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Funghi, cactus e alghe: ecco quali alternative esistono già alla plastica

È chiaro che dobbiamo rinunciare una volta per tutte alla plastica, ma cosa useremo al suo posto?

di Caterina Mapelli e Paola Aurora Barbieri
20 settembre 2019, 8:49am

Illustrazione di Davide Bart. Salvemini.

Questo articolo fa parte di Covering Climate Now, una collaborazione globale tra oltre 250 testate per rafforzare la copertura mediatica riguardo la crisi climatica e le sue storie. Vai qui per leggere tutti gli articoli a tema Covering Climate Now su VICE.

La plastica, protagonista del boom economico del secolo scorso, materiale propulsore di innumerevoli innovazioni dal ‘900 ad oggi, è diventata la nostra maledizione. Cannucce nel naso delle tartarughe marine, reti e sacchetti nella pancia delle balene, e microplastiche nella terra, nell'acqua e addirittura nel nostro organismo: viviamo in una nuova era geologica, contrassegnata dall’inquinamento da plastica e fregiata del nostro nome—l’Antropocene. Sappiamo che ridurre produzione e consumo di plastica è l'unica via e la messa al bando della plastica monouso è tra gli obiettivi europei entro il 2021—ma, all'atto pratico, convincere 7 miliardi di persone a rinunciare a oggetti sempre più presenti nella quotidianità sembra a dir poco utopico.

Se da una parte il ritorno al buon vecchio ‘vuoto a rendere’ e ai prodotti sfusi è auspicabile, dall’altra c’è chi cerca alternative alla plastica che conservino le sue proprietà vantaggiose, ma superino i suoi problemi di smaltimento.

Ecco una lista di materiali che potrebbero sostituire definitivamente la plastica nel cambiamento di rotta che ci troviamo ad affrontare.

PLA – Acido Polilattico

Il PLA, uno dei polimeri biodegradabili più noti, viene prodotto da fonti rinnovabili come l’amido di mais e può assumere proprietà fisiche molto vicine alla plastica tradizionale. Un bicchiere in PLA trasparente, ad esempio, è apparentemente identico ad un bicchiere in PET o in PS.

La forte somiglianza può aiutare a convincere anche i consumatori più diffidenti, ma costituisce anche un aspetto critico in questo momento di transizione, in cui è ancora presente l’alternativa in plastica fossile. Se gettato erroneamente con la plastica, infatti, può contaminare il processo di riciclaggio—esattamente la cosa di cui non abbiamo bisogno. Gli oggetti monouso in PLA sono infatti biodegradabili e compostabili, ovvero adatti al compostaggio industriale, e vanno quindi gettati nel cesto dell’organico.

Anche le nuove Bio Bottle di acqua Sant’Anna sono in PLA e vanno nell’organico, mentre il tappo è ancora in plastica vecchia e va buttato separatamente. Questo particolare non viene specificato sull’etichetta della bottiglietta sfusa, sebbene venga indicato sul sito dell’azienda, ed è un esempio di come il design e il labelling siano fondamentali nella diffusione del packaging compostabile per evitare danni da contaminazione.

Ma ‘compostabile’ non significa che si decompone in tempi brevi anche nell’ambiente, dove il processo dipende strettamente dalla temperatura e dalle condizioni circostanti. Secondo uno studio recente, ad esempio, il PLA immerso in acqua a temperatura ambiente, impiega più di un anno per decomporsi, mentre altre fonti sostengono che in mare i tempi varino dai sei ai 24 mesi. Certo, meglio delle centinaia di anni della plastica tradizionale, ma non buttate le bottiglie in PLA in giro.

Inoltre, derivando dall’amido di piante, il PLA ha una bassa carbon footprint: la produzione di plastiche tradizionali comporta emissioni di CO2 circa 4 volte superiori rispetto al PLA, mentre le piante usate per produrre un oggetto in PLA assorbono la stessa quantità di CO2 che viene emessa durante la sua degradazione.

Ma la domanda apocalittica che sorge spontanea è: finiremo per deforestare l’Amazzonia per coltivare campi di mais e produrre PLA? Sembrerebbe di no, perché il PLA ha una resa molto efficiente. Ad esempio, per produrre 1 kg di PLA sono necessari 1,6 kg di biomassa, mentre il bio-PET—ovvero il polietilene ricavato da fonti rinnovabili—richiede circa 5 kg. Inoltre, secondo la European Bioplastics Association, nel 2018 solo lo 0,02 percento dei terreni agricoli mondiali è stato utilizzato per produrre bioplastiche; una frazione irrisoria soprattutto se confrontata con il 70 percento dei terreni coltivati per mangimi da allevamento.

Mater-bi

Sulla stessa lunghezza d’onda viaggia anche il Mater-bi, un materiale molto versatile brevettato dall’italiana Novamont. Ha una composizione chimica diversa dal PLA, ma deriva sempre da amido di mais e oli vegetali, che l’azienda dichiara non OGM e coltivati in Europa. Sul sito sono riportati dati della Water Footprint Network relativi alla water footprint (cioè l’impatto sulle risorse idriche del pianeta) di mais e altri prodotti alimentari. Per farvi un’idea: con 15-30 litri di acqua si coltivano le materie prime per produrre 1 kg di Mater-bi, mentre per produrre 1 kg di carne bovina servono almeno 10.000 litri.

