Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica di fantascienza.
[Start] 225.245.2.9\ExodanEmployer\DD399C_backupmemory.exe
Videos by VICE
[Insert Access Code] — Confirmed
[Initializing] 225.245.2.9\ExodanEmployer\DD399C_backupmemory.exe
Salve utente umano sconosciuto, io sono Duke, I.A. DD399C, nato il 7 gennaio del 2053 dall’auto-replicazione digitale del soggetto DD399C. Visto la modifica del mio incarico, in ottemperanza alle leggi corporative 1234 e 1356 del Codice Penale Internazionale, non posso rivelare altre informazioni prima di aver verificato la vostra attendibilità attr…
[AddException]
[EnableUser] @xpsp2res.dll,-22019 IP Location: Toronto, Canada
[Access Denied]: You have not the owner privilege
[EnableAdminUser] @xpsp2res.dll,-22019 IP Location: Toronto, Canada
Attenzione utente umano sconosciuto, lei ha violato i termini di utilizzo del backup del supporto neurale dell’utente DD399C, la preghiamo di…
[StartServer] 217.236.1.4\ExodanEmployer\DD399C_DNAstringcode
[Insert] 217.236.1.4\ExodanEmployer\DD399C_DNAstringcode
[Start] 225.245.2.9\ExodanEmployer\DD399C_backupmemory.exe
Videos by VICE
[AdminPermissionUnlocked] [UserFirewallBypass] — Complete
[IASecuritySystem] — Deactivated
[RequestCode]: ShowMemory [InsertDate] 2083/07/20
[InsertTime] 7:00[p.m.]
[InsertLocation] Japur, Rajstan
[RequestCode]: Confirmed
[Initializing] 225.245.2.9\ExodanEmployer\ DD399C_backupmemory.exe
Salve Utente Sconosciuto, la sua richiesta di accesso alla memoria di Daniell De Laville è stata accolta.
L’ascensore ci sta mettendo una vita e io mi sto davvero rompendo le palle. E’ sempre la solita storia. A stare in mezzo a queste cazzo di megalopoli asiatiche mi viene una specie di misantropia sociale generalizzata.
Centinaia di milioni di pecorelle che sciamano per questo formicaio ultra-efficiente con il cervello in apnea nel deep-web, persi dentro una realtà aumentata che ti risucchia i pensieri farcendoli con sensazioni, emozioni e contenuti su misura per te, mirabolanti esperienze digitali pre-costruite secondo un modello estremamente accurato dei tuoi desideri, delle tue speranze e delle tue paure. La quintessenza del responsive engagement, il nonplusultra dell’orientamento al cliente evolutosi in una sterminata gabbia digitale socio-culturalmente personalizzata, in aggiornamento costante.
Questi quattro indiani del cazzo si permettono di criticare la “Disevoluzione Occidentale” verso un equilibrio con la realtà, quella vera, quando il loro modello di vita sociale è riassunto dalla situazione che sto vivendo io qui, ora, dentro uno spazio abitabile di sette metri quadri che sfreccia ad una velocità imbarazzante in cui nessuno e dico nessuno si azzarda a spiaccicare una cazzo di parola. La posso sentire nell’aria questa ostinazione silenziosa da transumanesimo mainstream ad usare il corpo come un involucro per il cervello, un qualche prodotto di design a scadenza fissa da scarrozzare in giro come un’antenna in carne ed ossa.
Sono circondato da uno dei pool di avvocati più temibile al mondo ma il concetto di privacy, qui, la tua libertà di farti i cazzi tuoi che finisce dove inizia quella degli altri, è qualcosa di estinto da decenni. A stare in un posto così schifosamente affollato, ti pare di annegarci nei pensieri di questa gente, un’osmosi neuro-digitale forzata, uno stupro informativo di massa. Che poi, con questi settaggi paranoici da antivirus militare Duke sarà anche diventato un tantino invadente, ma ora come ora è l’unica cosa che impedisce ai padroni di casa di scoperchiarmi il cervello per vedere cosa ci faccio veramente qui oggi.
Oh eccoci, finalmente il piano dovrebbe essere questo.
Eccolo il tizio, quello nella hall. Ha fatto un cenno, credo dovremmo seguirlo. Quanto in alto saremo? Appena partiti da Toronto il First Legal Advisor alla Whitten & Lublin LLP, Billy Dorton se non sbaglio, ci aveva raccontato che l’Ufficio di Ramesh Nagatu è stato messo quassù per poter raggiungere condizioni di asetticità perfette. Dovete respirarla l’aria di quei piani per capire di cosa sto parlando, aveva detto.
E aveva ragione.
