Mia madre dice che la vita è come un infinito negozio di caramelle. Tu puoi scegliere di mangiarne un tipo diverso ogni giorno, di non mangiarne per niente o di mangiare la stessa caramella finché ti reggono i denti. Prima o poi le caramelle che hai scelto finiranno, ma tu sarai il più grande esperto di quel tipo di caramelle. Certo, non saprai tanto di tutte le altre caramelle, ma almeno sai di cosa parli quando parli della tua caramella.
Credo che con questa sorta di consiglio alla Forrest Gump mia madre volesse solo dire che a volte conviene impuntarsi su poche cose affinché ti riescano davvero. Ed è esattamente questo che ha fatto la berlinese Irmela Mensah-Schramm quando trent’anni fa ha deciso di cancellare ogni messaggio d’odio intorno a lei. Irmela, che ora ha 72 anni, passa ogni singolo giorno della sua vita a girare per strada e cancellare scritte e adesivi di estrema destra.
Vincenzo Caruso, un regista di Torino, è venuto a conoscenza della sua storia sette anni fa tramite un trafiletto di giornale. Il giorno dopo ha preso le pagine bianche tedesche e l’ha chiamata dicendole di voler fare un film su di lei.
Nel frattempo il lungometraggio—The Hate Destroyer—è uscito, distribuito da EiE film, e i due lo stanno portando in giro per l’Italia. Ne ho approfittato per andare a trovare Irmela nell’hotel dove alloggiava per la presentazione del film a Perugia.
VICE: Com’è iniziata questa storia degli adesivi e delle scritte d’odio?
Irmela Mensah-Schramm: Tutto è iniziato negli anni Ottanta a Berlino. Stavo andando al lavoro e alla fermata dell’autobus mi sono accorta di un adesivo che chiedeva la libertà di Rudolf Hess [uno degli uomini più influenti del terzo Reich]. Hess era in carcere per crimini di guerra, ma per i neonazisti era una sorta di martire. Una volta salita sull’autobus ero impietrita e non riuscivo a non pensare di aver visto qualcosa di estremamente sbagliato. Qualcosa che non poteva stare lì. Ci ho pensato tutta la giornata, promettendomi di passare a staccare quell’adesivo prima di tornare a casa. Da quel giorno è come se fosse scattato qualcosa, e mi sono resa conto di quanti messaggi di questo tipo ci siano in giro.
E da quel momento hai deciso di fermarti ogni volta che vedevi un adesivo o una scritta del genere per rimuoverli?
Be’, come ti dicevo ho iniziato a notarli, è stata una cosa un po’ graduale. Di certo non sapevo che l’avrei fatto per più di trent’anni.
Per curiosità, sapresti dire approssimativamente quante scritte e adesivi hai tolto?
Gli adesivi che tolgo li conto dal 3 gennaio del 2007, e ad ora sono 97.169.
Davvero?
Sì, li ho contati tutti. Uno a uno. E poi ci sono tutte le scritte, oltre agli adesivi precedenti al 2007. Se dovessi fare una stima direi che siamo intorno ai 130.000.
Wow, e come li togli? Presumo che avrai sviluppato una tecnica…
Sì, mi dispiace non poterti mostrare l’oggetto che utilizzo ma non ho potuto portarlo sull’aereo. È un raschietto di quelli che si usano per togliere il ghiaccio dal vetro della macchina. Quello lo utilizzo per gli adesivi. Per le scritte uso l’acetone o la bomboletta spray.
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Quindi quando trovi delle scritte fatte con la bomboletta, ci ripassi sopra. Non ti hanno mai fatto storie?