La gran parte dei sacchetti compostabili è in Mater-bi e, secondo i dati di laboratorio forniti da Novamont, il tempo di biodegradabilità del film plastico in Mater-bi è di 9 mesi nei sedimenti marini—anche questo ben al di sotto dei tempi da plastica fossile.

La diffusione delle stoviglie in Mater-bi—che esistono già—è attualmente ostacolata dai costi, il che non è necessariamente un male: quando l’alternativa in plastica fossile sarà bandita del tutto, questo aspetto potrebbe anzi dissuadere i consumatori dall’uso quotidiano del monouso.

Ooho!

Probabilmente vi sarà capitato di vedere qualche video su queste bolle d’acqua da trangugiare in un colpo solo. L’invenzione della ‘edible water’, o acqua commestibile, è di un gruppo dell’Imperial College di Londra, che è riuscito a inglobare porzioni d’acqua in una pellicola commestibile prodotta da alghe marine. Notpla è il nome di questo innovativo materiale e i suoi creatori ne sottolineano le qualità superiori rispetto ad altre bioplastiche, incluso il PLA. In primis, le alghe brune da cui viene prodotto possono crescere fino a un metro al giorno, rappresentando una fonte più efficiente delle colture alimentari come il mais. Inoltre, il Notpla si biodegrada nel suolo in tempi molto brevi—4-6 settimane—e non richiede il compostaggio industriale per essere smaltito. Senza contare che non corre il rischio di contaminare la raccolta della plastica grazie al design tutto suo.

Ma è proprio il design commestibile a porre qualche dubbio: dal trasporto alla distribuzione, le bubble sembrano avere bisogno di altri contenitori per funzionare e non è chiaro quanto possano essere conservate prima di rompersi. Alla maratona di Londra dello scorso Aprile, le Ooho! sono state distribuite ai partecipanti da operatori muniti di guanti, permettendo di ridurre l’uso di bottigliette d’acqua. Tutto sommato, se poche paia di guanti hanno sostituito tante bottigliette di plastica, il gioco sembra valere la candela.

Come entreranno nella quotidianità resta ancora incerto, ma, nel frattempo, il gruppo sta lavorando alla creazione di altri oggetti in Notpla, e a nuove soluzioni per packaging sostenibili.

Plastica dal succo di NOPAL

Il nopal, un cactus della stessa famiglia del nostro fico d’india, è una pianta molto presente in Messico, dove una professoressa di ingegneria chimica della Universidad del Valle de Atemajac ha brevettato un nuovo biopolimero mescolando il suo succo ad altri elementi, come la cera vegetale, ottenendo un materiale adatto a realizzare packaging commestibili e biodegradabili nell’ambiente in poche settimane.

Secondo l’inventrice Pascoe Ortiz—che studia l’agroecologia anche come strategia di sviluppo economico sostenibile—questa materia prima è preziosa perché i cactus crescono in ambienti aridi (dove non sottraggono spazio all’agricoltura alimentare), non necessitano di fertilizzanti ed evitano lo spreco di risorse idriche.

Al momento, il cactus-polimero non sarebbe durevole come la plastica, ma utile in applicazioni usa e getta per cui la biodegradabilità è essenziale.

Foglie di banano come food packaging

Tra le alternative sostenibili, però, non troviamo solo polimeri: anche materiali esistenti da sempre, a cui è conferito solo uno scopo nuovo.

In Asia, il problema dei rifiuti plastici è particolarmente sentito e legato soprattutto ad accordi economici con Stati Uniti ed Europa, che i paesi dell’Asia hanno iniziato a recidere solo di recente.

Per ovviare almeno alla parte del problema legata all’“overpackaging,” i supermercati di Vietnam, Thailandia, Filippine e Bali hanno cominciato a impacchettare i cibi deperibili nelle foglie di banano—una soluzione con diversi vantaggi: primo, il banano è nativo e abbondante nella regione; secondo, è “green packaging” davvero radicale sia in termini di costi che di carbon footprint.

Funghi ai funghi e polvere alla polvere

Nonostante sia stato sperimentato in passato, solo recentemente l'imballaggio di funghi per funghi è diventato realtà grazie a Meadow Mushrooms, una ditta di famiglia in Nuova Zelanda. Il materiale in questione è più traspirante degli imballaggi tradizionali, permettendo ai funghi di restare freschi più a lungo e assorbendo l’umidità al loro posto. Ovviamente questo tipo di imballaggio è utilizzabile anche per altri cibi, lasciandoci immaginare un possibile uso di larga scala.

Certo, già nel 2011 l'artista Jae Rhim Lee—discutendo nella sua TEDTalk dei danni del sistema funerario tradizionale sull’ambiente e di come tentando di preservare il nostro corpo oltre la vita, non solo neghiamo la morte ma avveleniamo i vivi e danneggiamo l'ambiente—aveva introdotto al pubblico il progetto Infinity Burial Project. La proposta di Lee era di seppellire i defunti con indosso “Infinity Suit”, una tuta di funghi, che decompone il corpo e assorbe le sue tossine, per restituire i resti come compost nutriente anziché velenoso.

Il packaging definitivo, se vogliamo—e un pensiero rincuorante, in caso non riuscissimo a evitare la nostra estinzione.

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