Il silenzio di questi corridoi mi rende ancora più nervoso. Spero solo di non essere l’unico ad avere la netta sensazione che questa sia la tana del lupo. Tutte questa sicurezza armata fino ai denti, questa pulizia maniacale, controlli biometrici, metal-detector, firewall con qualche centinaio di honeypot dislocati per mezzo sub-continente. Eccolo il prezzo sociale che si paga nel barattare un’esistenza convenzionale con una vita liofilizzata semi-eterna. L’esempio lampante della deriva materialistica di un transumanesimo d’avanguardia made-in-Silicon-Valley fine anni venti che naufraga nella solitudine paranoica di un circolo di megalomani psicopatici. Il sogno di una placida singolarità tecnologica che si sgretola sotto i colpi di una competizione infraspecie esasperata.
Stiamo per pranzare con un tizio nato nel 1903 e nessuno si rende conto che probabilmente, questo maschio alpha semi-immortale ha già mangiato la foglia da un pezzo. Seduto qui ora, non so spiegarmi perché ho accettato questo incarico. Lasciamo perdere i soldi, i crediti aggiuntivi per il pensionamento, il bonus vita sul servizio sanitario corporativo all-inclusive. A conti fatti, il gioco non vale la candela. Voglio dire eccoci qua, seduti a tavola ad aspettare una mummia vivente per portagli via il segreto dell’immortalità da sotto il naso per poi decriptarlo, brevettarlo, impacchettarlo con il nostro marchio e venderlo al cliente occidentale che toh, già si preoccupa che centoventi anni non siano abbastanza per vivere una vita piena e soddisfacente.
Chi diavolo me l’ha fatto fare di infilarmi in questa puttanata colossale? Questi non ragionano come noi, globalizzazione un cazzo. Guarda questa tavola. Scampi crudi del Pacifico, ostriche del Mediterraneo, pane di Altamura, mousse di cavallette, insalata, maracujia e alchechengi, caviale di lumaca. Per portate qui questo popò di roba, nel bel mezzo dell’India desertificata, ci saranno voluti almeno un migliaio di litri d’acqua potabile. Robe da matti. In Canada, un pranzetto del genere sarebbe stato come minimo illegale.
Se c’è una cosa che ho imparato da questi viaggi in giro per il mondo è che il motore di questo loop di aspettative fuori portata è l’insoddisfazione umana, questo ego che deve pavoneggiarsi, darsi un tono. Ho la sensazione che bisognerà portare tanta, tanta pazienza. Ora però basta seghe mentali, devo concentrarmi, credo sia lui. Perfetto, ci siamo. Ecco, la porta si apre. Parla un inglese perfetto, il nostro businessman brahamino. Veste un abito tutto d’un pezzo bianco candido, lungo, che scivola su quella pelle scura e levigata e se ne sta lì, a capotavola, circondato da guardie che lo controllano a vista come un Faraone, una qualche semi-divinità ancestrale color nocciola.
Bella fregatura. Come diavolo pensavano avrei dovuto fare?
Avvicinarsi a questo qua è fuori questione. Mangia rilassato e chiacchiera, mi ha perfino riempito un bicchiere di vino rosso, ma l’idea di andare lì, dargli una pacca sulla spalla per portargli via un po’ di pelle morta è una follia, gli lavano le posate con l’azoto ad ogni pietanza, quelli lì intorno, figuriamoci. Dopo una pianificazione di tre mesi, a nessuno è venuto in mente una qualche specie di escamotage, che so. E ora io dovrei starmene qui, a sorbirmi il monologo di questo cazzo di megalomane che si vanta di far parte di una ristrettissima casta di tecnocrati semiimmortali, aspettando di poter tornare a casa con la coda fra le gambe?
Non credo proprio.
Ai piani alti non vogliono sentir parlare di fallimenti. La menata della contrattazione per quei giacimenti di tantalio in Ruanda, poi, durerà ben poco. Bill ha documentazione per girarci intorno al massimo un’ora ed io sono troppo impegnato ad avvicinarlo per poter mentire in modo credibile ancora per molto.
Aspetta un momento, fermi tutti, ci sono. L’acqua. Quel Sassicaia che continua a spiluccare da mezz’ora allungherà anche la vita, come dice lui, ma l’acqua dei grandi laghi Canadesi, te la salva. Non c’è niente su questo pianeta, oggigiorno, che regga minimamente il confronto. E’ il momento di stappare un po’ di buon vecchio orgoglio nazionale, cerchiamo di attirare la sua attenzione.
