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Cultura

Abbiamo devastato questo paese: analisi dell'antipatia per i toscani

Le commedie di Pieraccioni, gli spettacoli in Rai di Benigni, gli spot di Panariello, le uscite pubbliche di Ceccherini sono solo la punta dell'iceberg.
Niccolò Carradori
Florence, Italy
Juta
illustrazioni di Juta
1.10.20

21 marzo 1999, Los Angeles, ora imprecisata della sera: Roberto Benigni ha appena vinto l’Oscar al Miglior Film Straniero per La vita è bella, e si trasforma in un poltergeist di molestia. Usa il corpo di Steven Spielberg come asta per ergersi sulla platea, sale sul palco zompando come una macchietta, tiene un discorso in inglese maccheronico infarcito di battute scrause e citazioni di Dante.

Il pubblico è entusiasta, ma fra le poltroncine si nota anche un breve, incontrollabile accesso di insofferenza. È quello di Gianluigi Braschi (potete vederlo qui), produttore del film. Il fremito di chi pensa, fra sé e sé, che Gian Burrasca non faccia ridere, non sia gioviale, non incarni la voce impertinente delle verità scomode. Gian Burrasca è solo fastidioso.

Ecco: se si dovesse rappresentare quel grande rimosso dell’Italia odierna che è l’antipatia latente per i toscani, e per quello che la Toscana rappresenta, io sceglierei questa immagine di Braschi. Più dello sfogo di Stanis La Rochelle in Boris.

L’idea di fondo è che i toscani siano invadenti, triviali, ossessivamente campanilisti, con un senso dell’umorismo provinciale e rozzo, e un’ingiustificata e cinica arroganza.

Stiamo parlando ovviamente di stereotipi, ma che esista questo sopito e lieve grado di fastidio di molti italiani, da nord a sud, per i toscani non lo dico io, ma molto semplicemente Google. Se si digita sul motore di ricerca “i toscani sono,” fra i primi risultati escono “antipatici,” “maleducati,” “cattivi.” Che è un po’ il sunto dell’opera di Curzio Malaparte.

In quanto toscano questa sorta di diffidenza (silenziosa o manifesta che fosse) l’ho avvertita spesso fin da piccolo, quando facevo la conoscenza di persone di altre regioni. Come ad esempio le madri lombarde e piemontesi dei miei amici al mare, che sembrava si aspettassero che dicessi qualcosa di inopportuno ogni volta che aprivo bocca. O quando, all’università, conobbi un ragazzo barese che ci tenne a precisare, preventivamente, che non dovevo prendermi confidenze non richieste. “Io sono un po’ permaloso. Sai, voi toscani, eh eh…”

Ma li ho sempre capiti. Perché questa immagine è stata cementata a livello nazionale da una delle più grandi disgrazie mediatiche avvenute in questo paese: i comici toscani (anche se l’avvento del Giglio Magico di Renzi non ha certo migliorato le cose).

Le commedie di Pieraccioni, gli spettacoli in Rai di Benigni, gli spot di Panariello, le uscite pubbliche di Ceccherini, Paolo Ruffini. Per anni, in tv o al cinema, questo ecosistema di personaggi ha esacerbato e ingigantito i peggiori stereotipi sulla toscanità. Anche nella percezione che i toscani hanno di loro stessi. Un po’ come il fienile di De Lillo in Rumore Bianco.

E allora, come Remo Remotti nel suo famoso discorso su Roma, tenterò di elencare quali sono i punti obiettivamente giustificati di questa antipatia.

È tempo ad esempio di ammettere che quella comicità rurale, basata su bieche osservazioni a sfondo sessuale e scatologico, enfatizzazione dei difetti fisici e rozzezza spacciata per cinismo, non fa ridere. Non è questione di essere schizzinosi, o con la puzza sotto il naso.

Questo è direttamente collegato a un altro aspetto della “toscanità tossica”. La presa di posizione secondo cui la sincerità non richiesta, i modi aggressivamente diretti e la sfrontatezza siano sinonimi di semplicità, genuinità e mancanza di ipocrisia. Per noi toscani le osservazioni taglienti, le polemiche e le prese per il culo sono quasi una forma di socialità tribale. E questo, nella sostanza, rappresenta una giustificazione per poter dire qualsiasi bestialità, sminuendone la portata.

Il motore di questo atteggiamento è l’arroganza: per questo gli stereotipi sull’invadenza toscana generano ritrosia, e non quel tocco di calore da “vicinanza sociale” che grossolanamente associamo al sud Italia. La maggior parte dei toscani cresce in una Agoghé retorica che li convince di una verità ineluttabile: siamo migliori degli altri, e glielo dobbiamo far notare.

Sapete perché lo so? Perché da toscano un po’, in fondo in fondo, lo penso anche io. Cerco di applicare tutta la razionalità contemporanea di cui dispongo, di liberarmi dall’imprinting per convincermi che questo è solo campanilismo ottuso, di cui non frega niente a nessuno, e che di Dante, Machiavelli e gli altri illustri toscani sono rimaste solo statue sotto cui i turisti americani mangiano le schiacciate dell’Antico Vinaio. Ma spesso non ce la faccio.

Il campanilismo riguarda tutta Italia, ma da noi diventa isteria: non è tanto l’astio fra città e città, quanto l’identificazione all’interno delle città. Gente che si scanna perché rivendica l’appartenenza e la superiorità antropologica per l’essere nata in un quartiere di 450 metri quadrati. Non sto parlando della distinzione fra Roma Sud e Roma Nord, non sono stereotipi: sono secoli e secoli di individui che per l’onore si finiscono di legnate, e organizzano corse a cavallo. E lo fanno seriamente, ogni anno, senza nessuna sfumatura ironica o folkloristica.

Ma poi, non è solo la mancanza di interesse per i meriti e le tradizioni della Toscana: è proprio che a nessuno gliene frega NIENTE della Toscana. Perché dovrebbe contare qualcosa? Noi toscani siamo come quei cugini insopportabili che rovinano la festa di Natale a tutti perché vogliono attirare l’attenzione. Le Marche rompono le scatole? Hanno manie di protagonismo? No.

La stereotipia regionale sulla Toscana, insomma, fa antipatia perché racchiude tutti i difetti di cui l’Italia si dovrebbe liberare nel 2020 per diventare un paese migliore. Cialtroneria, egocentrismo, passatismo, superbia. Probabilmente Stanis aveva ragione: abbiamo devastato questo paese.

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