Sì, in particolare nell’estate del 2016. Avevo trovato una scritta di Pegida [movimento politico tedesco antislamista] che recitava “Merkel muss weg!” [Merkel deve sparire] e ho trasformato la scritta in “Merke! Hass weg!” [Ricorda! L’odio deve sparire] con una bomboletta rossa. Solo che sono stata beccata dalla polizia, mi hanno fatto una multa e il caso è stato portato in tribunale. Al processo mi ero portata tutti gli attestati di merito che ho collezionato negli anni sostenendo che stavo per essere processata per lo stesso motivo per cui sono stata lodata. Il giudice in questione avrebbe anche preferito interrompere la causa, ma il pubblico ministero non era d’accordo. Alla fine il caso si è chiuso con una multa di 1800 euro—ma non ho mai pagato un centesimo. Preferisco farmi una vacanza in carcere piuttosto che pagare.
Quanto agli estremisti, sei mai stata aggredita?
Sì, tante volte. Non mi metto a raccontarti tutti gli episodi violenti ma ne ricordo sempre uno con piacere: a Berlino, avevo trovato una svastica su un dissuasore mobile. Ho scattato una foto e mi sono messa a pulire. A quel punto è arrivato un neonazi che mi ha detto, “Cosa sta facendo?” e io gli ho risposto: “Sto togliendo la svastica.” “Perché?” “Perché è un simbolo vietato nel nostro paese.” Lui ha iniziato a insistere sul fatto che sarebbe dovuta rimanere lì e mentre lo faceva io ho continuato a pulire. “Ti ho detto che devi lasciarla stare!” diceva, ma nel frattempo avevo pulito tutto. “Ooooops, troppo tardi,” gli ho detto sorridendo. A quel punto lui si è guardato intorno per vedere se ci fosse qualcuno, e ha iniziato a venire verso di me fino a essermi proprio davanti. L’ho guardato fisso negli occhi ed è scappato dopo qualche secondo [ride].
Non hai paura?
Sì che ho paura, ma non lo faccio vedere.

E non hai mai perso la speranza?
In realtà, ho iniziato a dubitare della politica e di come opera nella lotta contro gli estremismi di destra. Ma questo è un discorso ampio. Per non perdere la speranza, 15 anni fa ho iniziato a fare dei workshop con bambini in cui spiego quello che faccio e perché lo faccio. Mi diverto a trovare insieme ai bambini modi interessanti per coprire le scritte di estrema destra. A tal proposito, poco fa mi è arrivata una lettera. Era di un bambino che ha partecipato a uno dei miei workshop. Nella busta c’erano 20 euro e un invito a “Non smettere mai di fare quello che fai.” Finché ci saranno messaggi di questo genere non perderò mai la fiducia.
Un’altra curiosità: sei sempre stata attiva politicamente?
Ho iniziato con Amnesty International occupandomi dei rifugiati politici, poi sono entrata nei Verdi [partito di sinistra tedesco] ma ne sono rimasta delusa quando, negli anni Novanta, ho scoperto che appoggiavano delle operazioni militari all’estero.
Presumo che eliminare i messaggi d’odio non sia un’attività retribuita. Che lavoro facevi prima di andare in pensione?
[Ride] Quello lo facevo nel tempo libero. Da piccola ho avuto una bruttissima esperienza negli ospedali tedeschi e quindi ho sempre voluto fare l’infermiera. E così è stato per un bel po’ di anni. Poi mi sono accorta di stare troppo male quando vedevo morire dei bambini e ho deciso specializzarmi in pedagogia. Da lì sono finita a lavorare nelle scuole.
E adesso che stai presentando il film in Italia, stai ripulendo le città anche qua?
Certo, settimana scorsa ero a Torino e ho tolto degli adesivi e una svastica rossa alla stazione. A Bologna mi sono comprata una bomboletta e ho tolto tutte le svastiche che ho trovato. A un certo punto è arrivata anche una signora che mi ha iniziato a dire che non andava bene quello che stavo facendo. Io le ho dato della fascista, e in quel momento il proprietario di un bar, che aveva visto la scena, è uscito e mi ha abbracciata ringraziandomi. A proposito, come stiamo messi in questa città? Usciamo?
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