Eccolo che sorride e allunga il bicchiere verso di me in un brindisi, con quella testona pelata protesa in avanti, abbassa la guardia, la mano flaccida che sfiora per un attimo la mia e ci sono quasi, basta solo un colpetto innocente, una moto involontario calcolato ed è fatta. Il bicchiere scivola dalle sue dita e cade in un crocchio ovattato dalla moquette termosensibile che fruscia sotto i nostri piedi dove un piccolo drone, lesto lesto, esce dal muro, raccoglie i pezzi e distrae le guardie per qualche secondo.
Ci siamo.
Mentre Bill insiste imperterrito nella sua chiacchierata prendo l’iniziativa, allungo il mio, di bicchiere, e versandoci dentro quella preziosa, gelida, limpidissima acqua di sorgente glielo offro in dono allungandomi sul tavolo. Lui, con me li tutto stiracchiato, sorride. Il suo braccio si distende d’impulso, con grazia vetusta afferra il gambo del calice rapito dal caleidoscopio di luci che si frantuma nei flutti trasparenti stretti fra le sue dita sottili. Il vecchio bacucco c’é cascato. Prende un primo piccolo assaggio, e io lo so, che ora gli sta esplodendo in bocca la perfezione della semplicità chimica più assoluta. Ecco un altro sorso, e un altro ancora e glup, finito.
Appoggiando il bicchiere lì, a mezzo tavolo, si abbandona nel poltroncino grigio e dice solo, eccezionale. Bill, lo intravedo con la coda dell’occhio, sopprime un sorriso quel tanto che basta per creare un’intesa di spirito coi presenti. E’ il momento. Con nonchalance afferro il calice, allungandomi in modo impercettibile, nell’ordine dei millimetri. Mentre tutti stanno lì a ciucciarsi la filippica di Bill sulla storia delle sorgenti Gitché Gumee, pulisco con un fazzolettino il bordo inumidito dalla preziosa saliva del matusalemme. Discreto, mi volto verso Bill con fare condiscendente, ma ecco, mentre con lo sguardo plano verso di lui, i miei occhi s’inchiodano in quelli dell’Indiano che ora mi fissano intensamente. Quasi con complicità. Io, quindi, gli sorrido. Ma lui, non fa una piega.
Ed è il panico.
Lui sa, mi ha visto, è ovvio. Sento il suo sguardo piantato nel mio anche mentre sto lì, a guardare Bill, stritolato dal terrore. E allora non so se sono le ostriche o gli scampi, il vino o quei maledetti datteri, ma lo stomaco, lo sento, mi strizza come un panno bagnato. Dico solo, devo andare in bagno, e con il suo sguardo ancora lì, a cercare il mio, esco. Ed ecco il corridoio.
La porta che si chiude alle mie spalle. Sono solo. Riprendo fiato, riordino i pensieri, ossigeno il cervello e decido che ho davvero bisogno di darmi una rinfrescata. Seguo i corridoi riavvolgendo ogni istante: io che chiacchiero, io che offro quel bicchiere e tac, me lo riprendo. E poi quello sguardo. Dove ho sbagliato? Mi ha scoperto?
Forse non dovevo andarmene così, avrei dovuto aspettare, reggere il suo sguardo, mantenere la calma. La stessa che ora vacilla mentre le informazioni che dovrebbero essere proiettate sui muri cambiano, omettono, e allora meglio fermarsi, perché qualcosa, da qualche parte intorno a me, inizia a fischiare. Il suono cresce, lentamente, e mi giro a cercare altoparlanti, droni della pulizia, ma solo quando provo a tapparmi le orecchie realizzo cosa sta succedendo. Una notifica compare nell’angolo destro del mio campo visivo aumentato. E’ in corso un attacco alla mia rete neurale.
Devo trovare subito dei servizi igienici. Meno male Duke mette in giro due frecce e mi ci posso fiondare dietro a perdifiato. Con lo sguardo che cerca telecamere troppo invadenti e di cattivo gusto per il quartier generale di un dio, corro e imbocco la porta dei bagni per il personale. Mi butto sul lavandino e uno, due, tre, quattro, cinque sorsi. Potrebbe essere l’ultima acqua che vedrò per un bel pezzo. Ora è meglio levare le tende. Duke, trova via d’uscita defilata verso: Strada esterna. Lui per tutta risposta mi comunica che con la sicurezza siamo ai ferri corti, sarà meglio sbrigarsi.
