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Cosa vuol dire “abolire la polizia” e perché negli USA stanno pensando di farlo

Le proteste per l'omicidio di George Floyd hanno rivitalizzato l'idea di definanziare la polizia—o di abolirla del tutto. E anche in Europa si discute di riformare le forze dell'ordine, tranne che in Italia.
11 giugno 2020, 11:19am
abolire polizia
Getty Images/Blend Images.

Le gigantesche proteste causate dall’omicidio di George Floyd vanno avanti da due settimane, e sono ormai arrivate anche in Europa e in America Latina. Di fronte alla marea montante—e agli ulteriori scandali legati alle diffuse violenze degli agenti contro manifestanti e giornalisti—diverse autorità locali negli Stati Uniti stanno provando ad andare incontro alle richieste dei manifestanti.

Lo scorso fine settimana i sindaci di New York, Los Angeles e Seattle si sono impegnati a ridurre il bilancio destinato alle forze dell’ordine, promettendo di spostare una parte dei fondi ai servizi sociali. Il consiglio comunale di Minneapolis, la città da cui è partito tutto, è andato ben oltre: si è impegnato a sciogliere il dipartimento di polizia (uno dei più violenti e razzisti d’America) e creare un “modello alternativo di pubblica sicurezza.”

Si tratta di una decisione a dir poco storica, e che solo fino a poche settimane fa era assolutamente impensabile. Tuttavia, sebbene le proteste abbiano dato un impulso decisivo, è un qualcosa che non nasce nel vuoto. Negli ultimi anni, in particolare dopo la rivolta di Ferguson del 2014, attivisti di Black Lives Matter e associazioni come Campaign Zero hanno ridato vigore ad una storica campagna dei movimenti americani per i diritti civili: quella per il definanziamento della polizia—se non direttamente per la sua abolizione.

Il dibattito di questi giorni è sfaccettato e contiene posizioni molto diverse tra loro, e per questo è utile cercare di fare un po’ di ordine.

Per quanto riguarda la questione del definanziamento, l’idea di base è che la spesa pubblica destinata alle forze dell’ordine sia sproporzionata, e che quindi vada tagliata e impiegata in altro. Inoltre, sostengono gli attivisti, questa pioggia di soldi non serve affatto a ridurre il crimine o rendere più sicure le comunità.

In effetti, i fondi per le forze dell’ordine americane arrivano a ben 115 miliardi di dollari all’anno; per fare un paragone, i Centers for for Disease Control and Prevention (Cdc), l’ente deputato alla sanità pubblica e che è in prima linea nella lotta alla pandemia di coronavirus, è di appena 11 miliardi.

Il sovrafinanziamento è accompagnato anche dalla crescente militarizzazione della polizia. Una simile tendenza è ancora più visibile quando bisogna gestire l’ordine pubblico, e da Ferguson alle proteste per la morte di George Floyd l’escalation è stata inarrestabile. Tant’è che in alcuni stati, i corpi di polizia somigliano più a piccoli eserciti in cui poliziotti-soldati gestiscono le manifestazioni come se fossero scenari di guerra.

Sempre secondo attivisti e osservatori, ci sarebbe anche l’eccessiva dipendenza dalla polizia. Nel senso che le forze dell’ordine sono chiamate a intervenire in situazioni che potrebbero essere affrontate meglio da assistenti sociali o altri tipi di figure più adatte; e questo proprio perché i servizi sociali o per la cura delle dipendenze sono stati tagliati drammaticamente, sempre in favore della polizia.

Tutto ciò, naturalmente, si intreccia con il razzismo sistemico che imperversa nei dipartimenti e produce conseguenze drammatiche—inclusa l’impunità degli agenti che si macchiano di reati e violenze.

Giusto per capirci: un nero ha molte più probabilità di essere fermato rispetto a un bianco, e la minaccia dell’uso della forza raddoppia nei confronti di neri e ispanici. In più, gli afroamericani hanno un tasso di incarcerazione cinque volte più alto rispetto ai bianchi; e pur essendo il 13,5 percento della popolazione statunitense rappresentano il 38 percento dei carcerati. Alleggerire il peso della polizia, pertanto, porterebbe meno gente in carcere.

Se per alcuni il definanziamento è l’obiettivo finale, per altri è il mezzo per arrivare ad altro: ossia l’abolizione della moderna forma di polizia. Secondo l’accademico Alex S. Vitale, autore del saggio The end of policing, quest’ultima si risolverebbe in una vera e propria “guerra alla povertà” che perpetua le ingiustizie sociali attraverso il controllo violento delle cosiddette “classi pericolose.”

