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Ho chiesto a Giovanni Allevi cos'è l'amore

E anche opinioni sull'ultimo di Jovanotti, ma purtroppo non l'ha ascoltato.
Sonia Garcia
Milan, IT
16.3.15

Commento di Mattia Salvia: "È Cristicchi?"

Il Politecnico di Milano ha deciso che quest'anno vuole diventare il mio posto preferito, è evidente. Dopo i gusti musicali degli architetti, ho deciso di approfittare dell'unica possibilità che il servizio cultura della mia università mi ha donato, giovedì scorso, per conoscere l'unico vero pianista con le Converse che il nostra paese ci abbia mai potuto regalare: Giovanni Allevi. Non dovete chiedervi quale sia il nesso tra quest'ultimo e le arti/scienze politecniche, fatevi bastare le due righe pubblicate sul sito come ho fatto io: "Un’occasione speciale riservata agli studenti del Politecnico di Milano per incontrare il musicista Giovanni Allevi che si racconterà e risponderà alle vostre domande. Vuoi chiedere qualcosa a Giovanni Allevi? Invia la tua domanda a serviziocultura@polimi.it".

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Ovviamente le mail inviate a serviziocultura@polimi.it, nonché a innumerevoli uffici stampa, sono state moltissime. Purtroppo per me nessuno di queste entità mi ha mai dato risposta, di conseguenza mi sono dovuta sbattere più del previsto. Ma forse è stato giusto così, altrimenti non avrei mai potuto fare la cosa che c'è scritta nel titolo, cioè chiedere ad Allevi che cos'è l'amore.

Lo spettacolo è durato circa un'ora e un quarto, in cui tre studenti hanno posto i loro quesiti a quello che ho scoperto essere 1. maestro, 2. cavaliere della repubblica, 3. direttore d'orchestra, e io sono riuscita a sfiorare l'assopimento, dall'alto della mia ventesima fila—il mio gatto mi ha graffiato in faccia, un motivo in più per rimanere nell'ombra.

Le domande degli studenti sono stati le seguenti:
"Volevo chiedere al professore quale peso egli dia nella sua composizione all'istinto e alla logica matematica che è in sé intrinseca nella musica?"
"Giovanni, amo le tue composizioni per le emozioni che mi donano ogni volta che le ascolto. Studio da anni pianoforte e ho provato a comporre musica, chiedendomi spesso in che modo un compositore possa esprimere il proprio pensiero musicale in modo originale e piacevole, senza cadere nella banalità o nell'imitazione di opere famose."
"Ho cominciato a suonare le tue canzoni a diciott'anni, ho in casa diversi tuoi album e sono stato a un tuo concerto cinque o sei anni fa. Il tema che da sempre trovo nelle tue composizioni è essere se stessi, sempre un po' diversi. Ti definisci innamorato dell'amore, nonostante le ideologie piene d'odio. Com'è possibile al giorno d'oggi non cedere alle pressioni esterne, non distrarsi mai ed essere sempre ciò che si è dentro?"

Potevo fare di molto meglio, naturalmente.

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Noisey: Conosci VICE?
Giovanni: No, di cosa si occupa?

Informazione non convenzionale, possiamo dire.
Se è così vi faccio davvero i miei complimenti. È necessario che l'informazione sia in linea con i profondi cambiamenti che sta attraversando il mondo della musica. Il mondo della musica si sta facendo molto più libero e democratico. Esistono delle forme di espressione che fino a pochi anni fa non avrebbero avuto nessuna ribalta, nessuna possibilità di raggiungere gli ascoltatori. Invece adesso per fortuna percepisco nella musica una grande libertà e democrazia nell'espressione, quindi se la vostra rivista riesce a dare voce a quelle espressioni musicali che altrimenti non troverebbero spazio, allora vi faccio i miei più grandi auguri. Avete già la mia stima in partenza.

Grazie! Che musica ascolti tu in genere?
Dunque, per una mia esigenza personale in questo periodo ho bisogno di silenzio. Per affrontare il tour internazionale di pianoforte mi nutro proprio del silenzio su cui posso appoggiare mentalmente le note che andrò ad eseguire in pubblico. Vado un po' in controtendenza su questo eccesso di stimoli e di informazioni in cui tutti quanti siamo inevitabilmente immersi.

Ah, quindi ti fai bastare il silenzio?
Sì. Non è semplicemente una mancanza di suono, ma una condizione dello spirito. Per ritrovare il contatto profondo con la nostra identità, con le nostre emozioni, con i nostri pensieri, bisogna cercare quel silenzio, che invece è rotto da tantissimi messaggi di altri. Messaggi che provengono dalla società che ci dicono cosa dobbiamo pensare, cosa dobbiamo ascoltare e come ci dobbiamo sentire.

Certo, io però intendevo eventuali preferenze musicali. Non ascolti musica con le cuffie?
No. Fondamentalmente prediligo il silenzio, non so se sia un genere. È la risposta più sincera che ti posso dare.