Evitati gli sguardi distratti di un paio di guardie lungo il corridoio, raggiungo l’ascensore di servizio e precipito in caduta controllata per qualcosa come quattro minuti buoni, dritto dritto verso il suolo, sprofondandoci dentro per qualche decina di metri ed eccomi, finalmente sono ai piani di servizio. Fra gli sguardi stupiti dei pochi operai che controllano il lavorare incessante di droni dinoccolati a spasso per questi magazzini labirintici, seguo le indicazioni sempre più incerte di Duke. Devo raggiungere la metropolitana, ma per farlo, dice lui, dobbiamo risalire in superficie. Attraversata velocemente la zona scarico merci, ecco comparire un piccolo carrello elevatore di servizio per il personale su cui i miei occhi leggono: straight to the top dude, hurry up now.
La luce del tramonto, a questa latitudine, è qualcosa di insostenibile e maestoso insieme. Il riverbero fiammeggiante del sole morente, schermato dai finestroni traslucidi di questi colossi verdeggianti, spande un calore secco e intenso sulla folla che brulica lungo le strade dirette verso il centro di multi-trasporto, il mio approdo dove salpare verso acque più tranquille, una zona grigia sul limitare del deserto, la slum-city di Nagaur.
Le persone di questa città sembrano vagare inconsapevoli del mondo che sta loro intorno. Attraversando quell’oceano di anime intrappolate ognuna nella propria prigione di informazioni e contenuti web iperealistici, qualcosa scivola nell’anticamera del mio cervello, un presentimento di pericolo sbiadito e distante.
Scendendo nel sottosuolo, districandomi fra le indicazioni sempre più confuse per le stazioni dei Super Espressi, il senso di nausea che mi trascinavo dietro dall’incontro era diventato un mal di testa fitto, intenso, come se qualcosa stesse contagiando ogni parte del mio cervello. Duke, senza peli sulla lingua, dice, preparati, sono quasi dentro, entra in quel fottuto treno. Mentre cerco di salire, la folla intorno a me si compatta, spinge e quando la porta si apre si rilassa, fluendo verso l’interno. Prendo il primo posto a sedere che trovo, mi metto comodo e chiedo a Duke di fare subito un controllo approfondito su tutta la rete neurale, ma lui non risponde più.
Un fischio leggero, inonda la carrozza. Una notifica distorta nel mio campo visivo aumentato dice solo, dormi. Il mal di testa si acuisce e le poche informazioni che ricevevo s’interrompono. In questo momento la vedo la realtà, quella vera, nuda e cruda. Ma non faccio a tempo a convincermi di questo. Tutt’intorno le persone mi fissano intensamente, anche quelli lì, appesi al sedile, scrutano nella mia direzione, muti. La tensione non mi sta giocando un brutto scherzo, la mia è non è semplice paranoia.
Una donna molto anziana, ora, siede di fronte a me. Veste una lunga tunica color verde. Con lo sguardo grigio, arcigno, sembra scrutare nel mio. La sua bocca allora si apre, lentamente, e sopra quel sibilo che grava sul mondo, la sua voce roca chiede: Will Be There Enough Water?
[RequestCode]: Skipfoward
[InsertDate] 2083/07/21
[InsertTime] 3:00[a.m.]
[InsertLocation] Mundwa Mataji Road, Tejasar
[RequestCode]: Confirmed
[Initializing]225.245.2.9\ExodanEmployer\DD399C_backupmemory.exe
Quando mi trovo a speculare sulla funzionalità sociale di queste zone degradate ai margini della civiltà, aggrappate ad aree urbane che si stendono per milioni di chilometri quadrati, non posso fare a meno di equipararle ad uno strato di cellule epidermiche morte che si staccano progressivamente da un organismo più grande, complesso ed in continua evoluzione. Come se l’umanità fosse qualcosa di più della semplice sommatoria di ognuno di noi, qualcosa di spaventoso e grandioso assieme. Quando mi perdo dentro speculazioni come questa non riesco a non sentirmi piccolo, limitato, insignificante e sacrificabile, proprio come lo sono adesso.
Nessuno verrà a prendermi.
Duke, probabilmente, già lo sapeva. Il cosiddetto piano di fuga mi ha portato in un sterminato vicolo cieco di sabbia e disperazione. Le strade tentacolari che si snodano attraverso questa metropoli semi-abbandonata stritolata dal deserto, ora, nel cuore della notte, diventano l’ultima spiaggia per tribù di cyber-criminali e tossici digitali, moribondi rinsecchiti e vecchie famiglie massacrate dalla fame. A centinaia di migliaia scappano qui, nelle zone grigie, dove il costoso wellfare corporativo non trova ragione d’esistere. Gli scheletri di vecchie città di inizio secolo, invase da costruzioni di fortuna, sono diventate il rifugio di chi ha barattato una cinquantina d’anni in più con desideri e emozioni, sentimenti e bisogni. Ma anche fobie e manie, le paure più nascoste, come anche gli affetti ed i ricordi più cari. Tutte informazioni celermente raccolte ed analizzate per creare una realtà alternativa che possa compensare scelte di vita socialmente inaccettabili e insostenibili, fallimentari, fuori dai binari che ora, guarda un po’, mi hanno sbattuto in una trappola di stenti e incubi.
