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L'inaspettato ritorno dei telefoni usa e getta

Alcune persone stanno rinunciando allo smartphone per un'alternativa molto più basilare, come se fossimo di nuovo nei primi anni 2000. Cosa sta succedendo?

di Daisy Jones
03 ottobre 2019, 10:33am

Foto: Gianni Muratore via Alamy Stock Photo 

All'inizio di quest'anno, Supreme ha pubblicato l'attesissimo lookbook AW/19. Come sempre, c'erano parecchie cose strane. Una bambola vudù, per esempio. Un misurino. Dei bicchieri flute da champagne. Ma ciò che sembra aver attirato di più l'attenzione, questa stagione, è stata la loro collezione di cellulari usa e getta, o burner phone. Descritto sul sito come un "cellulare 3G sbloccato, dotato di una videocamera interna e compatibilità dual-sim," la sua messa sul mercato suona come una dichiarazione d'intenti forte verso un fascia in particolare: una generazione fissata con l'avere sempre l'ultimo smartphone in commercio.

Per quanto il telefono di Supreme era sicuramente, almeno un po', una strizzata d'occhio al mondo dello spaccio, non è il primo del genere a spuntare fuori negli ultimi anni. Quando Nokia ha rimesso in commercio un remake del loro classico 3310, nel 2017, il numero di pre-registrazioni è stato dieci volte più alto di quello di qualsiasi altro modello. Un anno dopo, Sky News ha riportato che le vendite globali di telefoni spartani erano cresciute del cinque percento, mentre quelle degli smartphone solo del due percento. Sembreranno anche numeri piccoli, ma è la prima volta in anni che si registra un aumento delle vendite di cellulari usa e getta. Per cui o la gente improvvisamente ha deciso di darsi allo spaccio, o c'è qualcos'altro sotto.

Alice ha mollato il suo iPhone tre mesi fa. ha 27 anni e vive a Londra, dove fa la musicista si è convertita al famoso Nokia 8110 (quello che sembra una banana), che ha una videocamera e regge WhatsApp, ma poco altro. Alice mi racconta di aver fatto questa scelta per diverse ragioni, ma tutte in qualche modo legate alla salvaguardia della privacy dei suoi dati e al modo in cui le app monetizzano sulla nostra attenzione. "Il tuo smartphone è come un diario segreto, ma è caricato sul cloud e venduto agli inserzionisti," dice, parlando tramite il suo burner. "Non si interfacciamo con piattaforme che hanno a cuore il nostro interesse. Sono entità capitaliste; a cuore hanno solo i loro affari. Non possiamo aspettarci che si trasformino in santi. Per cui, dobbiamo cambiare il modo in cui ci comportiamo con la tecnologia."

Alice dice che da quando usa il suo Nokia si sente più libera, più presente e più a suo agio con un telefono che non usa la sua vita personale per cercare di venderle continuamente qualche prodotto. "Sembra più sicuro, più di me che riverso tutto la mia vita in un dispositivo che raccoglie i miei dati," dice. "Se voglio andare sui social media, lo faccio col tablet, che lascio a casa. Ma il mio telefono è roba mia. Sono tornata a quando ero una ragazzina e mandavo SMS, e niente ansia di 'Oh, qualcuno sta leggendo quello che scrivo.' Quella sensazione da 'stato di sorveglianza' non c'era. Penso che piano piano si sia tutto sommato insieme in un culmine emotivo e mi sono detta, 'Perché cazzo non faccio qualcosa?'"

Per altri, come Remi, una studentessa di 25 anni che vive a Manchester, la scelta di passare a un telefono usa e getta è stata meno ponderata, ma benefica sul lungo periodo. "Ho comprato il Nokia 3310 azzurro quando è uscito perché mi piaceva l'aspetto ed era in tinta con il mio piumino. Ho pensato che sarebbe stato comodo per i festival o le vacanze," mi racconta. "Ma poi ho continuato a usarlo anche quando sono tornata da Glastonbury quest'anno. Mentre ero via ho capito quando davvero quanto tempo sprecavo a controllare Instagram e le altre app. È stato bello fare una pausa. Ho pensato 'perché non restare in pausa?' Non ho bisogno di guardare costantemente il telefono quando potrei fare altro, che mi fa bene."

