È ormai chiaro che quella dei droni non sia una moda passeggera, ma un nuovo capitolo della storia dei velivoli. La loro diffusione è ormai capillare sia per quantità che per qualità, e ogni giorno si riescono a trovare nuovi modi per sfruttarli in maniera intelligente.
In Italia le corse coi droni stanno andando forte, con fior di comunità dedicate e iniziative in tutto il Paese: purtroppo, però, la legge fatica a stare dietro al fenomeno danneggiando quindi l’intera scena.
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Ciò non significa che i piloti italiani stiano rallentando: anzi, al World Drone Prix di quest’anno, a Dubai, ha partecipato anche un italiano. Si chiama Giuseppe Rinaldi, e l’11 e il 12 marzo ha gareggiato in una competizione estremamente articolata e con 1 milione di dollari di montepremi.
Quello dei droni è un fenomeno che sta ancora prendendo piede in tutto il mondo: per quanto già largamente diffuso in numerose comunità sparse per il globo, per molti si tratta ancora di un miraggio fantascientifico dal retrogusto militare—Proprio per questo il fatto che un italiano sia riuscito ad accedere a una competizione del genere non può che essere visto come un evento positivo.
Lo svolazzare di questi Jeeg Robot ultra-veloci esercita su di me un fascino particolare, per questo non ho potuto fare a meno di contattare Giuseppe per capire in che modo potrei diventare come lui, “La mia carriera nel mondo del racing, se così si può definire, è iniziata a maggio dell’anno scorso, quando ho partecipato all’FPV Smashdown—lì ho vinto, e allo stesso tempo sono stato addocchiato—un po’ come nel calcio—dal mio amico francese, Marc Porral, uno dei più importanti ambasciatori delle gare coi droni in Francia,” mi spiega Giuseppe.
“Marc, dopo lo Smashdown, ha fatto il mio nome per un evento proprio in Francia, a cui ho poi partecipato. Lì, infine, ho conosciuto MetalDanny, un famosissimo pilota olandese a cui, durante la gara, ho dato un mano con un cavo dissaldato della sua attrezzatura,” mi spiega. “In quella gara lui si è classificato secondo, io terzo—Da allora siamo diventati amici.” Giuseppe ha piantato la bandiera su un’altra manciata di gare qui in Italia quando “circa due mesi fa sono stato contattato per entrare a far parte del Tornado Xblades Racing Team, la squadra con la quale sono andato a Dubai,” mi dice. “Non potevo dire di no.”
Le competizioni coi droni sono una singolarità nel mondo delle gare di corsa: chi li pilota indossa uno visore che garantisce una visuale in prima persona dal punto di vista del drone, il pubblico, invece, può godere della vista panoramica dello sciame di droni che si attorciglia sulla pista, oppure del punto di vista personale di un dato pilota.
“La competizione è andata benissimo—o quasi, sono riuscito a qualificarmi fra i primi 32 piloti. Purtroppo quando è partito il turno successivo per le qualifiche ai 16 piloti sono stato tamponato in partenza e non c’è stato verso di far ripetere la manche,” mi spiega Giuseppe. “Probabilmente avrei rifiutato: nella mia batteria c’era anche Luke Bannister, il vincitore della prima edizione del World Drone Prix—si era qualificato e non avrei messo a rischio la sua qualificazione. C’è ancora spazio per migliorarsi, ovviamente, ma il mio team è riuscito a trovare sin da subito il ritmo giusto: eravamo affiatati,” continua.
Concretamente, la gara vede la presenza e la cooperazione di più persone del team, “La squadra è composta da un pilota, un co-pilota, un meccanico e un team manager. Mentre il pilota guida in prima persona il drone, il co-pilota lo aggiorna con le informazioni di gara—Il meccanico si occupa della sostituzione delle eliche e delle componenti danneggiate, e infine il manager gestisce la squadra interfacciandosi direttamente con gli organizzatori.
In Italia competizioni di questo tipo sono ancora un sogno, “purtroppo non è stato ancora regolamentato nulla a riguardo: infatti quelle poche “gare”—se così si possono definire—vengono effettuate in ambienti indoor dove il più delle volte gli spazi risultano limitanti,” mi spiega Giuseppe, “Pensa che alcuni rumor affermano che in futuro che per poter partecipare alle gare “ufficiali” ogni pilota dovrà effettuare un esame grazie a cui viene poi rilasciato un patentino—I costi si aggirano intorno alle 200-300 euro, se non di più.”
È freschissima però la notizia di un punto di svolta “storico” per le corse coi mini-droni in Italia: il 30 marzo, infatti, “Grazie alla richiesta presentata dall’Aero Club d’Italia, l’ ENAC ha rimosso il divieto di utilizzo dell’ausilio video per il pilotaggio in prima persona dei droni nelle competizioni sportive,” si legge sul sito di quadricottero.com. Ciononostante la situazione è ancora poco chiara, e il dubbio che questa rimozione sia esclusiva a pochi enti è ancora da risolvere.

Giuseppe (in fondo a sinistra) e la sua squadra.
“Qui in Italia chi sta dalla parte della scrivania fa di tutto per complicare la vita alle persone, invece che aiutarle a crescere e fare bella figura di fronte gli altri paesi, che sono decisamente più avanti di noi,” continua. “Ciononostante stiamo facendo il possibile: a maggio ci saranno gli Italy Drone Nationals al Lido di Camaiore che permetteranno a 5 Italiani di partecipare al World Drone Racing Championship alle Hawaii, a ottobre,” conclude Giuseppe.
Le corse coi droni sono il futuro: non accetto obiezioni. Ci ho pensato a lungo, ma non riesco a trovare una buona ragione per non rendere questa disciplina aperta e accessibile a tutti: regaliamo droni, apriamo piste, inauguriamo gran premi. In un’Italia migliore il World Drone Prix di Dubai avrebbe avuto la telecronaca di Guido Meda.
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