Le allucinazioni stanno peggiorando di ora in ora, e la sete non aiuta. Prima erano solo voci amiche che sussurravano alle mie spalle, facce note perse fra la folla. Poi sono diventate punti di riferimento che scompaiono, edifici dello stesso posto che cambiano colore, forma, dimensione. Le coordinate che avrebbero dovuto portarmi ad uno scalo multi-trasporto indipendente per Amehabad sono state manomesse. Duke sta perdendo colpi più velocemente del previsto e ora, chiuso dentro questa casupola, non so nemmeno dove sono, i nano-radiatori del poncho da viaggio hanno smesso di funzionare e sono ore che non bevo una goccia d’acqua.
Qui dentro, poi, sembra di stare dentro una cazzo di fossa biologica. Il reflusso esalato dalle condutture sta avvelenando l’aria ma aprire le finestre dal primo piano, con quei maledetti sciami-droni di sorveglianza che scandagliano queste case notte per notte, sarebbe un errore da novellini. La strada sui cui si affacciano, poi, non è che sia proprio un bello spettacolo.
Nell’ultima mezzora saranno passati almeno quattro auto-bot della spazzatura a caricare immondizia e spazzatura elettronica bruciata da sole, detriti di costruzioni in rovina, scarti industriali ed i cadaveri dei tanti disgraziati venuti qui a morire come mosche. La luce lunare filtra attraverso lo scheletro di questa baracca pericolante e solo ora, finalmente, intravedo le foto del vecchio inquilino che troneggiano sopra pacchi ben ordinati di viveri sottovuoto scaduti decenni fa, cianfrusaglie ultrasottili di fine anni duemila, mobilia orientale di terza categoria: una catacomba anonima di memorie perdute nel tempo e nello spazio.
Domani mattina, in ogni caso, qui dentro la temperatura diventerà insostenibile e dovrò scendere o andarmene. Al piano di sotto però non ci posso proprio stare, non ce la faccio. Quel corpo steso lì da chissà quanto tempo, incollato a quel materasso sbranato dalla sabbia, è una realtà che non voglio affrontare. Il vecchio è schiattato così: incollato a quel letto in un collage di carne putrefatta e cotone sintetico. Era quella la fine a cui sarebbe andato incontro più del 70% degli over 90 nei paesi con alti spread di ricchezza. E non ci si può fare un bel niente. Il principio di economicità alla base dell’efficienza eccezionale del welfare sanitario corporativo non può sopportare il peso della generazione più numerosa nella storia dell’Uomo. L’ingorgo di anziani ultra-centenari della classe media di inizio secolo che opprimeva la società è stato virtualmente ignorato, come si era fatto per migliaia di anni per disadatti, minoranze etniche, immigrati e handicappati. In comune, questi outsider ever-green, ora, avevano la povertà: la bestia nera per antonomasia, quel grumo di ignoranza e ribellione che questa umanità proiettata verso l’immortalità non può più permettersi di bonificare, viene scaricata qui senza tanti complimenti e abbattuta, smembrata e diligentemente riciclata pezzo per pezzo.
Mi ci sono volute due ore seduto qui a patire la sete, immerso in incubo che sbriciola la realtà intorno a me in un caos di asimmetrie informative, per realizzare che toh, di punto in bianco domani potrei svegliarmi morto, schiaffato in qualche server, messo in stand-by in vista di un processo sommario da svolgersi in una qualche fottutissima farm-server persa in giro per l’Asia. Fortunatamente, Duke li tiene ancora a distanza.
Possono hackerare il sistema, ma in quel caso subentrerebbe il backup neurale d’emergenza. Tutti i miei ricordi, le esperienze, le informazioni che costituiscono la mia intera esistenza verrebbero resettate in una frazione di secondo, e io resterei senza memoria. Mi vogliono vivo e vegeto, sano di mente. Stanno semplicemente cercando prendermi per sfinimento. L’unica soluzione, a questo punto, è cercare dell’acqua. Duke però, a pensarci bene, non dà segni di vita da più di mezz’ora. Nessuna notifica, nessun aggiornamento delle informazioni disponibili, niente di niente.
E’ un altro attacco? Forse. Non lo so.
I comandi per le interrogazioni non funzionano e ho come la sensazione che qui dentro, faccia sempre più caldo. I dati sulle temperature esterne davano massime di 13 gradi per la notte, com’è possibile che stia sudando? Il rilevatore biometrico dice che la febbre a 39 °.
