Sotto copertura

Cosa ho visto lavorando sotto copertura in allevamenti e macelli

Come funziona il lavoro in macelli e allevamenti sotto falsa identità, per documentare senza filtri ciò che accade.
7.4.21
cosa succede negli allevamenti e macelli
Foto tratta da un'indagine di Essere Animali sulla produzione di uova. Foto per gentile concessione di Essere Animali.

Sotto copertura è una rubrica di Essere Animali, un’organizzazione per la difesa degli animali allevati a scopo alimentare. VICE ospita l’articolo come parte della collaborazione.

Attenzione: il post contiene immagini e dettagli forti.

Quando si parla di lavoro sotto copertura le prime cose che vengono in mente sono i film di spionaggio e le indagini della polizia. Quello che fanno gli investigatori di Essere Animali è un lavoro per certi versi simile: si infiltrano in macelli e allevamenti sotto falsa identità, a volte anche per mesi, cercando di raccogliere immagini e documenti che testimonino quello che si nasconde in questi luoghi, quando chi ci lavora pensa di non essere visto.

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Esistono due modi per condurre un’indagine sotto copertura: si ottiene il permesso di assistere alle fasi di lavorazione con un pretesto credibile, oppure ci si infiltra come lavoratore dipendente. Quest’ultima è la modalità più completa, perché permette di documentare senza filtri ciò che accade realmente tra lavoratori e animali. Abbiamo chiesto a quattro investigatori di parlarci delle difficoltà di questo mestiere.

Davide*, 30 anni
Fingendosi un operatore del settore, ha fatto il giro in alcuni macelli ovini sardi.

VICE: Questa è stata la tua prima indagine sotto copertura… Come ti sei preparato?
Davide:
Ho fatto un training tecnico in cui abbiamo analizzato vecchi case study, abbiamo fatto un elenco di tutte le cose che sarebbero potute capitare e soprattutto ho passato in rassegna spezzoni di video di altre indagini per prepararmi a quello che avrei visto. Lo shock per ciò che vedi però c’è sempre, infatti prima, durante e dopo l’indagine ho avuto sostegno psicologico e questo è stato fondamentale.

Hai mai avuto paura di essere scoperto? 
Quella paura c’è sempre, ma ho imparato dai miei errori. Ero in uno dei macelli in Sardegna e usavo degli occhiali con telecamera incorporata che però avevano le aste un po’ più spesse di quelli normali. Stavo filmando le uccisioni degli agnellini, quando vedo arrivare il veterinario del macello.

Appena l’ho visto ho pensato: questo mi in*ula, sai quando vedi che uno è sveglio? Noto che mi squadra e inizia a confabulare con la direttrice. Poco dopo lei mi chiama nel suo ufficio e mi chiede i documenti. Io le do la patente ma faccio una scenata, difendendomi, poi prendo gli occhiali e me ne vado. Quando salgo in macchina mi rendo conto di non avere più con me la patente. Torno a recuperarla, ma lei me la restituisce solo in cambio degli occhiali. Io glieli lascio perché tanto avevo ripreso tutto anche con un’altra telecamera nascosta. Non sono mica scemo!

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Qual è la cosa peggiore che può capitarti quando lavori sotto copertura?
Penso che la cosa peggiore sia non aver filmato bene: tornare a casa dopo il tuo turno, stanco morto perché non dormi da due giorni, teso per tutto lo schifo che hai visto, riguardare le immagini e renderti conto che tutto il tuo lavoro e la sofferenza di quegli animali sono stati inutili.

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Abusi in allevamenti di maiali. Foto per gentile concessione di Essere Animali.

Marco*, 28 anni
Ha lavorato per alcuni mesi come lavoratore infiltrato in diversi allevamenti di maiali, tra cui un allevamento di Senigallia oggi chiuso dopo una battaglia legale dell’associazione.

VICE: Hai iniziato a 22 anni a fare investigazioni, cosa ti ha spinto a fare questo lavoro?
Marco: Le immagini ingannevoli delle pubblicità. Una sera stavo guardando video su YouTube e mi sono capitate le investigazioni di alcune associazioni animaliste, non ne sapevo niente. Sono diventato vegano e ho preso contatto con Essere Animali. Volevo rendermi utile alla causa e mostrare a tutti cosa si nasconde dietro la produzione industriale di cibo.

Hai fatto tante investigazioni, qual è il ricordo più brutto?
Un sabato c’era da uccidere una scrofa perché era malata e non era più in grado di partorire, ma mancava il responsabile che in genere finiva gli animali, con il fucile.

