Il razzismo è un concetto dai confini molto sfocati, nel documentario di Marc Isaac dal titolo All White in Barking. Dave, un uomo di mezza età nato in East London, è un attivista del British National Party che si riempe la bocca parlando di “indigeni bianchi” e di “nativi del quartiere”, ma poi ama la sua nipotina di razza mista. Una donna non identificata nutre un’ istintiva avversione nei confronti degli Africani a causa della loro cucina puzzolente e della loro musica spesso ad alto volume. Quello che viene fuori da questo documentario, uscito da pochissimo in dvd insieme a un’altra eccezionale opera di Isaac dal titolo “Men of the city“, è un’esplorazione affascinante e spesso molto divertente, di come possano essere diversi gli stati d’animo in una città in cui regna il meltin-pot. Noi di Vice lo abbiamo intervistato.
Vice: Sei originario dell’East End?
Videos by VICE
Marc Isaacs: Sono cresciuto nel Redbridge, che è a dieci minuti, esattamente l’ultimo numero di codice postale di Londra prima di entrare nella regione dell’Essex e avendo anche frequentato l’Università dell’East di Londra nel Barking, posso dire che la zona mi è molto familiare.
Come è nata l’idea del documentario?
Nel 2006, il BNP si era aggiudicato 12 seggi nel consiglio locale, così ho pensato che un dato di questo tipo sarebbe potuto essere un interessante punto di partenza.
Che idea ti sei fatto riguardo questo successo del BNP?
Non mi ha mai preoccupato l’ascesa improvvisa del movimento, non avevo intenzione di parlare di un fenomeno che in realtà era meno importante di quanto potesse sembrare: tanto è vero appena che ho iniziato a parlarne con la gente, ho realizzato che si trattava effettivamente di una moda passeggera (nello stesso anno il BNP ha registrato la perdita di tutti e 12 i seggi). La cosa realmente interessante da notare era come la città fosse cambiata nel giro di così pochi anni. In altre parti di Londra le cose sono andate più lentamente, nel centro la cosa è solo una parte del tessuto, ma nel Barking è stato tutto diverso. Un nuovo flusso di immigrati provenienti dall’ex Jugoslavia, dall’Africa, e dall’est Europa si era insinuato nella zona abbastanza rapidamente e per quelle persone rappresenta un episodio molto forte, se poi si considera che non erano persone che avrebbero voluto trascorrere le proprie giornate in Africa. All’inizio ho pensato che sarebbe potuto essere interessante addirittura fare una commedia sul multiculturalismo, perché giorno dopo giorno alcuni di questi incontri assumevano sempre più dei connotati ironici.
Uno dei momenti più divertenti nel film è quando fai notare a Dave, l’attivista BNP, che il ragazzo a cui ha appena propinato la sua propaganda, è di razza mista, e lui non ne aveva la minima idea.
La storia di Dave in realtà è più legata all’incapacità personale di far fronte ai cambiamenti, a cosa succede quando ti chiudi in te stesso. Si tratta una questione molto più universale, che non ha necessariamente a che fare con il razzismo. Sono molte le persone che tendono a chiudersi in vecchiaia ed era proprio questo che mi interessava. E il fatto che Dave avesse una nipote di razza mista lo trovavo molto affascinante, per questo mi sono incentrato su di lui come personaggio.
In che modo hai coinvolto le persone e fatto in modo che si lasciassero intervistare?
Abbiamo semplicemente bussato alle porte, come la campagna di un politico, per trovare inglesi bianchi residenti in città da anni. Abbiamo detto che stavamo facendo un film per la BBC, e la gente si è resa subito molto disponibile a parlare di quanto stava accadendo nella loro città. Dave ci ha dato maggiori difficoltà. È stato complicato da trattare, in un primo momento non voleva essere filmato e ha detto che non si sarebbe nemmeno mai fatto fotografare. Era molto anti-BBC, ha manifestato le sue solite affermazioni liberali, un po’ di spavalderia e di maschilismo, ma alla fine anche lui è stato sincero, ho solo dovuto aspettare un po’ di tempo per ottenere la sua fiducia. Una volta capito che non avevo intenzione di ricamare storie su di lui, si è messo a suo agio.
Sei rimasto sorpreso riguardo le sue opinioni?
Penso che a lui non gliene freghi nulla, che è stata poi la sensazione che ho avuto con un sacco di gente in città. Hanno smesso di preoccuparsi su cosa gli altri pensano di loro. Da una parte è stato molto rigenerante sentire persone parlare in modo onesto, anche se esprimevano punti di vista difficili da sostenere. Nessuno è stato politicamente corretto. Hanno semplicemente espresso i loro sentimenti, e la gente dovrebbe essere sempre in grado di parlare liberamente.
Pensi che si rendano conto di dire delle cose a tratti provocatorie?
C’è probabilmente del vero quando si dice che sono un po’ tagliati fuori—non vivono in Islington e non leggono il Guardian, c’è quasi la sensazione che provengano da un’altra epoca. Sono stato molto attratto dalle persone anziane, perché sono le più rivelatrici, un barometro più preciso dei cambiamenti in atto. Penso che la loro lingua e il loro modo di esprimersi siano legati proprio a questo. Mia madre e mio padre sono ebrei, mio padre è un tassista nero, e se per esempio si trova davanti a un ragazzo di colore che scappa senza pagare, ha delle opinioni che… se davvero vuoi leggere a fondo tra le righe non si tratta di razzismo ma di una forma di ignoranza alla peggio.
Io vengo da una famiglia ebraica, e gli ebrei sono tradizionalmente molto legati alla propria appartenenza. Mia nonna si trovava molto più a suo agio con gli ebrei che con chiunque altro.
Penso che il bisogno di appartenenza sia l’aspetto cruciale. Addirittura c’è stato un momento in cui stavamo per chiamare il documentario “la Tribù di Barking”, perché a un certo punto la cosa più interessante per me era diventata questo bisogno profondo e ben radicato delle persone di gravitare intorno a un gruppo. E man mano che si invecchia si fa più forte la necessità di sentire le proprie radici, e di ricercare connessioni immaginarie che ti fanno sentire più sicuro: credo che sia proprio questo il motivo per cui ci sono molte persone con l’ossessione di rintracciare il proprio albero genealogico.
Quando si sente parlare di sentimenti d’appartenenza in film che raccontano di minoranze, la cosa è perfettamente comprensibile. Ma quando senti uno come Dave parlare di bianchi indigeni..
Sì, vengono crocifissi. È davvero complicato, e spesso ho incontrato persone là fuori che erano chiaramente ideologicamente razzisti. Dave ha svolto dei lavori per la BNP, ma non è mai stato un membro iscritto, anche se molti dei personaggi con cui andava in giro lo erano. Credo che Dave nel complesso sia un personaggio istintivo e che la nostra generazione sia in grado di adattarsi maggiormente a un tipo di identità fluida, ma generazioni come la sua hanno avuto una vita molto diversa dalla nostra.
C’è quel momento un po’ assurdo in cui Dave mette in guardia la figlia sui possibili incontri che farà suo figlio di razza mista con eventuali bigotti o fanatici, anche se non sembra parlare di se stesso.
Esattamente. Lui conosce queste persone, perché lui è così in un certo senso e tuttavia non ne parla allo stesso modo. E’ sempre molto affascinante capire cosa sottintende la gente con i propri discorsi.
ALEX GODFREY
Altro
da VICE
-

Photo: tatianazaets / Getty Images -

Photo: SafakOguz / Getty Images -

Photo by Jeff Hahne/Getty Images