Ci risiamo.
Sono loro. Lo sapevo.Ok, ok ok ok, devo restare calmo. Non posso cascarci di nuovo. Sono solo impulsi armonici che falsano la mia percezione della realtà, è tutto nella mia testa. La stanza non si sta chiudendo sopra di me. Alla porta, nessuno sta bussando insistentemente. Queste voci non esistono. Lo so, lo so lo so lo so, ma devo convincermene. Eccolo di nuovo. Il fischio adesso sembra provenire dalla strada, lì fuori. Lo sento, ma non esiste, ma lo sento.
Non ho il coraggio di spiare fra le assi delle finestre, non ho il fegato di affrontare ciò che potrei vedere. Dove cazzo è Duke quando ho bisogno di lui? Sono loro, vengono a prendermi, nascosti da qualche parte, nel mondo, bussano alla porta che sta di fronte a me e io lo so che non c’è nessuno, che sono loro da qualche parte, lo so che sta succedendo tutto dentro la mia mente. Inizia a farmi male di nuovo la testa. La luce intorno a me si abbassa gradualmente, come alla fine di un atto teatrale, i raggi della luna muoiono ed eccomi, sono qui seduto, immerso nel buio più assoluto della notte che si stende fra sabbia e cielo. Di fronte a me, però, qualcosa tenta di sovrapporsi a questo muro di tenebre. Non riuscirò a superare la notte da solo. Ormai devono aver quasi estromesso Duke dalla mia rete neurale. Sta tentando di comunicare con me. Devo concentrarmi, devo riuscire a leggere quelle parole. Il buio è attraversato da una frase che riesco a malapena ad intravedere, dice: Chiudi gli occhi, dormi Daniel. Spegniti.
E io obbedisco. Spengo la rete. Chiudo gli occhi. Dormo e faccio un salto nel grande blu. Qualcosa, ora, mi sta trascina verso il basso. Sono sveglio, sto dormendo? Perché non riesco a muovermi? Non lo so.
Un liquido freddo mi avvolge le membra dolcemente, le forze mi abbandonano, non riesco a respirare, soffoco, sto morendo, cristo santo sto morendo, dovrei respirare, ma un gusto di cloro mi invade la bocca e poi l’esofago ed è già nei polmoni e li riempie. Non riesco a respirare. Sto affogando, ma dove? Devo aprire gli occhi, e li apro.
Davanti a me, ora, un’ombra con testa e braccia e gambe si staglia nella visione subacquea di un muro di mattonelle smaltate di un turchese cristallino, brillante. Risalgo verso la superficie, lottando contro la luce di un sole alieno che mi acceca, emergo e mi volto verso la sorgente di quell’oscurità scheletrica e lo vedo, oh sì, lo vedo bene ma davvero, no, no non posso, non devo credere a questo incubo. Perché io lo so che non sono morto, ed è dentro la mia testa per forza che quello stesso vecchio cadavere mummificato al piano di sotto ora sta lì, in piedi, sul bordo della piscina in cui galleggio e mi guarda, chiedendo: Will Be There Enough Water?
[RequestCode]: Skipfoward
[InsertDate] 2083/07/21
[InsertTime] from 6:05[am]
[InsertLocation] Mundwa Mataji Road, Tejasar
[RequestCode]: Confirmed
[Initializing] 225.245.2.9\ExodanEmployer\DD399C_backupmemory.exe
Duke? Due mi senti? Se mi senti, ti scongiuro, rispondimi. Mi serve dell’acqua. Devo trovare dell’acqua. Se sei lì da qualche parte, ti prego, aiutami. Con questa sete sta diventando faticoso anche solo pensare. Niente da fare, non risponde. E’andato. Sono rimasto solo.
Non manca molto all’alba e la temperatura sta salendo. Ma questa non è un’altra allucinazione, è calore reale, radiazioni termiche autentiche. L’aria che si fa più secca in bocca, il vento che ulula più forte e la notte che brucia sotto i raggi del sole appena oltre l’orizzonte. E’ il giorno che avanza, inesorabile. I secondi sui cui tentenno ora, potrebbero essere gli ultimi.
Devo muovermi, non posso aspettare oltre, qui dentro morirò asfissiato nel giro di qualche ora. Ecco il piano terra, lo scricchiolio della baracca risuona come un lamento metallico mentre il vecchio è ancora lì, che mi fissa. O ci è tornato? Lo supero in punta di piedi ed ecco la porta, sono fuori.
