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Music by VICE

Le ali di John Balance

Sono passati dieci anni da quando John Balance è volato via. Un piccolo tributo a uno dei musicisti più importanti dei nostri tempi.

di Francesco Birsa Alessandri
13 novembre 2014, 4:01pm

Questa storia contiene molti elementi su cui è piuttosto facile essere scettici, molte cose che la razionalità non prende in considerazione neanche ironicamente, neanche come deviazione postmoderna e sociale della paranoia. Eppure non sto nemmeno qui a raccontarvi fatti che vorrei vedere catalogati tra le cose a cui è meglio credere per “fede”. Niente di tutto questo anzi molto di più: questa è la storia di una trascendenza molto più concreta e reale, di un assoluto abbracciato grazie alla musica ma assai tangibile in quella musica stessa.

La cosa a cui non riesco davvero a credere io è che siano passati dieci anni, ma è un fattore strettamente personale che non riguarda nessuno tranne che me. L’unico dato autobiografico che voglio inserire è che il protagonista di questa storia, John Balance, lo avevo visto sul palco in una delle pochissime apparizioni italiane dei Coil quasi quattro mesi esatti prima della sua morte. Era l’11 luglio del 2004, io avevo 17 anni e potete immaginare che effetto mi fece. Me ne bullo abbastanza spesso, in una maniera che adesso mi pare anche un po’ irrispettosa. Il 14 novembre dello stesso anno ero appena tornato a casa da scuola e mi arrivò un sms che mi avvertiva che la sera prima Balance era morto. Mi pareva uno scherzo assurdo, anche se sapevo benissimo che la persona che me lo aveva mandato non avrebbe mai scherzato su una cosa del genere. Non in quel periodo, almeno.

Il mio stupore, ho scoperto tempo dopo, era in gran parte condiviso da chi gli era più vicino: nonostante Balance stesse dando guerra da un sacco di anni all’alcolismo e a un paio di altre rote minori, erano parecchi mesi che la sua ritrovata sobrietà lo teneva tranquillo, e il giorno prima era apparso a tutti sereno e persino allegro. Invece è finito per morire proprio cadendo dalla finestra del suo appartamento, in un incidente che, almeno apparentemente, è stato causato da un abuso di alcool. O forse no, forse di cause non ce ne sono state. Non voglio addentrarmi stupidamente in microanalisi agiografiche da mitologia pop ma eccola qui l’assurdità, non scambiatela nemmeno per il tentativo di trovare un senso a una morte che, come tutte le morti e tutte le vite, non ne ha e non chiede di averne. Ma ci sono tante cose intorno a quella particolare morte e a quella particolare vita che sembrano dire con lettere molto molto chiare: “Me ne vado, ve lo dico: me ne sto andando, ma non ha importanza. Sono qui, ci sono sempre stato e non sono mai esistito”. Una vita che nessuno di noi può arrivare a comprendere ma soltanto cercare di sfiorare in qualche modo, un’esistenza pericolosa in senso più metafisico di quanto siamo abituati a intendere.

La morte, qui, non rappresenta la fine di nulla, se non il momento in cui si cristallizza la figura di un artista la cui unica preoccupazione era quella di affermare contemporaneamente una distanza dal mondo così com’è e una penetrazione in tutte le cose, che musicalmente ha affrontato il caos del rumore puro dentro le architetture elettroniche più raffinate, usato la danza acida per tagliarsi da solo la testa nell’atto di meditazione, cantato melodie pop dentro spazi sonori pieni di schegge infette. Qualcuno che ne dia un compendio serio e ragionato non si è ancora visto, anche perché la discografia dei Coil pare studiata apposta per non essere riassumibile se non in un formato bello grosso, che mescoli la biografia alla critica musicale all’analisi approfondita di tutti i risvolti spirituali e quelli legati alle politiche di genere e del corpo. Un volume che finirebbe per essere un manuale di resistenza psichica, materiale esplosivo per nuovi assassini psichedelici.

La maggior parte delle band a due membri di musica elettronica fondate negli anni Ottanta—perlomeno da Soft Cell e Yazoo in poi—si fondavano sulla scansione binaria fuoco/ghiaccio: uno canta, l’altro sta dietro ai synth, uno è passionale e pieno di emozioni, l’altro gelido e sintetico. A parte che i Coil non sono mai stati davvero un duo (dai membri più o meno fissi come Stephen Thrower prima e Thighpaulsandra & Ossian Brown poi, ai collaboratori più o meno occasionali come Danny Hide, Jim Thirlwell, Marc Almond, i Black Sun Productions, Rose McDowall… ne è passata di gente nella band), ad ogni modo: la coppia Balance-Christopherson appariva più bilanciata, almeno a livello emozionale e di ferocia intellettuale. Sembravano due parti di una sola creatura: se Peter ne rappresentava le braccia operose e le mani artigliate, John ne era gli occhi incendiari, la voce irresistibile. Usava minare il linguaggio come elemento fondativo della percezione, una lezione imparata tanto da Burroughs quanto da Austin Osman Spare, attaccare la parola per arrivare al cervello scalando uno ad uno i piani dell’esistenza. “By working the soil we cultivate the sky” diceva in “Broccoli” e "If you want to touch the sky/just put a window in your eye" in "Windowpane": si piantano semi in basso per arrivare in alto e rovesciare tutto, mettere radici da tutti i lati. Tutto si fa anima, tutto si fa corpo e quello dell’artista è il seme stesso, principio e fine di una riproduzione che varia da cancerogena a fertile a seconda delle prospettive. A seconda della finestra. È tutto anche nel loro manifesto:

COIL is a hidden universal. A code. A key for which the WHOLE does not exist. Is NONEXISTENT, in silence and secrecy. A spell. A spiral. A serpents SHt round a female cycle. A whirlwind. A double helix. DNA. Electricity and elementals. Atonal noise, and brutal poetry.
COIL is amorphous. Luminous and constant change. Inbuilt obSOLescence. Inbuilt Disobedience. A vehicle for obsessions. Dreamcycles in perpetual motion. We are cutthroats. Infantile. Immaculately Conceived. Dis-eased. The Virus is Khaos. The cure is Delirium.
COIL are Archangels of KHAOS. The price we pay for existence is eternal Warfare. There is a hidden coil of strength, dormant beneath the sediment of convention. Dreams lead us under the surface, over the edge, to the Delerium state. UNCHAINED. Past impositions and false universals. Reassembling into OUR order.
COIL. Who has the nerve to dream, create and kill, while the whole moves every part stands still. Our rationale is the irrationAL. Hallucination is the truth our graves are dug with. COIL is compulsion. URGE and construction. Dead letters fall from our shedding skins. Kabbala and KHAOS. Thanatos and Thelema. Archangels and Antichrists. Open and Close. Truth and Deliberation. Traps and Disorientation.
Coil exist between Here and Here. We are Janus Headed. Plural. Out of time. Out of place. Out of Spite. An antidote for when people become poisons.
COIL know how to destroy Angels. How to paralyse. Imagine the world in a bottle. We take the bottle, smash it, and open your throat with it. I warn you we are Murderous. We massacre the logical revolts. We know everything! We know one thing only. Absolute existence, absolute motion, absolute direction, absolute Truth. NOW, HERE, US.

"Not Knowing What Is And Is Not
Knowing, I Knew Not"
(Hassan i Sabbah)

Quello di John era già di suo un corpo trafitto, per sua stessa volontà e suo stesso piacere, e la forza dinamitarda dell’energia che guadagnava stava in tutto il sangue che continuava a perdere, nella carne sacrificata e bucata. Fieramente frocio, facendo di tutto per mantenere la provocatorietà e la minaccia allo status quo contenuta in un modo di vivere il proprio corpo che, nei suoi anni, era soprattutto esposto alle possibilità di un contagio quasi più pericoloso in senso sociale che medico. Tutto ruota intorno al buco del culo: è lì che si trafigge e lì si viene trafitti per la prima volta, è lì che si articola tutto il cammino di autodistruzione e la ricaduta nel tempo. Il dolore e il piacere di tuffarsi e cadere, come il matto dei tarocchi. Anche qui il maestro è soprattutto Burroughs, ma come lui anche Genet, Kenneth Anger, Francis Bacon e l’amico Derek Jarman.

La caduta, quindi, non finisce mai, è il moto assoluto di cui parla il manifesto. In The Ape Of Naples, album composto e registrato in un periodo di quasi dieci anni e uscito a pochi mesi dalla tragedia, ci sono le tracce di una consapevolezza che mette i brividi. Ed ecco le coincidenze, ed ecco le assurdità di cui sopra: in “Heaven’s Blade” John racconta in maniera del tutto lucida di essere pronto da un sacco di tempo, di stare vivendo quel momento e quella caduta da sempre e di poterlo vedere da tutte le angolazioni. Non si tratta di sapere esattamente cosa sarebbe successo e quando, ma di raggiungere uno stato di consapevolezza che fa pace col caos (a questo punto mi pare ridondante metterci sempre “e viceversa”): “There's blood in the sun/There's blood in the sun/But I'm not afraid/I cut myself with Heaven's blade/Inside the wound I found my wings/And walked away from this human skin”. Le ali si guadagnano scoprendo di averle sempre avute, come una creatura bestiale chiamata angelo, quella che solo i Coil hanno sempre saputo distruggere. Le ali, gli angeli, il volo e la morte vanno avanti e indietro per tutto il disco, si drammatizzano in “Tattoed Man”, si sentono pesantissime in “The Last Amethyst Deceiver” e tornano leggere come l’aria in in “Going Up” (che, con il solito umorismo killer, riprende il tema di una serie tv omofoba della BBC). Poche settimane prima era uscito …And The Ambulance Died In His Arms: anche in questo caso tutto era stato deciso quando nessuno si aspettava che la vita di John sarebbe “finita” così, ma a raggelare veramente il sangue con una bellezza che scavalca le parole è la traccia che apre The Ape…: “Fire Of The Mind”, la somma definitiva di tutto ciò che i Coil saranno per sempre:

Does death come alone or with eager reinforcements?
Does death come alone or with eager reinforcements?
Death is centrifugal
Solar and logical
Decadent and symmetrical
Angels are mathematical
Angels are bestial
Man is the animal
Man is the animal

The blacker the sun
The darker the dawn
Flashes from the axis
Flashes from the axis
On the hummingway to the stars

Holy holy, holy holy, holy oh holy
Holy holy, holy holy, holy
Holy holy, holy holy, holy

Man is the animal

The blacker the suns
The darker the dawn

Che la direzione fosse il basso non ha, quindi, nessuna importanza e c’è tutta una vita e tutta una produzione pronta a mostrarcelo chiaramente. Un viaggio al termine della notte nera dell'alcoolismo, al mattino successivo fino al tramonto. Sei anni dopo, comunque, anche Peter si accorse di avere le ali, ma è un volo che racconteremo un’altra volta.

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