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Ok. Sei molto giovane per la posizione in cui ti trovi e i riconoscimenti ottenuti, e dimostri sempre meno anni di quelli che hai. Che età ti daresti in realtà?
Ho capito quello che intendi. Effettivamente dimostro molti meno anni di quelli che ho e su questo non posso farci niente. Simpaticamente ti direi che ho fatto un patto con la musica. Essere in contatto con il linguaggio musicale mi fa sentire sempre eternamente bambino, ed è inevitabile che quello che ci sentiamo dentro finisce per essere la nostra immagine esteriore. Ho ricevuto molti riconoscimenti di tipo culturale, molto prestigiosi e importanti. Però nei momenti in cui mi sono stati dati quei riconoscimenti, ti posso dire che dietro quella che magari è una pergamena attaccata a un muro con una bella cornice, c'è una grande passione. Da parte di chi mi ha voluto conferire questo attestato, e da parte mia, che ce ne ho messa sempre moltissima. È questa che ha portato a delle conseguenze, magari sorprendenti, ma sempre vere, sincere e vissute. Non lo chiamo neanche mestiere, non è che faccio questa attività per ottenere riconoscimenti. L'importante è che io scriva la mia musica, che ci metta tutto me stesso, che la mia vita vissuta resti impressa in quelle note. Questo è davvero importante per me. Poi il riscontro esterno è una meravigliosa consenguenza, che non posso assolutamente controllare.

No infatti, che però ti fa piacere ricevere.
Sì, mi fa molto piacere.

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Che significato dai al tuo vestire casual?
Coerenza. Io sin dall'inizio ho fatto questa scelta. Ho pensato che davanti al pubblico, sul palco, dovessi raccontare me stesso con la massima sincerità e trasparenza. Guardare in profondità dentro se stessi e da lì trasformare quelle emozioni, quelle visioni in musica, e condividerle con il mondo. Questo è, con tutta semplicità, e nella sua assurdità, quello che faccio.

Non è una scelta calcolata, allora.
È esattamente il look che avevo a casa mezz'ora prima di salire sul palco. È come mi sento. La mia identità. Se vieni a casa nel pomeriggio, in un momento in cui non sto facendo niente, mi trovi esattamente così. Questo fa in modo che mi senta sul palco totalmente a mio agio. Oddio, a mio agio non lo so, perché essere trasparenti nei confronti di un pubblico è comunque un gesto folle.

Quali sono le cose che dicono di te che ti danno più fastidio?
No, non mi dà fastidio niente. Come dicevo, il giudizio racconta della persona che te lo sta rivolgendo. Io sono convinto che viviamo in un mondo in cui la diversità deve essere salvaguardata. È importante che ognuno possa esprimere il proprio giudizio, anche in maniera poco educata, com'è accaduto nei miei confronti. Questo mi dà un po' fastidio perché io sono stato sempre molto delicato. Però ricordo chiaramente le parole di Kant nella Critica del giudizio, il giudizio estetico è sempre soggettivo. Non è mai perentorio, non c'è nulla di oggettivo. E quindi va bene.

Hai in testa questo, e va bene così.
Sì, poi ecco ho superato momenti difficili. C'è stato un periodo dove ho percepito proprio una macchina del fango molto decisa e spregiudicata, che aveva una chiarissima finalità. Si è praticamente sgretolata e io continuo a fare il mio. Tutti i fan di Giovanni Allevi sono un po' Giovanni Allevi

Giusto. Il tuo disco si chiama Love, tu cosa intendi per amore?
È il darsi dell'artista che cerca di comunicare le proprie emozioni e condividerle con il mondo, e magari riuscire a creare una emozione. Poi c'è il grandissimo amore che l'artista riceve, con quell'applauso, con quei sorrisi, è un continuo scambio. In particolare in questo album è il racconto di una vita vissuta, perché l'amore resta comunque l'elemento essenziale della nostra esistenza. Solo che si manifesta nella nostra vita attraverso mille sfaccettature differenti. Dall'amore passionale, all'amore che non funziona, all'amore sacro, e quello per la famiglia.

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Hai sentito l'ultimo disco di Jovanotti?
Ho collaborato con lui agli esordi, tantissimi anni fa. È stata una brevissima parentesi, e non ho sentito l'ultimo disco.

A Sanremo eri nella giuria che ha scelto i giovani, che te ne è parso?
È stato un grande onore essere chiamato ad essere superospite. Lì ho avuto questa possibilità di suonare il pianoforte davanti a una platea immensa. Considero Sanremo non un evento pop, ma una manifestazione dello spirito e del tempo, se vogliamo utilizzare una categoria hegeliana. Un momento in cui l'Italia può riflettere su se stessa, sui propri slanci e sulle proprie ansie.

In senso costruttivo?
Sì, assolutamente. È questo che ho percepito nei giovani. Per la selezione delle nuove proposte ho ascoltato 478 canzoni e letto 478 testi. Lì veramente ho capito che nelle nuove generazioni c'è una grande preoccupazione per la crisi, questo è inevitabile, ma anche un grande slancio. La voglia di riprendere in mano le redini del proprio destino e la voglia di non perdere il sognatore che è in ognuno di noi.

Ho letto che hai avuto a che fare con Arezzo. Io sono di lì…
Ma veramente? Che bello! Dopo il diploma di pianoforte, per diversi anni, sono andato a studiare all'Accademia di Alto Perfezionamento di Arezzo, in Via Montegrappa 10. Non molto distante dal centro. Ricordo che facevo otto ore di viaggio, da Ascoli Piceno. Era il '91, è passato un po' di tempo. Tutti i giorni facevo questo viaggio, arrivavo lì, mi perfezionavo, incontravo tantissimi didatti, colleghi e studenti e lì ho fatto anche i miei primi concerti. Un'esperienza bellissima. Una volta sono rimasto pure chiuso a chiave nel circolo culturale di Arezzo, per tutta la notte.

Che bello. Grazie mille, Giovanni. E scusa se ho uno sfregio sulla guancia, non mi ha picchiata nessuno, è stato il mio gatto.
Come si chiama il gatto?

Sara.
Ok.

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