Tornerà mai indietro? "Mai dire mai, ma al momento mi sento meglio con il mio Nokia," dice. "Con il mio iPhone, che ho finito per dare a un'amica che aveva rotto il suo, mi sentivo in colpa quando non rispondevo ai messaggi o perché controllavo morbosamente se c'erano nuove notifiche o like. Mi sentivo come se il mio cervello si stesse otturando. Non riuscivo mai a concentrarmi o a finire quello che stavo facendo. Se prendessi un iPhone di nuovo, sarebbe come scegliere di tornare a quello stato mentale. Potrei installare una di quelle app che limitano l'utilizzo, ma sembra inutile, dato che ho questo telefono ora."

Negli ultimi cinque anni, una consapevolezza vera dell'importanza della privacy dei dati e della "salute digitale" ha iniziato a insinuarsi nel discorso pubblico al di là delle battute sulla gente con i cappelli di stagnola in testa convinta che i telefoni ci spiino. Nel 2017, lo scandalo di Cambridge Analytica ha materializzato le nostre paure più recondite quando è stato rivelato che i nostri 'like' su Facebook hanno contribuito alla vittoria di Trump alle elezioni americane, con la Brexit usata come piastra di Petri. Sappiamo che fino a fine agosto, i contraenti di Apple potevano ascoltare le nostre chiacchierate con Siri (e ora invece saranno i dipendenti di Apple a farlo), i lavoratori di Microsoft possono ascoltare le nostre conversazioni su Skype, i dipendenti di Snapchat hanno abusato dei dati di accesso per spiare gli utenti e PornHub sta tenendo traccia delle nostre fantasie più intime. Sappiamo anche che la paranoia su aziende esterne che ascoltano le nostre conversazioni non è infondata: come Motherboard ha riportato l'anno scorso, alcune app possono accedere ai nostri microfoni. E lo fanno.

Dell'argomento ne parlano ormai anche i muri e ha senso, quindi, che le persone inizino ad mollare gli smartphone. "Certo, nel mio giro di amici e conoscenti la conversazione ruota intorno alla 'salute digitale' e a come possiamo allontanarci da un presente che non abbiamo scelto," concorda Alice. "È un momento storico proprio strano. Stiamo tutti riconsiderando quanto, eticamente, vogliamo dare via e cosa. I dati sono il nuovo petrolio, ma sono una risorsa illimitata. Per cui dobbiamo cambiare la quantità che vogliamo cedere al cyber-mondo, perché altrimenti non farà che aumentare. Dobbiamo tornare indietro, per andare avanti."

Liam, uno studente di 19 anni che vive a Londra, fa coro a questo sentire. Ha avuto contemporaneamente un telefono usa e getta e uno smartphone per tre anni, ma negli ultimi mesi ha iniziato a usare per lo più il burner, per una questione di privacy. "Mi manda fuori di testa che se Google una roba su un dispositivo completamente diverso tipo il mio portatile, e poi compare una pubblicità di quella cosa sul mio telefono [su Instagram]," mi dice. "Non c'entra niente il fatto che non stia facendo niente di criminale. È una questione di consenso e del sentirsi osservati, come un ingranaggio in una macchina capitalista di cui non hai il minimo controllo."

L'impatto delle app sulla nostra salute mentale è un argomento di conversazione da anni. Da come Instagram esacerba l'ansia e condiziona l'autostima, a come scrollare una qualsiasi timeline per ore ci lasci meno tempo per fare cose che ci interessa effettivamente fare, la nostra relazione con piattaforme che sostengono di voler aiutare le persone a sentirsi più connesse non è mai stata ideale. Ma forse per alcuni di noi la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso è già arrivata e il punto ora è capire quali sono le altre opzioni. "Ero convintissima che non sarei riuscita a vivere senza il mio iPhone prima," dice Remi. "Ma è una percezione falsa. Vai avanti esattamente come prima, ma senza sentire come se ci fosse qualcosa che ti aspetta nella tasca."

È difficile sapere ora se i burner prenderanno davvero piede. Questa è anche l'era di TikTok e Depop. Per ogni persona che ha mollato il proprio iPhone per un vecchio telefonino dove l'unico spasso aggiunto è Snake, ce ne sono centinaia che aspettano trepidanti il nuovo Google Pixel. Perché ovviamente gli smartphone possono essere anche strepitosi—altrimenti non li useremmo. Possiamo fare foto assurde e mandare meme e ordinare qualsiasi cibo dritto fino alla nostra porta. Ma come sottolinea Alice, ci sono cose che possiamo fare per incontrarci a metà strada. Cose come usare le modalità incognito, installare app che limitano l'uso. Usare estensioni che eliminano le metriche. "Il punto è cambiare il modo in cui interagiamo con la tecnologia, così che non si prenda più tutto," dice. "Possiamo trovare una via di mezzo, senza rassegnarci a essere munti costantemente di tutti i nostri dati."