Un collega allora decide di ucciderla con quello che c’era: una mazza. Mentre lui la prendeva a mazzate sulla testa, lei urlava e ci guardava, guardava me e guardava lui. C’ha messo mezz’ora prima di morire. Il collega mi diceva che non ero obbligato a restare, ma ero lì per documentare e sono rimasto, altrimenti non sarebbe servito a niente. E infatti poi grazie a quelle immagini l’allevamento ha chiuso.

Ti sei mai pentito di qualcosa che hai fatto durante il tuo lavoro?
Forse c’è una cosa di cui mi pento di più, ma lo posso dire ora col senno di poi. In un allevamento, ero arrivato da nemmeno sei giorni, mi hanno messo a castrare un suinetto con un bisturi, senza preparazione. Sul momento non ho potuto tirarmi indietro. Non avevo mai fatto questa cosa, anche perché in teoria dovrebbe farlo una persona specializzata, ma nei posti dove ho lavorato sotto copertura l’ho sempre visto fare da chiunque. Sudavo freddo e quei due minuti mi sono sembrati ore: le sue urla erano penetranti nonostante le cuffie anti-suono. Nei giorni seguenti, di nascosto, andavo a vedere come stava, provavo a dargli da mangiare perché aveva iniziato a star male. Dopo poco è morto. Ho sofferto molto per questo piccolo, l’ho anche sognato qualche volta. Insomma, è uno dei ricordi più difficili quando emerge. 

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Ambra*, 36 anni
Lavoratrice infiltrata sotto copertura in un incubatoio industriale di pulcini destinati a diventare carne. 

VICE: Qual è la cosa più brutta che hai visto?
Ambra: La cosa più brutta sono i giorni che scorrono, la sofferenza continua e costante che vedi, non gli episodi singoli forti. Non dimenticherò mai gli odori, il rumore assordante della fabbrica, la sofferenza dei pulcini che sono nati da nemmeno un giorno e che se malati o feriti vengono tritati vivi all’istante. Ho dovuto toccarli, lanciarli, trattarli come merce, fingendo che non me ne fregasse nulla.

Com’è stato lavorare nell’incubatoio?
Per molti questo lavoro è l’ultima spiaggia, ho incontrato anche persone molto gentili con me e che mi dicevano: “tu che sei italiana, che cosa ci fai qui?”. Eravamo quasi tutte donne e lavoravamo anche più di dieci ore al giorno.

Eravamo sottoposte a forti pressioni: non ci si poteva staccare dalla linea, non bisognava rimanere indietro. I rulli erano strabordanti di pulcini, alcuni cadevano fuori, altri rimanevano bloccati e morivano asfissiati. In un minuto manipolavo e vaccinavo circa un centinaio di pulcini. “Questa non è una pasticceria,” o “non coccoliamo i pulcini come si vede in tv” mi è stato detto il primo giorno di lavoro da una collega, ed era vero.

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Allevamenti di pesci in Grecia. Foto per gentile concessione di Essere Animali.

Andrea*, 42 anni
Tramite un progetto lavorativo di copertura ha visitato alcuni allevamenti ittici in Grecia. La Grecia è il paese da cui l’Italia importa il maggior numero di trote, orate e branzini. 

VICE: Cosa ti ha spinto a fare indagini sotto copertura? 
Andrea:
Sono un attivista nel movimento per i diritti degli animali da 20 anni. Ho preso parte a presidi, manifestazioni e a un certo punto, ispirato da quello che succedeva all’estero, ho deciso di mappare gli allevamenti intensivi più vicini a casa mia ed entrarci. Il passo successivo è stato farlo attraverso un’associazione. Sono stato uno dei primi in Italia ad aver fatto queste cose.

Raccontami un episodio che ti ha particolarmente segnato... 
Quando ero in Grecia ho visto delle gabbie con dentro pesci che erano lì da sei anni: è questo il tempo che serve perché arrivino a pesare 2 kg, ma è un tempo lunghissimo se pensi che stanno in reti anguste e sporche, si nuotano addosso e nel frattempo mangiano crocchette che assomigliano a quelle dei gatti. Se vuoi vedere quanti sono gli allevamenti di pesce in mare aperto basta che vai su Google Maps, sotto Īgoumenítsa vicino al confine con l’Albania, c’è un pezzo di costa di 20 km piena di gabbie e la maggior parte di quel pesce viene esportato in Italia...

C’è stato un momento durante questa indagine in cui hai avuto paura di essere scoperto?
Rispetto ad altri allevamenti, in quelli di pesci c’è meno sospetto da parte dei proprietari. Questo per diversi motivi, prima di tutto perché nessuno si pone il problema della sofferenza di un pesce e non ci fa impressione vederli macellare. Un altro motivo è che le indagini negli allevamenti ittici europei sono molto più rare, quindi nessuno, dai responsabili ai lavoratori, immaginano che qualcuno li stia filmando.

I nomi sono stati cambiati per tutelare la privacy degli investigatori.