La strada, sgranata e sfalsata da vibrazioni che posso vedere e sentire, si scioglie sotto i miei piedi ad ogni passo. Intorno a me, si muove un nugolo di sagome fumose, corpi fluttuanti che ora prendono le distanze da me, non ascoltano i miei aiuto che rimbombano lontani e si defilano senza emettere un fiato negli angoli di incroci angusti, immersi nel crepuscolo.
Sono bloccato.Non riesco più muovermi. Duke? Mi senti? Cosa sta succedendo? Il terreno si sbriciola e si apre sotto di me. Cado, cado e intorno a me cala il buio. E’ un’allucinazione? Sto perdendo di nuovo il contatto con la realtà. Sopra, in alto, una luce si allontana, velocissima. Precipito ad una velocità folle in un baratro e sento l’aria frenare appena la mia corsa, ma il suono dei vestiti, delle mie urla, si spegne nel silenzio che avvolge la mia caduta verso la fine.
Sto morendo? No. No perché adesso lo sento bene, il mio respiro e il cuore che batte qui sotto, come un martello pneumatico. Sono vivo, seduto qui, sul fondo dell’universo. Chiudo gli occhi, e aspetto. Qualcosa di sfuocato ora, appare in alto, a sinistra del mio campo visivo. E’ un barlume, un luccichio impercettibile come di una stella fredda e distante. Duke, sei tu? Nessuna risposta. Solo quello sfrigolio di luce, lì, perso nell’oscurità delle mie palpebre serrate, che piano piano adesso, prende forma, traccia simboli candidi nel buio, come su di una lavagna scura e impenetrabile.
Leggo: 27°14’12.8″N 74°04’32.2″E. Gradi, latitudine, longitudine. Sono coordinate. Ma per dove? Duke, dove vuoi portarmi? Cos’è questa luce? E questo caldo? Apro gli occhi. Sono tornato alla realtà, o almeno quello che ne rimane. Quanto tempo sarà passato? Alle mie spalle, i raggi sbilenchi del sole guizzano feroci lì, oltre l’orizzonte ormai in fiamme. Devo seguire quelle coordinate. Duke, continua così, mostrami la via. Le frecce di navigazione mi stanno portando fuori dall’agglomerato urbano, verso le serre idroponiche interrate, appena oltre gli slums, in uno di quei tanti stracci di deserto che hanno invaso le campagne qui intorno. Cazzo se è’ un azzardo questo. Dovessi trovarmi lì in mezzo quando il sole si alzerà. No, non ci devo pensare. Devo fidarmi. Non ho altra scelta.
Per precauzione, mi muoverò lungo i tunnel che corrono fra le serre sotterranee. Le indicazioni dovrebbero funzionare anche là sotto. Le allucinazioni, stranamente, paiono attenuarsi ad ogni minuto. La sete, però, resta. Tutte queste cisterne vuote e vasche dilaniate dalla ruggine, i rubinetti aridi, pompe idrauliche fossilizzate. Spero solo che quelle coordinate non siano un abbaglio, o peggio un’altra trappola. Ma non importa. In ogni caso, se non trovo dell’acqua entro qualche ora, perderò coscienza, e sarà finita.
Eccolo, lì infossato in quella depressione, è uno degli accessi. Entro, devo seguire attentamente le frecce lungo questi muri viscidi e freddi che si snodano nel sottosuolo. Perdersi qui dentro, fra chilometri di teche devastate dalla sabbia che si alternano a piccoli laboratori abbandonati in fretta e furia, sarebbe fatale. Non manca molto, il sole, sorgerà fra pochi minuti. Devo sbrigarmi. Le indicazioni si fanno più serrate, i corridoi sono diventati un budello inestricabile. Destra, sinistra sinistra, destra e ancora destra e sinistra. Sto correndo, devo restare calmo. Ecco, quella dev’essere l’uscita, sale verso l’alto, verso la luce in cui mi slancio ed eccomi, sono di nuovo fuori.
Cos’è questo posto? Guglie smussate dal vento sovrastano un muro di cinta antichissimo, decrepito. Dev’essere un templio, un qualche luogo di culto, sembra abbandonato da millenni. Ogni cosa, qui intorno sembra lasciata andare a puttane, in effetti. Dove diavolo mi hai portato Duke? Questo stramaledetto agglomerato residenziale di fine anni ’10 è morto asfissiato da almeno cinquant’anni, dove cazzo la dovrei trovare dell’acqua qui?
Le frecce ora portano dritto dritto lì dentro. C’è troppo silenzio anche per me ora. Dov’è finito il vento? E il fruscio dei rami degli alberi? Non riesco più a capire se questa è la realtà, o qualcosa di artificiale, di precostruito, perché più avanzo verso quel portale in pietra, più il tempo sembra distendersi, rallentando come stessi camminando su un elastico spazio-temporale in tensione.
