La nuova pubblicità di Google per YouTube mi ha messo un sacco di ansia

Tu credi di guardare YouTube, ma in realtà è YouTube che guarda te.
Giulia Trincardi
Milan, IT
28.11.17

Questa mattina, come più o meno tutte le mattine, mentre bevevo la mia litrata di caffè ancora mezza stordita di sonno, ho aperto YouTube e selezionato un paio di video di late night americani per farmi due risate e scoprire che succede nel (nuovo) mondo.

La quantità di ore al giorno in cui la piattaforma di condivisione video resta aperta sul mio browser è considerevole: la uso per ascoltare la musica mentre scrivo (no, non ho ancora pagato Spotify premium), per documentarmi su quello che scrivo o per distrarmi da quello che scrivo.

Pubblicità

In modi e con scopi diversi, è qualcosa che facciamo tutti. E Google, che ha acquistato YouTube nel 2006, lo sa bene.

Screenshot via: YouTube

Di recente, il colosso di Menlo Park ha rilasciato una pubblicità sulla piattaforma dal titolo “More than just viewers: Celebrating YouTube's special connection with its audience.” Nel promo, si vedono diverse persone impegnate a svolgere il mio (e vostro) stesso tipo di azioni comuni — cucinare, fare attività fisica, viaggiare su un affollato mezzo pubblico, calmare un neonato in lacrime la notte. Ognuna di esse, però, è inquadrata dal punto di vista dello schermo da cui i protagonisti stanno guardando qualche video di YouTube.

L’obiettivo con cui la pubblicità nasce — presumo — è celebrare la compagnia che YouTube, con il suo numero di contenuti rasente l’infinito, fa ogni giorno ai suoi utenti (1 miliardo e 300 milioni di persone circa, per la cronaca). Il problema è che, nel clima generale odierno, dove la profilazione dell’utente è più pervasiva che mai, la scelta di utilizzare l’occhio dietro lo schermo come cardine della narrazione getta un’ombra di inquietudine su tutto il video.

Abbiamo la sensazione (o buona ragione di credere) di essere costantemente osservati, monitorati, studiati affinché aziende grandi e piccole possano modellare la propria offerta alle nostre necessità concrete o indotte, e sappiamo che Google gioca un ruolo fondamentale in questa raccolta di dati al dettaglio su larga scala e che non avviene solo o esclusivamente tramite la scansione dei contenuti delle email.

Screenshot via: YouTube

Giusto qualche giorno fa, è girata la notizia che gli smartphone Android raccolgono informazioni sulle torri di trasmissione cellulare prossime ai dispositivi anche se la funzione GPS è spenta, di fatto calcolando le coordinate della posizione di un utente a prescindere dalle impostazioni di privacy scelte e inviandole a Google.

Durante la conferenza I/O di maggio 2016, Google ha presentato Allo, una app di messaggistica pensata per fare concorrenza a WhatsApp, Messenger e via dicendo, che ha generato un certo scalpore per Assistant, una feature che, in pratica, legge i messaggi di un utente per aiutarlo a confezionare risposte migliori a seconda dell’interlocutore. Sì, esiste una modalità in incognito con crittografia end-to-end, ma abbiamo tutti parenti e amici troppo pigri per andare oltre le impostazioni di default che rendono chiara la portata enorme del problema di privacy in questione.

Siamo più che spettatori, certo: siamo una gigantesca banca dati.

Ancora, nel 2013, negli Stati Uniti, Google ha ammesso in una causa intentata nei confronti dell’azienda da 38 stati, di aver violato la privacy di alcune persone, i cui dati sarebbero stati captati e raccolti dalle auto utilizzate dal progetto Street View.

Infine — ma la lista sarebbe ovviamente ancora lunga — i Google Glass hanno rappresentato, forse, l’esempio più palese ed estremo dell’invadenza del colosso tech: arenatosi (o “messo a maturare,” nei laboratori di Google X) un paio di anni fa prima di decollare mai davvero sul grande mercato, il progetto era riuscito comunque a guadagnarsi un certo numero di critiche nelle sue fasi di lancio preliminare; tanto per il tipo di dati puntuali che avrebbe potuto raccogliere e utilizzare con scopi commerciali, quanto per l’elusione di qualsiasi forma di consenso nella modalità di registrazione video. La situazione, almeno in un paio di occasioni, è sfociata in una mezza rissa da bar tra persone e proprietari di Google Glass.

Screenshot via: YouTube

Google — e non solo lui — sa un mucchio di cose su di noi e ha un evidente problema di privacy. Che raccolga queste informazioni per il nostro bene è un’idea ingenua e illusoria. Nel video pubblicitario uscito di recente, ciò che viene venduto come una metafora apparentemente affettuosa è in realtà una descrizione più lucida del previsto di come le grandi aziende tech ci osservano. Siamo più che spettatori, certo: siamo una gigantesca banca dati.

L’idea che Google abbia scelto consapevolmente di ritrarre una delle sue piattaforme di punta — YouTube — come un guardone benevolo, è indice di quanto sia problematica l’intera narrativa con cui viene confezionato quotidianamente il nostro presente e futuro.

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