E siccome qualsiasi riforma delle forze dell’ordine è sostanzialmente fallita, come ad esempio l’uso delle telecamere personali, bisognerebbe fare un passo in più. Secondo la ricercatrice Andrea Ritchie, autrice di Invisible No More: Police Violence Against Black Women and Women of Color, le istituzioni poliziesche e carcerarie sono sostanzialmente irriformabili negli Stati Uniti; e anche se si riducono i budget, “stiamo comunque investendo risorse nella polizia come metodo di risposta alle necessità sociali e di riduzione dei conflitti.”

Per gli abolizionisti contemporanei, che si rifanno ai lavori di Angela Davis e Ruth Wilson Gilmore, il cambio di paradigma dev’essere netto. Non si tratta dunque di chiudere i dipartimenti e basta, ma di “modificare la struttura e le condizioni di vita delle persone criminalizzate in modo da rendere obsoleto il concetto stesso di polizia.”

Se la gente avesse un accesso universale alla sanità, alla casa, al lavoro e all’istruzione ci sarebbe meno crimine, e dunque meno bisogno di polizia. Non è un caso, sostiene Ritchie in un’intervista alla NBC, che la richiesta di definanziare e abolire le forze dell’ordine arrivino principalmente da “donne nere, trans e persone di genere non-binario”—cioè da chi subisce sistematicamente abusi in divisa. “Non proponiamo di abbandonare le nostre comunità alla violenza,” precisa la ricercatrice, “diciamo solo che la polizia è una forza di violenza che viviamo sulla nostra pelle.”

Naturalmente, il contesto statunitense ha delle sue specificità che difficilmente si possono traslare in altri paesi. Tuttavia, la portata globale delle proteste ha riportato al centro dell’agenda politica e mediatica due temi universali e interconnessi come il razzismo e la brutalità delle forze dell’ordine.

E così, anche in diverse parti d’Europa si è tornati a discutere sull’opportunità (o meno) di riformare la polizia. In Francia, ad esempio, il ministro dell’interno Christophe Castaner ha annunciato che ci sarà “tolleranza zero nei confronti del razzismo nella polizia” e verrà introdotto il divieto della “presa per il collo” (metodo di arresto in cui si stringe un braccio intorno al collo, e che spesso ha portato al soffocamento degli arrestati). Nel Regno Unito, invece, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha iniziato a “mettere pressione” alla polizia della capitale (su alcune pratiche, tra cui l’uso del taser nonché i fermi e le perquisizioni per strada).

Da noi, be’, è come se la cosa non ci riguardasse minimamente. Eppure siamo sempre il paese dove vent’anni fa, al G8 di Genova, si è verificata “la più grave violazione di diritti umani dal dopoguerra”; dove si sono combattute battaglie giudiziarie estenuanti (e spesso infruttuose) per i casi di malapolizia; dove non mancano episodi di razzismo e intolleranza; e dove i problemi di certo non mancano.

“Ci sono molte questioni irrisolte,” mi dice il ricercatore Michele Di Giorgio, autore del saggio storico Per una polizia nuova. Il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza (1969-1981). “Parliamo dello scarso coordinamento tra i corpi, la formazione, eccessivi carichi burocratici, l’accentuata dipendenza dal potere politico, o ancora dell’eccessiva presenza in piazza e la gestione conflittuale dell’ordine pubblico, che comunque è leggermente migliorata rispetto ad anni fa.”

Anche se non è mai esistito un vero e proprio movimento per l’abolizione della polizia—alla fine degli anni Sessanta si parlava soprattutto di disarmo, specie dopo la repressione violenta della manifestazioni—le spinte riformiste dall’interno e dall’esterno si sono praticamente esaurite con la legge del 1981, che ha smilitarizzato la polizia di stato.

Da allora sono passati 40 anni, e il settore avrebbe bisogno di una profonda riorganizzazione. La politica, e lo vediamo anche in questi giorni, sembra però disinteressarsene completamente; e al posto di risolvere i problemi urgenti, ha scritto Di Giorgio sul Tascabile, si limita a indugiare su una vuota retorica di “legge e ordine” e a “immagini lontane di poliziotti poveri e sfruttati, vittime di una collettività ingrata.”

Invece di sfruttare questa contingenza storica, il dibattito italiano è sostanzialmente desertificato sul tema. E questo silenzio, conclude il ricercatore, “fa bene alla parte più retriva, regressiva e corporativa di queste istituzioni. Fa bene ai sindacati di polizia vicini alle destre, oppure ai poliziotti che non hanno interesse che si discuta del loro lavoro. Bisogna aprire il più possibile, mettere certi argomenti sul tavolo e ragionarne pubblicamente.”

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