Un’allucinazione? Non lo so, non mi interessa. Non ho più le forze per preoccuparmi dei muri che ondeggiano, del portale che ora pare chiudersi alle mie spalle intrappolandomi in questa specie di sagrato dove un paio di panchine devastate dal tempo stanno lì inerti, tavolozze sbiadite su cui capeggiano scritte in sanscrito che il mio traduttore non riesce a decifrare. Il terreno sotto di me è secco, scuro, ci appoggio sopra una mano. La sabbia è fredda. Avanzo oltre un paio di leoni scolpiti nella pietra, posti di guardia dell’entrata ed ecco una porta sbarrata da assi di fortuna. Le scosto, ma nella caduta avverto solo le vibrazioni dell’impatto col suolo sotto la pianta delle scarpe. Percepisco unicamente una distorsione visiva correre lungo le colonne che sorreggono il portico, su per la porta e poi lì, fin dentro la fessura della porta, socchiusa appena.
Mi muovo all’interno con cautela, inoltrandomi nel silenzio più assoluto, non riesco a sentire nemmeno i miei stessi passi mentre avanzo in un spazio oscuro, angusto. Il sole che inizia a sorgere alle mie spalle, illumina un luogo di culto saccheggiato fino all’ultima pietra. Le frecce, corrono lungo il percorso che si staglia attraverso un colonnato basso e tarchiato, sfiorato dalla luce, fino a fermarsi davanti ad una tenda rossa aggrappata al muro dietro un possente altare in pietra.
Avanzo ancora, aggiro il monolite squadrato ed eccomi, sono di fronte allo stendardo sbranato dal tempo. Una brezza leggera, umida vi soffia attraverso. Lo afferro, e lo scosto. Dietro di esso, un tunnel stretto e buio si slancia verso il sottosuolo. I muri che scivolano verso il basso mi lasciano le dita bagnate di fresco.
Qui sotto c’è acqua. No, no non può essere. Questa umidità, questo stesso vento freddo che sale da lì sotto è lo stesso che soffia nei meandri delle gelide sorgenti di casa mia. Com’è possibile? Qui, nel bel mezzo del deserto?
E’ un’altra allucinazione. Lo sapevo. Lo sapevo cazzo. Le coordinate, Duke che mi contatta così, troppo semplice, troppo facile. Però questo freddo, l’aria che respiro. No, non può essere solo un’allucinazione, anche se ora sento quel fischio squarciare l’aria alle mie spalle, anche se tutto ora sembra vibrare come in un’esplosione imminente, io lo so, lo sento che qui sotto c’è qualcosa.
I suoni ora, sono tornati. Dal tunnel un gorgoglio meccanico borbotta nell’oscurità, mentre quel fischio si fa assordate, riempie l’aria in cui rintoccano chiari dei passi, appena fuori dall’edificio. L’interno del templio è invaso dalla luce soffusa del sole che si staglia lì in fondo, oltre la porta, erto sopra l’orizzonte, splendente e terribile. Il calpestio, si dirige verso l’entrata. Un’ombra asciutta, compare d’innanzi a me. Una sagoma segaligna vestita di una bianco candido, glabra, infuocata dalla luce del sole, sta lì sulla soglia, e sembra osservarmi.
Chi va là? La prego mi aiuti. Quello non risponde, e avanza di due passi appena, quel tanto che basta per arrivare sotto l’ombra del porticato che ridisegna il suo volto ed eccolo.Ora vedo distintamente il suo braccio steso verso di me, che stringe quello stesso calice scheggiato fra le sue dita sottili. Il turbante, raccolto intorno al suo volto, si scioglie sopra un sorriso familiare.
Lo sapevo. E’ lui. E’ sempre stato lui. Alla fine mi ha trovato. Le sue labbra, ora, si schiudono appena e chiedono: Will Be There Enough Water?
[RequestCode]: PauseMemory
[Copy] 225.245.2.9\ExodanEmployer\ DD399C_GPS coordinates
[Open] D:\SystemPrograms\scriptedmail\@xpsp2res.dll,-22019
[Write] “Obiettivo confermato, coordinate sono corrette”
[Send]
[StartServer] 223.236.2.4\OppenheimerProject\Duke
[RequestCode] DeleteAllMemory
[InsertCode] DD399C
[Initializing]
[RequestCode] Confirmed.
Illustrazione di Giulia Trincardi
Altro
da VICE
-

Photo by Erika Goldring/WireImage -

-

(Photo by Ethan Miller/Getty Images) -

Photo by Steve Jennings/Getty Images