Attualità

Le proteste contro il coprifuoco sono esplose in tutta Italia

Partite da Napoli lo scorso fine settimana dopo l'annuncio di nuove misure restrittive, ormai sono arrivate anche a Milano e Torino.
Leonardo Bianchi
Rome, Italy
27.10.20
negozio gucci saccheggiato torino
Agenti in assetto antisommossa di fronte a un negozio di Gucci danneggiato il 26 ottobre 2020, nel centro di Torino. Foto di Marco Bertorello/AFP via Getty Images.

L’Europa è di nuovo l’epicentro della pandemia di coronavirus, e a causa dell’aumento generalizzato dei casi i governi stanno reintroducendo le misure restrittive. Alcuni, come quello irlandese, hanno persino imposto un secondo lockdown nazionale.

A differenza della “prima ondata,” queste nuove misure si innestano in una situazione socio-economica profondamente diversa, segnata dalla crisi economica di vari settori e dalla “stanchezza da pandemia” che colpisce un po’ tutta la popolazione. E anche le attuali proteste—specialmente in Francia, Repubblica Ceca o Polonia—c’entrano molto poco con quelle della scorsa primavera, che erano organizzate da minoranze complottiste o estremiste.

L’Italia non fa eccezione. Dopo i drammatici appelli di medici e scienziati, nonché le ordinanze di alcune regioni che hanno disposto “coprifuochi” serali, lo scorso fine settimana l’esecutivo ha emanato l’ennesimo decreto del presidente del consiglio che dispone la chiusura anticipata alle 18 di bar e ristoranti, e quella totale di teatri, palestre, piscine e cinema.

Di fatto, anche se Giuseppe Conte sostiene di voler scongiurare un nuovo lockdown, il nuovo dpcm punta a ridurre al massimo le “attività non necessarie” per convincere i cittadini a non uscire. Per tamponare le ricadute economiche, il governo ha promesso indennizzi rapidi.

Da qualche giorno, tuttavia, in tutta Italia si stanno tenendo diverse manifestazioni di protesta—la maggior parte delle quali pacifiche, anche se non sono mancati episodi di violenza. Sin da subito le analisi hanno rievocato la solita figura dell’“infiltrato” che vuole esasperare gli animi, parlando di “neofascisti,” “antagonisti,” criminalità organizzata e “negazionisti” della pandemia, e buttando tutto nel solito calderone.

Ma il quadro è tutt’altro che univoco, e le proteste—esplose definitivamente la sera del 26 ottobre—sono molto variegate. Proviamo a fare un po’ di ordine.

Le proteste anti-coprifuoco per ragioni economiche

Secondo le stime di Confcommercio, le nuove restrizioni rischiano di costare circa 17 miliardi di euro nell’ultimo trimestre dell’anno. Le perdite sono concentrate nei settori della ricreazione, della cultura, dei trasporti e della cura della persona.

L’ultimo dpcm, almeno stando alle parole del vicedirettore generale della Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) Luciano Sbraga, è vissuto come un provvedimento ingiusto e “non proporzionale.” Per questo, continua, le categorie colpite chiedono “di poter fare impresa nel pieno rispetto dei protocolli di sicurezza,” il riconoscimento di indennizzi e la cancellazione di alcune tasse.

Non a caso, gli slogan più gettonati sono “tu ci chiudi, tu ci paghi” e “siamo lavoratori, non untori.” Indubbiamente, questo è il tipo di manifestazione più partecipata nelle varie piazze italiane.

Giusto per fare una breve panoramica: a Roma, esercenti e proprietari di locali si sono ritrovati a piazza dei Mirti (Centocelle) e piazza Trilussa (Trastevere), dove hanno sversato fusti di birra per terra; a Cremona, i ristoratori sono andati sotto la prefettura a lasciare pentole e mestoli in segno di protesta; a Treviso e Vicenza, migliaia di esercenti e lavoratori hanno affollato i centri storici per chiedere di poter lavorare. Scene analoghe si sono registrate anche a Modena, Palermo, Catania e altrove.

In alcune città, alle proteste si sono uniti anche amministratori pubblici. A Ferrara, ad esempio, il sindaco leghista Alan Fabbri e il deputato Vittorio Sgarbi sono comparsi in piazza della Cattedrale per portare la loro solidarietà ai commercianti. A Trieste invece hanno partecipato il sindaco di centrodestra Roberto Dipiazza e il governatore della Lega Massimiliano Fedriga, che ha accusato il governo di “non aver ascoltato le Regioni.”

In quest’ultima città, dopo un breve momento di tensione causato dal lancio di fumogeni, alcuni agenti hanno tolto i caschi antisommossa e sono stati applauditi dai manifestanti—rinvenendo così il mito dei “poliziotti che si uniscono alla gente comune per fare la rivoluzione.”

Le proteste connotate politicamente, in cui è evidente la presenza dei neofascisti

Il legame tra i movimenti anti-lockdown e l’estrema destra non è nuovo: era infatti visibile già la scorsa primavera. Lo scorso settembre, inoltre, nella manifestazione a Roma contro la presunta “dittatura sanitaria” spiccava la presenza di militanti di Forza Nuova. Ora, i neofascisti stanno approfittando del malcontento contro il governo inserendosi nelle proteste contro l’ultimo dpcm.

In particolare, la loro presenza è stata riscontrata a Verona, dove nella centrale piazza dell’Erbe—riporta il quotidiano locale L’Arena—una “quarantina di giovani di estrema destra” ha “acceso fumogeni e protestato al grido di ‘libertà’.”

