande tradizione “criptica” del grindcore, ad esempio. Diciamo che pensa agli iniziati, i quali in “Prima Non Sapevo” si rendono conto dopo ore di ascolto che il tipo tanto amato è in realtà un cornificatore che ha anche dei figli. Insomma, un disagio di filastrocche infantili e virate prog inaspettate. C’è del bipolarismo nell’aria, la musica si srotola come un monologo autistico con ovviamente tonnellate di eco. L’espediente di una voce “indietro” ricorda gli esperimenti coevi di Lucio Battisti in Anima Latina, dura capire chi sia arrivato per primo.

Il maestro Valona in “Io Delusa” tira fuori tutte le sue armi neomelodiche per la botta di “sfiducia nel progetto” a seguito dello svelato adulterio. Il brano probabilmente più moscio e prevedibile del lotto vede però i caratteristici “missaggi di chitarra acustica” di Lucariello, in cui si percepisce solo lo strumming e che ancora fatico a spiegarmi dopo anni e anni. Sperimentazione o assurdità? Boh. Meno male che il loop finale stuporoso salva tutto, con una batteria a briglia sciolta nei fill. Passiamo innanzi.

“Piano Per Non Svegliarti” narra di un incontro clandestino fra i due ex amanti, nel quale riparte l’inaspettata passione. Pezzo dalla melodia che sembra mutuata ai Beatles, finalmente vede un basso a pulsare e chitarre dodici corde in stile weird folk. Per il resto, l’orchestra assassina non accenna a fermarsi. Lei intanto, per salvarsi da essa, scappa dal letto di nascosto e lo molla a dormire.

“Noi Lontani Noi Vicini” però è un’interessante composizione che dà finalmente respiro alla voce, l’orchestra in secondo piano e batteria pestona con tanto di bongos. Certo, la melodia camuffata nei momenti più barocchi sembra roba da chiesa: il grande limite del lavoro. Gli amanti sono indecisi se stare insieme o farsi gli affari loro. Forse la morale della favola è meglio soli che mal accompagnati, ma sempre innamorati, figuriamoci.

Il disco si chiude con le note di apertura di “Primavera”, lasciando l’ascoltatore stordito. Esperimento di prog zuccheroso, da molti è definito uno dei capolavori della musica al femminile italiana, per altri una mezza mondezza. Di sicuro rappresenta in pieno la follia di Lucariello, l’unico “noiser orchestrale” di casa nostra, che ovviamente fallì il colpo nel tentativo di rendere “alternativo” il concept amoroso che nel Baglioni di “Questo Piccolo Grande Amore” aveva trovato un simbolo (e infatti su Discogs Primavera risulta in zona prog).

Dopo questa esperienza indigesta, la nostra Caterina pubblicherà una mezza raccolta, e abbandonerà le scene perché l’insuccesso—anche se temporaneo—non era nelle sue corde (tornerà a cantare solo sporadicamente, partecipando addirittura al film Tutti Giù Per Terra, famoso per la colonna sonora del Consorzio Suonatori Indipendenti). Si dedicherà alla produzione: dapprima col marito, poi da sola cercando strade alternative con la sua etichetta Ascolto, esperimento che deriva proprio dall’esperienza di “Primavera” nel tentativo di fare musica di ricerca per le masse.

Inutile ricordare che tale sigla produrrà gente come Faust’O, Area, Mauro Pagani, Pepe Maina, Liberovici e finanche Mixo (sì, ve lo ricordate? Quello di Videomusic con i capelli rossi, ora speaker in radio. La copertina del suo disco vedeva una vecchia che si tirava le strisce di coca) portandoli in luce ai più distratti. Nonostante la vittoria di un telegatto nel '79 come miglior etichetta, chiuderà i battenti nel giro di pochi anni. Da quel momento la strada di Caterina è inevitabilmente nel mainstream, nel sistema. Diventa boss del settore, come capo della Sugar che tutti oramai sapete, monopolizza il pop italiano con i suoi trionfi commerciali.

Inutile ravanare nel torbido: le cose stanno così. Che sia giusto o sbagliato dipende dal fattore vendere dischi / fare arte, il solito conflitto fra avere ed essere. Come diceva un inserto di Ciao Amici negli anni Sessanta, Caterina è stata “una bionda satanica apparizione” nel nostro panorama. Di lei i discografici dicevano: "è una brava cantante, una simpatica ragazza, ma il suo stile non ha presa, non può essere capito. È troppo avanti con i tempi". Ma così non fu, e il punto sta tutto qua: speriamo Caterina si ricordi, trattando il suo "materiale umano", che se due più due fa quattro, non sempre una rondine fa Primavera.

Dedicato a tutti gli innamorati che in questo cambio di stagione hanno avuto dei problemi.

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