Anche a Latina, sostiene LatinaToday, la mobilitazione degli esercenti tenutasi il 26 ottobre 2020 è stata “cavalcata da gruppi di estrema destra.” Decine di militanti, infatti, hanno intonato l’inno d’Italia e gridato cori contro il presidente del consiglio Giuseppe Conte, il sindaco Damiano Coletta (medico eletto nel 2016 con una lista civica) e i giornalisti presenti sul luogo.

Due giorni prima, il 24 ottobre, poco meno di duecento militanti di Forza Nuova e altri gruppuscoli di estrema destra hanno organizzato una manifestazione in piazza del Popolo a Roma per protestare “contro il coprifuoco” deciso dalla Regione Lazio e “per la libertà” (sì, è decisamente grottesco vedere dei fascisti protestare per la libertà).

Stando alle cronache, poco dopo mezzanotte i manifestanti hanno fatto esplodere bombe carta e fuochi d’artificio e lanciato oggetti contro la polizia che cercava di disperderli. I neofascisti sono poi scappati nelle vie limitrofe, incendiando cassonetti della spazzatura e danneggiando veicoli. Alla fine, due poliziotti sono stati feriti e dieci manifestanti fermati.

A parte questi episodi ben connotati, tuttavia, la presenza di neofascisti in altre manifestazioni è pressoché inesistente. E qui arriviamo all’ultimo tipo di protesta visto in questi giorni, che è anche il più difficile da decifrare.

Le proteste “spurie” e caotiche, dove ci sono stati scontri

Oltre a Roma, le situazioni più tese si sono verificate a Napoli, Torino e Milano—ma non hanno nulla a che fare con quanto si è visto nella Capitale.

La prima grossa manifestazione contro il coprifuoco si è svolta a Napoli, la sera di venerdì 23 ottobre. Nel pomeriggio di quel giorno, il governatore Vincenzo De Luca aveva annunciato la chiusura totale della regione senza però garantire alcun sostegno economico.

Questo aveva portato ad una protesta istantanea nel centro cittadino, culminata in scontri con le forze dell’ordine davanti al palazzo della Regione. Già dalla sera stessa si è cominciato a parlare di infiltrazioni della criminalità organizzata (su cui sta indagando la procura), di ultras e di neofascisti, e lo stesso De Luca l’ha ribadito in un’intervista alla trasmissione Che tempo che fa.

Tuttavia, in base alle testimonianze di chi era sul campo, la composizione era molto più e trasversale—dai barman ai lavoratori a nero dei locali e del settore turistico, fino al commerciante costretto a chiudere. Insomma, come ha spiegato l’attivista Alfonso De Vito, si trattava soprattutto di una fascia del “precariato non garantito” che di fronte alle chiusure “non è coperto da alcun ammortizzare sociale” e rischia di scivolare ancora di più verso la povertà.

Che l’impatto socio-economico delle nuove misure non si limitasse solo a Napoli—che ha comunque delle sue specificità, come ogni luogo—lo si è visto a Torino e Milano. Ieri sera nel capoluogo piemontese sono state indette due manifestazioni: una a piazza Vittorio Veneto e un’altra a piazza Castello. Mentre la prima (composta in larga parte da negozianti) è rimasta pacifica, la seconda è finita in una nube di lacrimogeni ed è proseguita per ore nelle vie del centro, dove sono stati saccheggiati negozi (tra cui Geox e Gucci) e bruciati monopattini.

Le forze dell’ordine hanno fermato dieci persone: cinque di queste appartengono alle tifoserie organizzate di Juventus a Torino. Dai video e dalle testimonianze si capisce che non erano tutti ultras, anzi. “Ho visto un sacco di gente che di solito non si vede alle manifestazioni o in situazioni del genere,” ha scritto un utente su Twitter, “stare per ore a respirare i lacrimogeni, correre indietro e avanzare, gridare di rabbia contro gli sbirri.” Altri parlano di giovani e giovanissimi provenienti da diverse zone di Torino.

A Milano, una delle città italiane attualmente più colpite dalla “seconda ondata,” la manifestazione è partita in corso Buenos Aires. Erano presenti circa trecento manifestanti, anche in questo caso molto giovani.

Come racconta il giornalista di Radio Popolare Roberto Maggioni, non c’era una vera organizzazione. “Un gruppo stava davanti,” scrive, “e in modo piuttosto confusionario ha trascinato il resto dei manifestanti verso il palazzo della Regione Lombardia,” dove la polizia ha lanciato lacrimogeni fino a disperdere la folla. Lungo la strada sono state lanciate torce e petardi, mentre qualcuno ha rotto i vetri del tram 9.

Sempre secondo Maggioni, non c’erano striscioni né slogan con “riferimenti politici classici.” Quelli più gettonati erano contro Conte e il coro “libertà, libertà, libertà”—che sembra essere quello più diffuso anche nel resto d’Italia. Le forze dell’ordine hanno identificato in questura 28 persone, di cui 13 minorenni. L’aspetto più significativo è che, a parte una manifestante, nessuno dei fermati è “riconducibile a gruppi conosciuti.”

Insomma: in questi casi gli schemi destra/sinistra o fascisti/antagonisti non reggono. Sono facili da tirare in ballo, certo, e i partiti dell’attuale maggioranza parlamentare l’hanno ovviamente fatto. Peccato che siano totalmente inutili, visto che non fanno capire la fase in cui stiamo entrando dopo otto mesi durissimi.

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